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BORSELLINO: il coraggio di Fiammetta...

  • oposservatoriopoli
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 22 min

“Mio padre e Falcone consegnati alla mafia dai loro colleghi”


Questa frase si legge in giro e fa gelare il sangue.

 

Fa rabbrividire.

 

Fa schifo pensarlo.

 

Eppure…

 

Eppure non l’ha detto un fashion blogger, un professionista del digital marketing o un influencer che cura un blog o canali social, ma Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo Borsellino.

 

Non è una frase da talk show.

 

Non è uno slogan da social.

 

Non è un’iperbole da campagna elettorale.

 

Cazzo!

È una frase pronunciata da Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo Borsellino, quello fatto a pezzi da una bomba insieme agli uomini e donne della sua scorta.

 

E quando la leggi, ti si stringe lo stomaco e ti viene da vomitare.

 

Perché chi parla non è un commentatore qualunque.

 

È una figlia che da trent’anni vive dentro una ferita aperta, la strage di Strage di via D'Amelio, 19 luglio 1992.

 

Cinquantasette giorni dopo la strage di Strage di Capaci, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.

 

Due attentati.

 

Due crateri.

 

Una stagione maledetta.

 

Uno Stato maledetto.

 

Indagini maledette.

 

Il gelo dentro il Palazzo…

 

Falcone e Borsellino non furono solo vittime della mafia.

 

Furono magistrati isolati.

 

Contestati.

 

Criticati.

 

Ostacolati.

 

Falcone, negli anni precedenti Capaci, venne accusato da colleghi di protagonismo.

 

Fu osteggiato nella corsa alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo. Le sue innovazioni investigative non furono sempre sostenute.

 

Le tensioni interne alla magistratura sono documentate.

 

Non è un mistero.

 

Borsellino, dopo la morte dell’amico, era consapevole di essere nel mirino. Aveva detto più volte di sapere che sarebbe toccato a lui.

 

Eppure il contesto di quegli ultimi 57 giorni è ancora oggi pieno di zone d’ombra.

 

Depistaggi.


False piste.

 

Dichiarazioni manipolate.

 

Le sentenze sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia” hanno raccontato un pezzo di quella storia.

 

Non tutto.

 

Ma abbastanza da mostrare che il 1992 non fu solo mafia contro Stato.

 

Fu un momento di frattura istituzionale profonda.

 

Quando Fiammetta parla di “consegna”, non parla necessariamente di un atto formale.

Parla di isolamento.

 

Di mancata protezione.

 

Di errori.

 

Di omissioni.

 

E soprattutto parla dei depistaggi successivi alla morte del padre, che per anni hanno inquinato la ricerca della verità.

 

La storia maledetta.

 

La vicenda Borsellino è maledetta per un motivo preciso, non è mai stata lineare.

 

Cosa Nostra è stata condannata.

 

Gli esecutori materiali sono stati individuati.

 

Ma il contesto resta complesso.

 

Chi sapeva?

 

Chi poteva fare di più?

 

Chi ha sbagliato?

 

Chi ha coperto?

 

Sono domande legittime.

 

E non equivalgono a dire che “la magistratura ha ucciso Falcone e Borsellino”. Sarebbe falso e ingiusto.

 

Ma è altrettanto falso raccontare quegli anni come un fronte compatto e solidale.

 

Le tensioni interne c’erano.

 

Le rivalità c’erano.

 

Gli errori c’erano.

 

E la mafia seppe sfruttare ogni crepa.

 

La tentazione è trasformare tutto in un atto d’accusa generico contro “i magistrati”.

 

Ma sarebbe un’altra forma di ingiustizia.

 

La magistratura non è un blocco monolitico.

 

Non lo era allora.

 

Non lo è oggi.

 

#Falcone e #Borsellino erano magistrati.

 

Gli uomini delle scorte erano uomini dello Stato.

 

Chi ha continuato a indagare lo ha fatto da dentro le istituzioni.

 

Il problema non è l’istituzione in sé.

 

È la fragilità umana delle istituzioni.

 

Il coraggio di Fiammetta non è quello di accusare per distruggere.

 

È quello di chiedere verità anche quando è scomoda.

 

Anche quando tocca ambienti che non fanno comodo criticare.

 

Non è un attacco alla magistratura.

 

È una richiesta di maturità.

 

Perché uno Stato forte non teme le domande.

 

Uno Stato debole le evita.

 

La storia di Falcone e Borsellino non è una leggenda epica.

 

È una tragedia italiana.

 

È la dimostrazione che, la mafia colpisce quando lo Stato è diviso, l’isolamento è un’arma potente, il consenso interno conta quanto la scorta esterna.

 

E forse la frase di Fiammetta fa così male proprio per questo: perché costringe a guardare non solo i nemici esterni, ma le crepe interne.

 

Non è una frase comoda.

 

Non è una frase consolatoria.

 

È una frase che obbliga a non accontentarsi della retorica.

 

E il vero rispetto per Falcone e Borsellino non è usarli come simboli.

 

È avere il coraggio di pretendere verità completa, anche quando disturba.

 

Senza mitologie.

 

Senza sconti.

 

Senza vendette narrative.

 

E allora non facciamo sconti, ora non scrive Fiammetta, ma OP.

 

Scriveremo solo con la serietà che meritano due uomini che hanno pagato con la vita il loro credo.

 

Falcone e Borsellino sono stati abbandonati e traditi tal sistema giudiziario, è inopinabile.

 

Anche se, storicamente, è più complessa di così!

 

Furono isolati, abbandonati, traditi?

 

Sì, in parte.

 

Giovanni Falcone negli anni ’80 subì fortissime critiche interne alla magistratura.

 

Venne accusato di protagonismo, di voler “americanizzare” le indagini, di personalizzare il lavoro del pool antimafia.

 

Quando nel 1988 si trattò di nominare il capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, non fu scelto lui ma Antonino Meli.

 

Perché?

 

Fu un momento di frattura evidente.

 

Perché?

 

Chi voleva fermarlo?

 

Paolo Borsellino stesso parlò pubblicamente dell’isolamento dell’amico e delle tensioni dentro il Palazzo di Giustizia.

 

Questo è documentato.

 

Non è opinione.

 

Chi voleva bloccare questi due grandi magistrati?

 

Furono ostacolati?

 

Ma certo che si.

 

Ci furono contrasti, rivalità, errori di valutazione.

 

Diciamo che ci fu l’intenzione di abbandonarli a se stessi.

 

Il clima dentro la magistratura palermitana era tutt’altro che unitario.

 

Quindi?

 

C’è chi dice che l’“ostacolo” non equivale automaticamente a “tradimento deliberato” noi invece, pensiamo che non sia affatto così.

 

Le sentenze sulle stragi, da Strage di Capaci alla Strage di via D'Amelio, hanno individuato responsabilità mafiose precise.

 

Non esiste una sentenza che affermi che la magistratura abbia consegnato Falcone o Borsellino alla mafia.

 

E grazie al cazzo.

 

Ma che pensiero è?

 

Chi, quale magistrato o giudice scriverebbe un atto o una sentenza che affermi che la magistratura abbia consegnato Falcone o Borsellino alla mafia?

 

Nessuno.

 

Neanche un pazzo.

 

Forse lo avrebbero scritto Falcone e Borsellino, per questo se ne sono liberati.

 

Ci furono errori e depistaggi?

 

Sì.


Il caso del falso pentito Scarantino è uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.

 

Per anni ha inquinato la verità sulla strage di via D’Amelio.

 

Questo ha alimentato, legittimamente, la percezione che qualcosa nel sistema abbia fallito in modo drammatico.

 

Ma fallimento, errore, rivalità interna e responsabilità penale sono categorie diverse.

 

Vogliamo essere critici e moralmente corretti?

 

Dire che furono “abbandonati” può essere una lettura politica o morale, grazie all’isolamento interno, alla sottovalutazione del rischio, alle lentezze burocratiche e alle tensioni personali.

 

Dire che furono “traditi dal sistema giudiziario” come fatto provato significa affermare una responsabilità collettiva e intenzionale che, allo stato delle sentenze, non è stata accertata.

 

E questo cambia tutto.

 

Perché è solo "vox  populi".

 

Ma voce di popolo è voce di verità, dicono…

 

La verità più scomoda.

 

Falcone e Borsellino erano dentro lo Stato.

 

Furono uccisi dalla mafia.

 

Operavano in uno Stato imperfetto, conflittuale, attraversato da tensioni politiche e istituzionali.

 

Lo Stato non è un blocco unico.

 

È fatto di uomini.

 

Alcuni coraggiosi.

 

Alcuni mediocri.

 

Alcuni pavidi.

 

Alcuni straordinari.

 

L’isolamento di Falcone è stato riconosciuto anche da molti magistrati che poi ne hanno fatto autocritica.

 

Questo è diverso dal dire che il sistema lo abbia deliberatamente consegnato ai killer.

 

La domanda giusta è un'altra.

 

La domanda non è: “Lo Stato li ha traditi?”

 

La domanda è: “Perché due magistrati simbolo della lotta alla mafia si sono trovati così soli nei momenti cruciali?”

 

Questa è una domanda legittima.

 

Ed è ancora aperta sul piano storico e morale, anche se su quello giudiziario molte verità sono state accertate.

 

Ma alla fine, il risultato, cambia?

 

No, non cambia.

 

Possiamo descrivere tutto con qualsiasi parola, Falcone e Borsellino sono stati ammazzati e potevano essere salvati.

 

Non hanno voluto salvarli.

 

Punto.

 

Questo significa che sei complice.

 

Che sei connivente.

 

Che sei un balordo.

 

Che sei un bastardo.

 

Se vedi un reato e non ti muovi, se vedi uno stupro e non ti muovi, se vedi un atto di bullismo e non reagisci o agisti, sei complice.

 

Fiammetta Borsellino guarda Palermo dalla sua terrazza nel centro storico. Non c’è rancore nelle sue parole, ma una lucidità dolorosa.

 

“Non è questa città che ha ucciso mio padre e Giovanni Falcone.

Sono passati trent’anni e ormai noi familiari delle vittime delle stragi ci siamo rassegnati all’idea che non avremo mai una verità giudiziaria.

Perché nessuno ha voluto guardare dove si doveva guardare fin dall’inizio, dentro quel palazzo di giustizia, che mio padre chiamava un covo di vipere. Lui e Falcone, soprattutto nell’ultimo anno della loro vita, ne erano pienamente consapevoli”.

 

Nel 1992, Fiammetta era poco più che una ragazza.

 

Dopo la strage di Capaci, ricorda che suo padre disse alla moglie: “La mafia ucciderà anche me quando i miei colleghi glielo permetteranno, quando Cosa nostra avrà la certezza che sono rimasto davvero solo”.

 

È andata così?

 

“Senza dubbio. C’è stata la mano armata di Cosa nostra, certo. Ma c’è stato anche chi a quella mano ha spianato la strada, consegnando le teste di Falcone e Borsellino su un piatto d’argento. Quella convergenza di interessi di cui parlava Falcone. Oggi, da figlia, sono consapevole che mio padre è morto perché è stato abbandonato dai suoi colleghi”.

 

Un magistrato che combatte la mafia e viene lasciato solo è un magistrato condannato.

 

Fiammetta ricorda anche un altro dettaglio amaro, finché in famiglia hanno taciuto, il salone di casa era pieno di presunti amici del padre, pronti a dispensare parole e racconti alla madre, a parlare di giustizia e ideali. Ma quando lei ha iniziato a dichiarare pubblicamente che le responsabilità delle stragi di Capaci e via D’Amelio non erano solo mafiose, bensì articolate su più livelli, allora è calato il silenzio.

 

Da quel momento, sono rimasti soli.

 

Donna Fiammetta concludendo un’intervista al vetriolo, si legge nel web, disse: “Ho assistito a decine di testimonianze di magistrati, avvocati, investigatori, una sfilata di reticenza, di “non ricordo” di fatti che avrebbero dovuto segnare anche le loro vite. Una cosa, dal punto di vista umano, veramente inaccettabile, misera, pietosa. Dall’aula della corte d’assise di Caltanissetta sarei potuta uscire con un sentimento umano diverso se solo avessi percepito una disponibilità alla ricerca della verità che non ho visto”.

 

Ma, ci rendiamo conto di quello che disse Fiammetta, oppure no?

 

Perché dobbiamo girarci intorno?

 

Ha parlato di reticenze.

 

Di “non ricordo”.

 

Di silenzi.

 

Non di errori tecnici.

 

Non di divergenze interpretative.

 

Di silenzi.

 

In un’aula di giustizia.

 

Quando una figlia che ha perso il padre in una strage di Stato percepisce che non c’è una reale tensione verso la verità, il problema non è più solo giudiziario. È morale.

 

È istituzionale.

 

È sistemico.

 

La magistratura italiana ha avuto uomini straordinari, eroi civili che hanno pagato con la vita.

 

Ma accanto a loro è esistita, e forse esiste ancora, una zona grigia fatta di rivalità, correnti, ambizioni, carriere, logiche interne che nulla hanno a che fare con la giustizia come valore.

 

Il punto non è accusare “la magistratura” in blocco.

 

Il punto è interrogarsi su un sistema che protegge sé stesso prima di cercare la verità?

 

Si, perché tollera omissioni senza conseguenze?

 

Perché accetta il “non ricordo” su snodi storici cruciali?

 

Perché non ha mai davvero fatto piena autocritica?

 

Quando Falcone parlava di “convergenze di interessi”, non parlava solo di mafia.

 

Parlava di potere.

 

E il potere, in Italia, non è mai monocromatico.

 

Se per trent’anni le famiglie delle vittime delle stragi chiedono ancora verità, significa che qualcosa non ha funzionato.

 

Se una figlia esce da un’aula giudiziaria con amarezza invece che con rispetto per lo sforzo dello Stato, significa che quella fiducia è stata incrinata.

 

La magistratura è un pilastro della democrazia.

 

Proprio per questo non può sottrarsi alla critica.

 

Non può rifugiarsi dietro l’autoreferenzialità.

 

Non può liquidare le domande come fastidio.

 

Non può considerare la memoria delle stragi un capitolo chiuso.

 

Perché quando la verità non viene cercata con determinazione, si crea un vuoto.


E nel vuoto prosperano sospetti, sfiducia, delegittimazione.

 

E questo è un danno enorme per lo Stato.

 

La vera difesa della magistratura non è negare le sue ombre.


È avere il coraggio di illuminarle.

 

Solo così si onora davvero la memoria di Falcone, Borsellino e di tutte le vittime.

 

Ma, su corsa stavano indagando, realmente, Falcone e Borsellino per essere stati puniti così fortemente?

 

Ufficialmente, Cosa nostra.

 

Storicamente, molto di più.

 

Falcone aveva già colpito al cuore Cosa nostra con il Maxi Processo di Palermo.


Dopo quella fase, la sua attenzione si stava spostando su flussi finanziari internazionali, riciclaggio, rapporti tra mafia e imprenditoria e connessioni con ambienti istituzionali.

 

Falcone era letteralmente ossessionato dal denaro, non solo dalle armi.


Seguire i soldi significava arrivare ai livelli superiori.

 

Ma, scusate, mafia, stato, politica, servizi, cos’altro può esserci di “superiore” a tutto questo?

 

Negli anni successivi alla morte dei due magistrati emergerà il processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-mafia, che ha ipotizzato interlocuzioni tra apparati dello Stato e vertici mafiosi dopo le stragi.

 

Diversi atti e dichiarazioni successive indicano che le indagini stavano toccando canali politici nazionali, sistemi di protezione istituzionale e referenti romani di Cosa nostra.

 

Proprio Borsellino, nei 57 giorni tra Capaci e via D’Amelio, sembra aver intuito qualcosa di enorme.

 

Di disastroso.

 

Di fuori portata nazionale.

 

Secondo diverse ricostruzioni dopo la strage di Capaci vi sarebbero stati contatti tra ufficiali del ROS e ambienti mafiosi.

 

Borsellino ne sarebbe venuto a conoscenza ne sarebbe stato turbato e il suo comportamento negli ultimi giorni viene descritto come quello di un uomo che aveva capito di essere isolato.

 

Però…

 

C’è un altro filone spesso poco discusso, l’indagine su grandi appalti pubblici e intrecci mafia-imprenditoria nazionale.

 

Alcuni documenti parlano di un “rapporto mafia-appalti” redatto dai Carabinieri del ROS.

 

Quel dossier avrebbe delineato un sistema di spartizione che andava oltre la Sicilia.

 

Forse oltre l’Italia.

 

I SERVIZI E LE ZONE GRIGIE.

Alcuni elementi processuali e testimonianze hanno fatto emergere “presenze anomale” nei giorni delle stragi, sparizione dell’agenda rossa di Borsellino e depistaggi nelle indagini su via D’Amelio.

Il depistaggio è oggi un fatto accertato in sentenza per quanto riguarda le false dichiarazioni del cosiddetto “pentito” Scarantino.

Questo significa che qualcuno ha volontariamente inquinato la ricerca della verità.

Perché?

 

COSA SIGNIFICA “OLTRE QUELLO CHE SI SA”?

Non esistono prove definitive che Falcone e Borsellino stessero indagando su un “grande segreto unico”.

Ma esistono elementi concreti che indicano che stavano andando oltre la mafia militare, stavano toccando interessi economici nazionali e internazionali, stavano intercettando relazioni tra poteri criminali e parti dello Stato e avevano compreso l’esistenza di convergenze di interessi.

Falcone parlava di “menti raffinatissime”.

Cazzo, “menti raffinatissime”.

La mafia uccide quando è sotto attacco diretto, quando deve ristabilire potere oppure quando interessi convergenti rendono conveniente eliminare qualcuno

Le sentenze definitive attribuiscono le stragi a Cosa nostra.

Ma la storia giudiziaria ha dimostrato che le indagini iniziali furono inquinate e che il contesto era più complesso del semplice atto mafioso.

Cosa nostra fu solo il garzone di bottega.

Falcone e Borsellino erano andato oltre la mafia armata, stavano entrando nel sistema di potere, quello vero.

Ed è lì che la loro azione diventa storicamente esplosiva.

Quando si parla di un sistema di spartizione che andava oltre la Sicilia, cosa significa?

Quando si parla di “sistema di potere”, non si intende un’entità segreta unica, ma l’insieme delle relazioni tra vertici di Cosa nostra, imprenditoria nazionale, ambienti politici, settori deviati o opachi delle istituzioni e circuiti finanziari.

Falcone, soprattutto dopo il Maxi Processo, aveva compreso che la mafia non è solo organizzazione militare, ma sistema economico-finanziario e relazionale.

Negli ultimi anni stava lavorando su flussi finanziari internazionali, riciclaggio, conti esteri, connessioni bancarie, mafia e grandi appalti.

Il cosiddetto rapporto “mafia-appalti” del ROS evidenziava un sistema di spartizione che andava oltre la Sicilia.

E i referenti politici?

Le indagini successive degli anni ’90 dimostreranno l’esistenza di rapporti stabili tra Cosa nostra e settori della politica.

Infine, possibili interlocuzioni post-stragi.

Il processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia” ha ricostruito contatti tra ufficiali del ROS e Vito Ciancimino dopo Capaci.

Il quadro giudiziario è complesso e in parte ridimensionato in appello e Cassazione, ma l’esistenza di contatti è un fatto storico.

Tuttavia, non si può andare oltre, Falcone è Morto.

Borsellino è morto.

Dopo di loro, il nulla cosmico.

 

Quindi “sistema di potere” significa l’area di intersezione tra criminalità organizzata, economia e politica.

 

Non una cabina di regia unica dimostrata, ma una zona grigia di convergenze.

 

E le “Menti raffinatissime”: chi erano?

L’espressione fu usata da Giovanni Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura (1989).

 

Non indicò nomi.

 

Disse che dietro quell’azione potevano esserci “menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia”.

 

Non parlò genericamente di Cosa nostra.

 

Parlò di qualcosa di più sofisticato.

 

Chi erano?

 

Non esiste una sentenza che identifichi formalmente queste “menti”.

 

Nel dibattito storico-giudiziario si è ipotizzato che potessero riferirsi a soggetti esterni a Cosa nostra, ad ambienti istituzionali deviati, a reti di intelligence opache e a centri di interesse politico-economico.

 

Ma nessuna sentenza definitiva ha stabilito identità precise.

 

Perfetto, questo volevano.

 

Che tutto finisse con la morte di falcone e Borsellino.

 

Ma volevano chi?

 

Beh, Falcone lasciò una brutta eredità a Borsellino.

 

Giovanni Falcone lavorava anche su piste internazionali.

 

Non era un magistrato “solo siciliano”, fu tra i primi in Italia a capire che la mafia era una rete globale.

 

Falcone collaborò strettamente con le autorità americane (FBI e magistratura federale) nei procedimenti contro le famiglie mafiose italo-americane.

 

In particolare nelle connessioni tra Cosa nostra siciliana e mafia newyorkese, il traffico internazionale di eroina (la cosiddetta “Pizza Connection”) e i flussi di denaro tra USA e Sicilia.

 

Il maxiprocesso negli Stati Uniti noto come Pizza Connection Trial fu strettamente collegato alle indagini palermitane.

 

Falcone fu uno dei primi magistrati italiani a lavorare in cooperazione giudiziaria stabile con gli USA.

 

Questo dava fastidio anche a certi americani.

 

Un fronte fondamentale era il riciclaggio.

 

Falcone indagava su conti bancari svizzeri, società di copertura e trasferimenti di capitali mafiosi all’estero.

 

Capì che per colpire la mafia bisognava seguire il denaro nei paradisi finanziari, non solo arrestare i killer.

 

Francia, Germania e Inghilterra erano snodi logistici del traffico di droga e del riciclaggio.

 

Cosa nostra non era confinata alla Sicilia, aveva basi operative e finanziarie in diversi Paesi europei.

 

L’America Latina… Le rotte della cocaina e i collegamenti con cartelli sudamericani erano oggetto di cooperazione investigativa internazionale negli ultimi anni della sua attività.

 

Questo passaggio è importante, Falcone non stava più solo facendo indagini locali, ma costruendo un sistema antimafia nazionale e internazionale.

 

Falcone andava fermato.

 

Borsellino, il suo amico ed erede, andava fermato.

 

Perché questo era pericoloso?

 

Perché colpire il traffico internazionale significava colpire enormi interessi economici.

 

Seguire i flussi bancari toccava ambienti finanziari.

 

Centralizzare le indagini rompeva equilibri interni alla magistratura.

 

La cooperazione internazionale aumentava la capacità investigativa dello Stato.

 

Falcone stava trasformando l’antimafia da azione locale a sistema globale.

 

Doveva morire e con lui, Borsellino.

 

Ma con tutto quel ben di Dio di indagini, appunti e nomi, e contesti e legami e rapporti, perché dopo la loro morte nessuno ha mai più toccato punti così alti e non è arrivano a dama?

 

A quella dama?

 

Dopo le stragi del 1992 nasce la Direzione Nazionale Antimafia (progetto voluto da Falcone).

 

Vengono rafforzate le Direzioni Distrettuali Antimafia, vengono arrestati Riina, Brusca, Bagarella, Provenzano e si celebrano nuovi maxi-processi, quindi si sviluppano indagini patrimoniali molto più incisive.

 

Quindi sul piano repressivo contro Cosa nostra il lavoro è proseguito eccome, ma, siamo sicuri che era solo quello il piano di Falcone e di Borsellino?

 

No, c’è qualcosa che non va.

 

Ma perché rimane la sensazione di “incompiuto”?

 

Per tre ragioni principali.

 

Il livello “sistemico” è stato unico e irripetibile.

 

Falcone e Borsellino stavano colpendo le relazioni mafia-politica, i flussi finanziari internazionali, i grandi appalti e le zone grigie istituzionali.

 

Colpire il vertice militare è una cosa.

 

Smontare un sistema di relazioni è molto più complesso.

 

Molti di quei filoni si sono frammentati, rallentati, o dispersi tra uffici diversi.

 

Poi i falsi, ogni depistaggio spezza continuità investigativa.

 

Falcone e Borsellino avevano una visione strategica unitaria, una rete internazionale consolidata, una capacità di coordinamento rara.

 

Non è semplice sostituire figure con quel livello di competenza e autorevolezza.

 

Inoltre la magistratura non è un blocco monolitico, esistono correnti, conflitti interni e competenze frammentate.

 

Il loro metodo era fortemente centralizzatore e innovativo.

 

Non tutti lo condividevano.

 

Allora abbiamo ragione noi, qualcosa si è fermato.

 

C’è stata volontà di fermarsi?

 

Qui bisogna essere rigorosi.

 

Non esiste una prova giudiziaria che dimostri un blocco deliberato e coordinato per non proseguire le indagini.

 

Ma guarda un po'…

 

Ma è vero che alcune piste non sono state approfondite subito, alcune responsabilità politiche sono emerse solo anni dopo e il processo sulla trattativa ha avuto esiti complessi e controversi.

 

Il risultato è una verità giudiziaria parziale e una verità storica ancora dibattuta.

 

Quindi con la diplomazia si salvano capre e cavoli.

 

Un altro elemento: il 1992!

 

Il 1992 non era solo l’anno delle stragi.

 

Era l’anno di Tangentopoli, del crollo dei partiti tradizionali, la fine della Prima Repubblica e del riassetto dei poteri economici.

 

In un momento di trasformazione sistemica, alcune linee investigative possono perdere priorità o forza.

 

Il quadro è più chiaro?

 

Dopo la loro morte, la repressione su carta è stata forte.

 

La trasformazione strutturale del sistema di potere è molto più lenta.

 

In conclusione, la questione delle responsabilità oggettive della magistratura (e dei magistrati) nella morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è complessa e ancora oggi oggetto di analisi, discussione e inchieste, anche giudiziarie.

 

Non si può parlare, nella maggior parte dei casi, di responsabilità penali dirette, ma piuttosto di responsabilità istituzionali, omissioni, inerzie, boicottaggi e in alcuni casi anche di comportamenti ambigui o collusivi.

 

Vorremmo, con serenità esporre, sempre a modo nostro, i principali elementi che emergono chiari sul piano delle "responsabilità oggettive" della magistratura come ad esempio l'isolamento istituzionale e boicottaggio interno.

 

Perché l’isolamento fu boicottaggio, e non è una bella parola.

 

Falcone proprio, in particolare, fu "ostacolato" da alcuni colleghi della stessa magistratura, sia a Palermo sia al CSM.

 

Ostacolato, non è una bella parola.

 

Però quando senti parlare certi “papaveri” ascolti che l’impressione di ostacolo o di resistenza interna è comunque reale, ma non necessariamente sinonimo di volontà di danneggiare Falcone; piuttosto riflette il contesto conservatore e la diffidenza verso metodi nuovi o innovativi nel pool antimafia.

 

Che pagliacciata.

 

La sua candidatura alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo nel 1988 venne affossata, nonostante la sua esperienza nel pool antimafia.

 

Venne affossata, non è un bel pensiero.

 

Gli fu preferito Antonino Meli, meno esperto, che smantellò il metodo di lavoro del pool.

 

Quindi Antonino Meli, meno esperto, smantellò il metodo di lavoro del pool.

 

Certo, non ci sono prove concrete che ci fosse un piano coordinato di “boicottaggio”: molte fonti indicano che si trattò di valutazioni interne, preferenze personali e dinamiche istituzionali.

 

Ma di che cazzo vogliamo parlare?

 

Ma davvero fate?


E il CSM?

 

Il Consiglio Superiore della Magistratura fu complice “doloso” di questo boicottaggio, negando a Falcone quel ruolo a parere nostro, cruciale!

 

E a Borsellino, dopo la morte di Falcone, non vennero fornite le adeguate misure di sicurezza e gli strumenti per continuare le indagini avviate da Falcone.

 

Valutiamo i conflitti interni alla magistratura.

 

La cultura dell’invidia e della competizione in magistratura, insieme a una certa avversione verso magistrati “mediatici” o “carismatici”, giocò un ruolo principale nel rendere Falcone e Borsellino bersagli più vulnerabili.

 

In Italia siamo maestri dell'arrivismo.

 

Ricordiamolo, vennero accusati ingiustamente da alcuni colleghi (come Giancarlo Caselli e Antonino Caponnetto) di essere "troppo vicini" al potere politico, cosa che li isolò ulteriormente.

 

l mancato sostegno del CSM e delle istituzioni giudiziarie fu cruciale, questo probabilmente è ciò che si denuncia oggi perché l'omissione, il solo "non" fare non è scusabile.

 

Dopo il fallito attentato all’Addaura (1989), Falcone segnalò l’ipotesi di una "regia occulta interna", ma nessuna seria indagine interna fu promossa.

 

Mi domando e vi domandiamo, come mai?

 

Perché la verità è una e una sola rimane.

 

Mai nessuno, fra i tanti grandi esperti, ha detto quella verità evidente e indicibile, muoiono quando spingono il naso oltre i confini delle loro indagini.

 

I “santuari” che proteggevano certi segreti non gradivano intrusioni.

 

E molti, pur sapendo, fanno finta di ignorare la vera storia.

 

E il resto sono solo parole di collusione e di scuse fatte bene.

 

Fiammetta ha ragione, così come hanno ragione tutti gli italiani che si sono rotti i coglioni di essere trattati da imbecilli.

 

Molti di voi sanno molto, altri poco, altri pochissimo altri ancora troppo!

 

Per capire l’angolo d’azione delle morti di Falcone e Borsellino, basterebbe leggere un libro, ad esempio quello scritto da “Gian Trepp” dal titolo “Swiss Connection” pubblicato il 1° gennaio 1999 dalla Heyne Verlag, una nota casa editrice tedesca, parte del gruppo Penguin Random House.

 

Questo maledetto 1999…

 

Cosa racconta Gian Trepp?

 

Gian Trepp parla di Carla Del Ponte (nata nel 1947), una nota magistrata e diplomatica svizzera, celebre per il suo ruolo di procuratrice capo del Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY) dal 1999 al 2007, indagando sui crimini di guerra.

 

Nota come "Carlina la peste" per la sua determinazione, pensate, ha collaborato con Giovanni Falcone contro la mafia e ha servito come ambasciatrice in Argentina e ancora come Membro della Commissione d'inchiesta dell'ONU sulla Siria dal 2012. 

 

Che stranezza direte….

 

Invece la realtà è che la mafia siciliana fa parte del sistema.

 

È solo uno dei bracci operativi del sistema.

 

I suoi ingenti capitali “non olet” al riparo dentro i forzieri svizzeri, gli danno peso.

 

Vespasiano pronunciò questa frase per giustificare l'imposta sull'urina, meglio.

 

La sua captazione risale al 1943, e da allora, diciamolo, fa parte dei governi.

 

Riina ebbe ad affermare esagerando che "lo Stato siamo noi".

 

Poi fu più moderato al suo processo quando stizzito dalle accuse rispose alla Corte che la mafia eseguiva ordini di una “Entità” ben più al di sopra di cosa nostra.

 

La stessa “Entità” che dominava i nostri Servizi di sicurezza fin dal trattato di Parigi firmato da De Gasperi.

 

Entità….

 

Insomma la mafia esiste perché fa comodo non certo agli Italiani e al popolo Siciliano che ha pagato a caro prezzo la sua, diciamo, istituzionalizzazione.

 

Pensate, non ne parla mai nessuno ma Carla Del Ponte il 21 giugno 1989, mentre indaga con Falcone, sfugge, solo grazie a una provvidenziale serie di circostanze, - a un attentato nella casa di Palermo di Giovanni Falcone, nelle cui vicinanze era stato nascosto dell'esplosivo.

 

Quante cose non si sanno, eh?

 

Tipo lo scandalo Fi.Mo/Banca Albis, istituto controllato dalla finanziaria Fi.Mo, diventata Adamas Bank.

 

La Fi.Mo, finanziaria svizzera, è stata coinvolta in indagini in Italia che hanno dimostrato il passaggio di denaro proveniente dalla mafia italiana e tangenti (centrale svizzera Eni) attraverso i conti e i corrieri di questo gruppo finanziario.

 

Durante l'inchiesta Mani Pulite, emerse che attraverso la Fi.Mo erano transitate parti delle tangenti destinate a politici italiani, incluse quelle legate al caso Enimont.

 

E Falcone lo sapeva, infatti indagava…

 

Però, questo maledetto però, Gian Trepp nel suo libro evidenzia le contraddizioni tra l’immagine pubblica di magistrato "duro contro la criminalità" e il suo approccio collaborativo con i pubblici ministeri italiani che, sempre secondo l’autore, è servito a “gestire” piuttosto che denunciare, le attività bancarie illecite.

 

E qui si apre un nuovo mondo!

 

Gian Trepp, nato nel 1947 e stranamente ancora vivo, ha studiato economia a Zurigo, è giornalista e autore e da molti anni pubblica articoli sulla piazza finanziaria svizzera e sulla sua storia.

 

Nel suo libro sono stati ricostruiti i canali segreti attraverso i quali miliardi di dollari provenienti da corruzione, traffico di droga ed evasione fiscale scorrono attraverso la Svizzera.

 

Un'indagine meticolosa sui personaggi più influenti di un settore che privilegia la discrezione su ogni altra cosa.

 

Gian Trepp dedica un capitolo controverso all'ascesa di Carla Del Ponte, sollevando dubbi sulla sua condotta durante l'inchiesta sulla Fi.Mo.

 

Cazzo! 

 

Ma nessuno, nessuno in Italia ha mai letto, ne solo saputo dell’esistenza, di questo libro!

 

Come mai?

 

Gian Trepp accusa principalmente Carla Del Ponte in riferimento al decreto con cui scagionò la finanziaria Fi.Mo. di Chiasso e il suo vicedirettore, Enzo Coltamai, dall'accusa di riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico. Secondo Trepp, questa decisione avrebbe interrotto filoni d'indagine cruciali proprio mentre la società era indicata come un centro nevralgico del denaro sporco.

 

Povero Falcone, a quanto pare, il libro è uscito dopo la sua morte e da ciò che emerge, magari aveva ospitato in casa una serpe, un ingranaggio del meccanismo mafioso che voleva distruggere …

 

Gian Trepp analizza il suo "enigmatico successo" (rätselvollen Aufstieg), ipotizzando che la sua ascesa ai vertici della magistratura federale e internazionale sia stata favorita dalla sua capacità di “gestire casi scottanti” senza destabilizzare eccessivamente il sistema finanziario elvetico.

 

Il decreto contestato da Gian Trepp, non luogo a procedere (proscioglimento) emesso da Carla Del Ponte nel luglio 1991 a carico di Enzo Coltamai, permise alla Fi.Mo di continuare a operare ancora per un certo periodo, prima che nuovi scandali (come l'affare Enimont in Italia) la travolgessero definitivamente.

 

Per i critici, fu proprio questo "passaggio morbido" a favorire la successiva ascesa di Carla Del Ponte a Berna come Procuratrice federale.

 

Ottenere oggi una copia integrale del decreto di proscioglimento del 1991 non è un'operazione immediata, trattandosi di un atto giudiziario risalente a oltre trent'anni fa e protetto dalle normative svizzere sulla privacy e sull'accesso agli atti.

 

In Svizzera, gli atti dei processi penali conclusi vengono trasferiti negli archivi di Stato dopo un certo numero di anni.

 

Perc hi fosse interessato, l’atto potrebbe essere conservato presso l’Archivio di Stato del Cantone Ticino (ASTi), il luogo fisico dove vengono conservati i fondi storici dei processi civili e penali del Canton Ticino. Poiché il decreto è un atto della Procura, è possibile consultare l'archivio, ma l'accesso a documenti così sensibili può richiedere una motivazione valida (motivi di studio, ricerca storica o interesse giuridico diretto) e l'autorizzazione specifica del Cancelliere dello Stato.

 

Spesso però, questi documenti possono essere consultati solo sul posto presso l'Archivio di Stato a Bellinzona, senza possibilità di farne fotocopie integrali se non per fini accreditati.

 

Però, chissà…

 

Intanto, per concludere, vi lasciamo una traccia a modo nostro.

 

Le "Menti Raffinatissime" e la Massoneria: Dopo il fallito attentato all'Addaura (1989), Giovanni Falcone parlò di "menti raffinatissime" che guidavano la mafia, riferendosi a centri di potere esterni a Cosa Nostra. Le indagini successive hanno ipotizzato un ruolo della massoneria deviata e di settori infedeli dei servizi segreti come collante tra criminalità organizzata e interessi politici.

 

La Pista Svizzera e la Fi.mo: Falcone fu uno dei primi a seguire il "seguite il denaro" (follow the money) fino in Svizzera. Collaborò strettamente con Carla Del Ponte proprio per tracciare i capitali che transitavano attraverso finanziarie come la Fi.mo di Chiasso. Il sospetto era che queste strutture non servissero solo alla mafia, ma fossero casseforti per un sistema di potere integrato (politica-affari-massoneria).


Gladio e l'Omicidio Mattarella: Poco prima di morire, Falcone stava indagando sui "delitti politici" siciliani, come quello di Piersanti Mattarella. Aveva intuito un legame tra l'eversione di destra (Fioravanti), la mafia e strutture paramilitari come Gladio. Si ipotizza che la sua scoperta di questi intrecci "ibridi" sia stata una delle cause principali della sua eliminazione.

 

Paolo Borsellino e l'Agenda Rossa: Dopo la morte di Falcone, Borsellino accelerò le indagini proprio sui flussi finanziari e sui mandanti occulti. Testimonianze recenti (come quelle del Gran Maestro Di Bernardo) e inchieste giudiziarie hanno esplorato l'ombra di un "procuratore massone coperto" e di influenze massoniche che avrebbero ostacolato le indagini sulla strage di Via D'Amelio.

 

Il Ruolo dei Servizi Segreti: Inchieste recenti, come "Ndrangheta Stragista", suggeriscono che le stragi del '92 non furono solo una ritorsione mafiosa al Maxiprocesso, ma parte di un progetto di destabilizzazione più ampio concordato con settori della massoneria e dei servizi deviati per rinegoziare gli equilibri di potere in Italia. 

 

Ricordatevi questo, l’affossamento e gli ostacoli italiani di Falcone sono niente a confronto delle sue intuizioni.

 

Alcuni filoni sulla finanza svizzera e sulla massoneria, infatti, risulta dalla storia che non siano mai stati archiviati ma neanche approfonditi a sufficienza dalle magistrature successive…

 

Eppure, c’è tutta un'altra storia da raccontare, ma non siete ancora pronti …

 

Sparpajateve...


i Magistrati Falcone, Borsellino e Caponnetto ...
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