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OP Osservatorio Politico

TROPPO FACILE FARE I FACILONI QUANDO IL SISTEMA SMETTE DI FUNZIONARE...

  • oposservatoriopoli
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

È facile fare i comunisti ed i fascisti in un Paese libero, vero?


Ma che bella la libertà.

 

Che bello poter dire e fare quello che vogliamo.

 

Tanto se ci denunciano, sticazzi.

 

In Italia in galera non ci va nessuno.

 

Ora, per un istante, immaginate di fare i fascisti o i comunisti in un Paese dove c’è un governo autoritario di sinistra o destra.

 

Immaginate di “fare” i comunisti o i fascisti in Afghanistan, Birmania, Cina, Cile, Salvador, o in Danimarca.

 

Capelli lunghi e pugno alzato oppure teste rase e braccio teso, magliette rosse con stella a 5 punte o nere con celtica, striscioni e manifestazioni di piazza dove al primo passo partono gli idranti (quelli veri), le mazzate (se non revolverate), arresti e trasporto nei blindati (quelli a spigoli) verso la prigione non all’italiana, non al Grand Hotel, magari nelle carceri del Cecot, Bagram, Herstedvester Prison oppure nel Butyrka a Mosca.

 

Non conoscete questi nomi, vero?

 

Pregate un Dio qualsiasi di non conoscerli mai.

 

Perché quando li conosci, significa che sei finito dove non esistono diritti, dove non esiste la telefonata a casa, dove non esiste l’idea stessa di “umanità” come la intendiamo noi, seduti comodamente a pontificare sui social.

 

Niente diritti.

 

Niente telefonata a mammà.

 

Niente sconti.

 

Niente riposo.

 

Niente sosta fra l’ansia e la preoccupazione di non arrivare a fine giornata.

 

Bene che vi possa capitare è un ricordo indelebile, uno sfregio talmente profondo nell’anima per il quale dormire non vi sarà più tanto facile.

 

Eppure, in Italia, riusciamo a trasformare tutto in una barzelletta.

 

Anche il carcere.

 

C’è chi parla di “tortura” perché in cella manca la crema solare.

 

Chi grida allo scandalo perché le docce sono poche.

 

Chi paragona il sovraffollamento italiano a Guantánamo, ai penitenziari russi, alle prigioni federali statunitensi.

 

No.

 

Fermiamoci un attimo.

 

Respiriamo.

 

Diciamo le cose come stanno.

 

Le carceri italiane sono messe male, spesso malissimo.

 

Sono sovraffollate, fatiscenti, gestite con risorse insufficienti e personale allo stremo.

 

Ci sono suicidi, disagio psichico, abbandono istituzionale.

 

Tutto vero.

 

Tutto grave.

 

Ma non prendiamoci in giro.

 

L’ordinamento penitenziario italiano non è un sistema di tortura.

 

È uno dei più garantisti al mondo.

 

A volte talmente garantista da risultare grottesco.

 

Non siete d’accordo?

 

Il Paese di Pulcinella e di Arlecchino non può competere, fortunatamente, con le nazioni che non hanno lo stesso spirito “goliardico”.

 

Se no conoscete la materia, abbiate almeno la compiacenza di studiare ma non su Facebook, no, non su Instagram, fatelo sui libri, anche di parte ma che siano libri.

 

E che questi libri, magari, non siano firmati da “farfallina_68” o “maschio70”, ma da storici veri, da intellettuali, da persone di cultura riconosciuta, da autori affermati, il cui pensiero, prima ancora del nome, valga davvero il tempo di chi legge.

 

Perché l’opinione è di tutti, certo.


Ma l’autorevolezza no.

 

In Italia hai diritto all’avvocato, sempre, hai colloqui con i familiari, hai assistenza sanitaria, puoi studiare, lavorare, fare reclami, puoi scrivere, telefonare, ricorrere …

 

Negli Stati Uniti, se sbagli carcere o colore della pelle, sparisci.

 

In Russia, il carcere è parte della pena, non un incidente di percorso.

 

Lì il detenuto non è una persona da rieducare, è un corpo da spezzare.

 

Eppure noi, all’italiana, riusciamo a fare una cosa straordinaria: ridicolizzare tutto.

 

Ridicolizziamo la pena.

 

Ridicolizziamo la responsabilità.

 

Ridicolizziamo perfino chi muore davvero dietro le sbarre, perché tutto viene messo sullo stesso piano, la tragedia e la lamentela.

 

Così il carcere diventa una caricatura.

 

Un luogo dove ci si indigna a comando, senza sapere di cosa si parla.

 

Un tema buono per titoli emotivi e slogan facili, non per affrontare i problemi veri.

 

Il risultato?


Nessuna riforma seria.


Nessuna distinzione tra disagio reale e vittimismo da salotto.


Nessun rispetto per chi il carcere lo vive davvero, da dentro o da operatore.

 

All’italiana fa ridere tutto.


Fa ridere la politica.


Fa ridere la giustizia.


Fa ridere perfino la galera.

 

E quando tutto fa ridere, niente fa più paura.


Nemmeno la legge.


Nemmeno la pena.


Nemmeno la verità.

 

Ed è lì che il sistema smette di funzionare davvero.

 

Questo accade perché in Italia non esiste una reale certezza della pena.

 

Non perché manchino le leggi, ma perché vengono applicate in modo diseguale, rinviate, svuotate da sconti, prescrizioni, benefici automatici e interpretazioni ondivaghe.

 

Il risultato è un sistema in cui la condanna non coincide quasi mai con l’effettiva espiazione, e la pena perde la sua funzione primaria, essere prevedibile, comprensibile e uguale per tutti.

 

Quando la pena è incerta, anche la giustizia diventa opinabile.

 

E quando la giustizia è opinabile, nessuno la prende più sul serio.

 

Giustizia?

 

Ma si, chiedetelo ad Alemanno.

 

Oppure a Rosa Bazzi e Olindo Romano.

 

O a Massimo Bossetti?

 

Magari ad Alberto Stasi.

 

O invece vogliamo prendere in esame il “Disastro ferroviario di Pioltello”, quasi tutti assolti i dirigenti Rfi e una sola condanna …

 

O la strage di ThyssenKrupp.

 

In Italia possiamo scrivere bene o male di ogni singolo caso giudiziario a partire dalla “Strage di Portella della Ginestra” del ’47, banditi, politica, mandanti mai chiariti, sentenze che spiegano tutto e niente.

 

E poi c’è il “triangolo della morte”, in Emilia, dal 1943 al 1949.


Una stagione di esecuzioni sommarie, regolamenti di conti, vendette travestite da giustizia popolare. Migliaia di morti, spesso senza processo, senza difesa, senza colpa accertata.

 

Per decenni è stato un capitolo intoccabile.


Non un caso giudiziario, ma un’eccezione morale.


Nessuna vera istruttoria.

 

Nessuna resa dei conti giudiziaria.

 

Nessuna pena proporzionata ai fatti.

 

Macché, dall’omicidio di Matteotti del ’24, colpevoli noti, verità storica accettata, responsabilità politiche mai davvero scontate.

 

Niente affatto, arriviamo ai delitti della Consolata nella Torino di fine ’800, condanne, dubbi, revisioni, e oggi il sospetto che qualcuno abbia pagato al posto di altri.

 

Rilanciamo col processo a Monti e Tognetti, correva il 1868, decapitati per terrorismo contro lo Stato Pontificio, oggi considerati da molti martiri politici più che criminali comuni.


Se insistiamo ancora un po’, arriviamo senza difficoltà alla crocifissione di Gesù Cristo, processo sommario, giudice che si lava le mani, folla che decide, pena certa ma colpa… discutibile.

 

E allora il punto non è il singolo caso.


Il punto è il sistema.

 

In Italia tutto diventa strano, maldestro, dubbio.


Le indagini sono incomplete.


Le sentenze sono contraddittorie.


Le verità giudiziarie cambiano col tempo.


Le pene si dissolvono tra sconti, prescrizioni, indulti, benefici automatici.

 

Il reato non è mai del tutto certo.


La responsabilità è sempre “da valutare”.


La pena, quasi sempre, eventuale.

 

Così nasce il grande paradosso italiano, abbiamo montagne di processi e pochissime certezze.

 

Ogni caso è divisivo.


Ogni colpevole ha una versione alternativa.


Ogni condanna ha un “ma”.


Ogni assoluzione lascia un sospetto.

 

E nel frattempo, tutto fa ridere.


Ridere amaro, ma ridere.

 

Ridere perché sappiamo che non succederà niente di definitivo.


Ridere perché la giustizia non chiude mai davvero una storia.


Ridere perché in Italia il processo non è la fine, è solo una puntata.

 

Non c’è la parola “fine”.


C’è “si vedrà”.


C’è “in appello”.


C’è “in Cassazione”.


C’è “prescritto”.


C’è “beneficio di legge”.

 

Alla fine, non resta né la certezza del reato né quella della pena.


Resta solo un gigantesco racconto collettivo, dove tutti discutono, tutti scrivono, tutti si indignano, e nessuno paga fino in fondo.

 

E allora sì, all’italiana fa ridere tutto.


Anche la giustizia.


Anche la colpa.


Anche la pena.

 

Non perché siano temi leggeri, ma perché li abbiamo resi inefficaci.


E quando uno Stato non sa più decidere chi è colpevole e cosa deve pagare, non è garantista:


è inermi.

 

E l’inerzia, prima o poi, presenta il conto e nel nostro caso, il conto è nelle nostre strade.

 

Noi paghiamo con la deficienza.

 

Con la stupidità.

 

Squadracce rasate col braccio teso che sfilano in nero come se fossimo in una rievocazione grottesca del Ventennio.


Collettivi che scendono in strada sventolando simboli delle Brigate Rosse come fossero merchandising vintage.


E intorno, disagio diffuso, città che bruciano a intermittenza, vetrine spaccate, cassonetti rovesciati, quartieri ostaggio del caos.

 

In mezzo c’è la Polizia, lasciata a gestire l’ingestibile.


Uomini e donne in divisa inermi, con regole d’ingaggio confuse, contraddittorie, spesso paralizzanti.


Risultato: centinaia di feriti, quasi sempre tra chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico, mentre chi devasta spesso se la cava con un’identificazione tardiva e poco altro.

 

Poi ci sono i magistrati che chiudono gli occhi.


Non per tutti, non sempre, ma abbastanza spesso da far passare il messaggio peggiore possibile …provateci, male che vada non succede niente.

 

E infine ci sono le persone che gli occhi non li riaprono più.


Perché qualcuno ha deciso che la violenza è “espressione”.


Che l’odio è “contesto”.


Che l’illegalità è “disagio sociale”.

 

Siamo nel 2026 e sono tornate le kefiah.


Le vedi ovunque, al collo, sulle spalle, nei cortei, sui social.


E c’è chi le indossa senza avere la minima idea di cosa siano, da dove vengano, cosa rappresentino davvero.

 

Per molti sono solo un accessorio identitario prêt-à-porter.


Un simbolo a noleggio.


Un modo rapido per dire “io sto dalla parte giusta”, senza dover studiare, capire, sporcarsi le mani con la complessità.

 

La kefiah nasce come indumento funzionale, poi diventa simbolo politico preciso, carico di storia, sangue, conflitti, ambiguità.


Non è un logo.


Non è una bandiera neutra.


È un segno che porta con sé responsabilità, non like.

 

E invece no, all’italiana, anche questo diventa folklore.


Si indossa la kefiah come ieri si indossava il pugno chiuso, l’eskimo, la maglietta del Che stampata in Bangladesh.


Simboli forti, pensiero debole…

 

Ed eccolo qui il punto, nudo e crudo.

 

In Italia è facile fare i faciloni.


È facile esagerare.


È facile giocare a fare i rivoluzionari o i camerati da strada.


È facile superare il limite.

 

Perché non c’è il senso della misura.


E soprattutto non c’è la paura delle conseguenze.

 

Non la paura autoritaria, ma quella sana, civile, necessaria, la consapevolezza che se fai una cazzata, paghi.


Subito.

 

In modo chiaro.

 

Proporzionato.

 

Inevitabile.

 

Quando uno Stato non sa più farsi rispettare, non perché è cattivo ma perché è incerto, produce esattamente questo, estremismi folkloristici, violenza rituale, impunità diffusa.

 

Non è libertà.

 

Non è democrazia.

 

È deriva.

 

E finché in Italia non tornerà una cosa semplice e antica, ovvero, la certezza che a ogni atto corrisponde una responsabilità, continueremo a vedere gente che marcia, urla, brucia, colpisce convinta che tanto, alla fine, non succederà nulla.

 

Ed è questa, più di ogni slogan, la vera sconfitta dello Stato, questa è la vera sconfitta dell’Italia, gente in strada che inneggia alla Palestina contro Israele, gente in strada che celebra Hamas e gente in strada che ossequia un dittatore, narcotrafficante venezuelano.

 

E allora...addormiteve...



a cura di mino e Fidi@s


protesting collage poster - by ifyou
protesting collage poster - by ifyou

 
 
 

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