Serve una politica adulta.
- oposservatoriopoli
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Il problema non è l’assenza di idee.
È l’assenza di volontà nel trasformarle in priorità.
La sinistra deve tornare a occuparsi di lavoro e produzione, non solo di narrazione.
La destra deve passare dalla retorica della rottura alla responsabilità della riforma.
Finché questo non accadrà, resteremo in un equilibrio sterile, opposizioni deboli, maggioranze prudenti, cittadini sfiduciati.
E un Paese che galleggia non è un Paese che cresce.
La politica, oggi, non deve vincere l’ennesimo ciclo elettorale.
Deve decidere se vuole ancora guidare il futuro o limitarsi a commentarlo.
La condizione europea, vincolo o alibi?
E poi c’è il convitato di pietra che nessuno vuole affrontare fino in fondo: l’Europa.
O meglio, la nostra collocazione dentro l’Unione europea.
Da trent’anni la politica italiana usa Bruxelles in due modi opposti ma complementari, quando governa, come scudo (“ce lo chiede l’Europa”); quando è all’opposizione, come bersaglio (“ce lo impone l’Europa”).
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso, la deresponsabilizzazione.
Il nodo vero è sovranità limitata o l’incapacità nazionale?
I vincoli europei esistono, regole di bilancio, disciplina sugli aiuti di Stato, parametri su deficit e debito e concorrenza interna.
Ma il punto non è la loro esistenza.
punto è come li usi.
Francia e Germania piegano le regole con negoziazioni politiche forti.
Noi spesso le subiamo perché arriviamo al tavolo senza una strategia industriale credibile.
Non si tratta di uscire dall’Europa.
Si tratta di smettere di starci da comprimari.
E poi la croce: il debito pubblico.
La zavorra permanente.
L’Italia ha un debito enorme.
Questo significa margini di spesa ridotti, mercati finanziari sempre pronti a reagire e necessità di credibilità costante.
Qui cade tanto la sinistra quanto la destra.
La sinistra tende a promettere redistribuzione senza dire dove tagliare.
La destra promette meno tasse senza spiegare cosa ridurre strutturalmente.
Ma in un contesto europeo rigido, senza crescita vera, ogni promessa è fragile.
Il rischio reale è l’emarginalizzazione.
Il problema non è l’austerità.
È l’irrilevanza.
Se l’Italia non diventa centrale su energia, industria e geopolitica mediterranea, diventa periferia amministrata.
La transizione ecologica è stata scritta altrove.Le regole sull’automotive le subiamo.
La politica migratoria è un compromesso permanente.
E mentre discutiamo di slogan interni, il baricentro decisionale si sposta.
La via d’uscita non è lo scontro ideologico.
Non serve urlare contro Bruxelles.
Serve capacità negoziale, compattezza nazionale e visione economica.
Tre mosse concrete, costruire alleanze strategiche stabili, non variabili a seconda della maggioranza del momento.
Usare il peso industriale italiano come leva, invece di difenderlo solo a crisi aperta.
Riformare internamente ciò che possiamo riformare, senza aspettare l’ok esterno per ogni cosa.
La verità scomoda.
L’Europa non è la nostra maledizione.
È lo specchio delle nostre debolezze strutturali.
Se un Paese non cresce da vent’anni, non è solo colpa dei trattati.
È anche responsabilità della sua classe dirigente.
Finché continueremo a usare l’Europa come scusa o come nemico retorico, resteremo in mezzo, troppo integrati per ribellarci, troppo fragili per guidare.
E in politica internazionale, chi non guida viene guidato.
Chiudiamo toccando il nervo scoperto.
Il famoso nervo scoperto della storia italiana.
E va affrontato senza romanticismi.
Sì, l’Italia è uno Stato relativamente giovane, nasce nel 1861 come Proclamazione del Regno d'Italia.
Prima c’erano ducati, regni, stati pontifici, domini stranieri.
Non una nazione unita, ma un mosaico di identità locali.
Ma,attenzione, sentire dire che “ci hanno messi insieme per forza” è solo metà della verità.
Sarebbe peggio dirla tutta.
Il processo del Risorgimento è stato anche un progetto politico e culturale sostenuto da élite e movimenti popolari.
Non è stato solo un incollaggio artificiale.
Il problema è che l’unità politica non ha mai coinciso davvero con un’unità sociale profonda.
E il Risorgimento, ha fallito.
20 regioni, 20 identità.
20 tribu.
Oggi abbiamo 20 regioni, isole comprese, con differenze economiche, linguistiche, culturali e amministrative.
Ma questo non è un unicum italiano.
Anche la Germania è stata unificata tardi e ha forti identità regionali.
La Spagna è attraversata da tensioni territoriali continue.
Eppure restano Stati funzionali.
La differenza sta nella costruzione del senso civico.
O forse perché erano regni.
Veri.
Con Re e Imperatori.
Veri.
“Siamo socievoli ma non sociali”.
Qui tocchiamo un punto più culturale che storico.
L’Italia ha una fortissima dimensione relazionale, famiglia, cerchia, rete personale.
Ma fatica sul piano dell’istituzione impersonale.
Ci fidiamo del parente, dell’amico, del conoscente.
Ci fidiamo meno dello Stato, dell’istituzione, della regola astratta.
Non è tribalismo biologico.
È storia di frammentazione, dominazioni straniere, Stato percepito come esterno.
In realtà, non ci fidiamo di nessuno.
Il vero nodo è lo Stato percepito come “altro”.
Per secoli lo Stato non è stato “nostro”.
Era austriaco, borbonico, pontificio e sabaudo.
Mecojoni…
L’identificazione civica si costruisce nel tempo.
E noi abbiamo avuto, in ordine sparso, guerre mondiali, inquisizione, Stato Pontificio, Prima Repubblica, fascismo, guerra civile, ricostruzione accelerata e boom economico disomogeneo.
Poi tutto il resto.
Non esattamente un percorso lineare di consolidamento identitario.
Ma attenzione alla trappola culturale.
Dire “non abbiamo nulla in comune” è pericolosamente riduttivo.
Abbiamo infatti una lingua condivisa (pur con varianti), un sistema giuridico unico, una scuola nazionale, un mercato interno integrato e una cultura diffusa riconoscibile nel mondo.
Il problema non è l’assenza di elementi comuni.
È la debolezza del collante civico.
Ma forse, è meglio dire, avevamo.
Il punto politico oggi.
Il rischio non è la divisione geografica.
È la frammentazione funzionale, Nord produttivo che si sente locomotiva, Sud che si sente lasciato e Centro amministrativo che si sente assediato.
In mezzo, uno Stato che redistribuisce senza riformare.
La domanda vera è…
Il problema è atavico?
In parte sì, le identità locali sono profonde.
È irreversibile?
No.
Le identità non sono statiche.
Si rafforzano o si indeboliscono in base alla crescita economica condivisa, all’equità fiscale percepita, ai servizi pubblici funzionanti alla mobilità sociale reale.
Quando lo Stato funziona, l’identità nazionale cresce.
Quando non funziona, ognuno torna alla propria tribù.
Quindi è irreversibile?
Si.
Il punto finale, senza sconti nè zuccherini…
Non siamo un Paese “condannato”.
Siamo un Paese che non ha ancora completato la costruzione civica iniziata nel 1861.
La questione non è se siamo stati messi insieme.
La questione è se oggi vogliamo restarci per convenienza o per convinzione.
E questa non è una risposta storica.
È una scelta politica.
È una scelta nostra…
Addormimose…
a cura di Mino e Fidias






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