SEPARAZIONE DELLE CARRIERE: e se il problema fosse il CSM?
- oposservatoriopoli
- 14 ore fa
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E se la soluzione fosse "ricomporre" il CSM?
Ma cos’è il CSM?
Il CSM è il Consiglio Superiore della Magistratura.
È l’organo di autogoverno dei magistrati italiani, cosi come previsto dalla Costituzione (art. 104).
Serve, o meglio, servirebbe, a garantire che la magistratura sia indipendente dal potere politico.
Dai, non ridete.
E' cosi.
O meglio, dovrebbe essere cosi...
Ma, in pratica, cosa fa?
Il CSM nomina, assegna e trasferisce i magistrati, decide su promozioni e avanzamenti di carriera, avvia procedimenti disciplinari contro giudici e pubblici ministeri e tutela l’autonomia della magistratura …
Com’è composto?
È formato dal Presidente della Repubblica, che lo presiede, il Primo Presidente è il Procuratore Generale della Cassazione, poi ci sono i Membri eletti dai magistrati (componenti “togati”) ed i Membri eletti dal Parlamento (componenti “laici”).
Serve proprio a evitare che sia il Governo a controllare giudici e PM.
E smettetela di ridere.
Perché si parla di “problema CSM”?
Negli ultimi anni il CSM è stato criticato per le dinamiche correntizie interne (logiche di gruppo tra magistrati), per gli scandali legati a nomine e rapporti con la politica (es. caso Palamara) e per la percezione di politicizzazione …
Per questo alcuni propongono di “riformarlo” o di “ricomporlo”.
Perchè così come è composto c’è più di un cortocircuito.
Quando si parla di “cortocircuito” nel CSM di solito si fa riferimento a zone grigie strutturali, non ad un difetto formale di legittimità.
Anche perché in Italia, per rimanere in tema, da sempre, i reati si commettono a norma di legge, mai violandola.
Sistema delle correnti…
I membri togati sono eletti dai magistrati.
Nel tempo però, si sono formate correnti organizzate, molto simili a partiti interni.
Oppure sono partiti veri e propri?
Questo può generare logiche di appartenenza, scambi di sostegno nelle nomine, percezione di autoreferenzialità e Dio solo cos’altro ancora.
Il rischio percepito dal popolo?
Nessuno.
Quello Costituzionale?
Che la carriera dipende più dagli equilibri interni che dal merito.
Non male per un organismo che si “autogoverna” e che non vuole essere controllato da nessuno.
Ma, a quel punto, chi controlla chi controlla?
E chi controlla, chi controlla chi controlla??
Niente, non ne usciamo.
E voi continuate a ridere.
Dovremmo andare a fiducia ma, in Italia, è assai difficile.
Le “correnti” della magistratura non sono partiti nel senso giuridico, ma nel funzionamento concreto assomigliano molto a partiti interni.
Chi può smentire?
Hanno piattaforme culturali, reti di consenso, leadership informali, capacità di orientare voti.
Specialmente capacità di orientare voti.
Questo di per sé, non è illegittimo.
Oppure si?
In ogni corpo elettivo si formano gruppi.
Il problema però nasce quando la logica di appartenenza prevale sulla valutazione tecnica, quando le nomine diventano frutto di equilibri tra gruppi e quando il merito appare secondario rispetto al posizionamento
Qui non parliamo di reato, ma di dinamica sistemica.
Valutiamo la componente politica.
I membri “laici” sono eletti dal Parlamento.
Questo è previsto per equilibrio democratico, ma crea una tensione, il CSM deve essere indipendente dalla politica ma una parte dei membri è già scelta dalla politica.
Qui nasce il sospetto di influenza indiretta.
E allora cosa dovremmo dire di giudici che nominano altri giudici?
Il CSM decide promozioni e incarichi direttivi.
Se chi decide appartiene allo stesso corpo professionale, si crea un possibile conflitto corporativo, autogoverno sì, ma con rischio di autoreferenzialità.
Rischio?
O certezza?
Qual è il ruolo del Presidente della Repubblica?
È una garanzia istituzionale, ma nella pratica non interviene mai nella gestione quotidiana.
Quindi il controllo politico è limitato, ma quello interno è forte.
Però potrebbe intervenire, nessuno glielo vieterebbe.
Quindi l’attuale “cortocircuito” qual è?
È che la magistratura dev’essere indipendente dalla politica ma non chiusa su sé stessa, autonoma ma anche responsabile.
E bilanciare queste quattro cose, qui da noi, ripetiamolo, è assai complicato.
Quindi il cittadino medio che non conosce il CSM nel dettaglio, magari percepisce l’idea di “magistrati che si autogestiscono” e quindi il vero nodo non è propriamente “emotivo”, va detto di nuovo, è costituzionale.
La Costituzione ha voluto un CSM forte per evitare un controllo politico sui giudici solo a causa dell’esperienza del fascismo.
C’è sempre il fascismo di mezzo.
Sto cazzo de fascismo che dopo ottant'anni ha veramente sfranto e microfratturato l'epidermide del glande...
Ma l’autogoverno produce un paradosso perché se è troppo influenzato dalla politica si compromette l’indipendenza.
Se invece è troppo chiuso internamente allora si crea autoreferenzialità.
L’equilibrio del CSM è instabile per definizione.
Quando diciamo “Chi controlla chi controlla?” tocchiamo un nervo scoperto, un problema classico della teoria dello Stato, ovvero, la regressione infinita del controllo.
In democrazia la risposta chiara non è “qualcuno sopra”, ma un sistema di contrappesi incrociati: il Parlamento elegge i membri laici, il Presidente della Repubblica presiede, la Corte Costituzionale può intervenire e l’opinione pubblica e soprattutto stampa esercitano pressione che a volte fa esplodere il bubbone.
Non è un controllo gerarchico.
È un equilibrio dinamico che si è creato per sopravvivenza.
Si.
Lo sappiamo che abbiamo ragione.
Quindi smettetela di ridere.
Abbiamo ragione soprattutto su di un punto importante, l’autogoverno funziona solo se c’è alta etica istituzionale.
Quando la fiducia sociale è bassa, ogni meccanismo autoregolato appare sospetto.
E in Italia il problema è più culturale che normativo perché c’è bassa fiducia nelle istituzioni, una forte polarizzazione politica e, soprattutto, la memoria di scandali recenti che rimbalzano politicamente da una barricata all’altra.
Il CSM non è “fuori controllo”, ma è percepito come distante.
Molto molto distante.
La questione vera non è abolire l’autogoverno, sarebbe troppo pericoloso.
La questione è come aumentare trasparenza e meritocrazia senza politicizzare il tutto?
Facciamo alcune ipotesi realistiche, quindi criteri più oggettivi e pubblici per le nomine, maggiore tracciabilità delle decisioni, riduzione del peso delle correnti tramite sistemi elettorali diversi e separazione più netta delle funzioni tra giudici e PM.
Eccolo il tema oggi più dibattuto.
“Dovremmo andare a fiducia”?
C’è chi dice: Sì.
C'è Vasco che dice no...
Tutte le democrazie avanzate si reggono su una quota di fiducia perché il diritto da solo non basta.
Ma la fiducia non è cieca ed obbediente, la fiducia si costruisce con trasparenza, responsabilità e cultura istituzionale.
Ci dispiace ma da oltre ottant'anni anni questa trasparenza non c’è.
È inutile girarci attorno, il popolo italiano non si fida.
Anzi, usa la non fiducia per scopi e scontri politici.
E ci riesce benissimo.
Il CSM di per sé non è un sistema marcio ma non è nemmeno un sistema perfetto.
È un equilibrio delicato che funziona bene quando chi lo abita si comporta in modo alto.
No, così proprio non funziona.
Se funziona in base all’umore di chi lo abita allora non funziona.
Il Presidente della Repubblica è “un politico”?
Sì e no.
È eletto dal Parlamento (quindi dalla politica) ma una volta eletto non rappresenta più una maggioranza, bensì l’unità nazionale.
O, almeno, cosi dovrebbe essere.
Ha un mandato lungo (7 anni) proprio per sganciarlo dal ciclo elettorale.
Ma dal quale non si sgancia comunque, non prendiamoci in giro.
Sulla carta è una figura di garanzia, non di governo.
Allora diciamolo che non è neutro in senso “astratto”, ma è costituzionalmente vincolato a esserlo.
Se contravviene, nessuno può farci nulla.
E qui, c'è un altro cortocircuito.
Dannazione...
E le correnti del CSM, sono o non sono politiche?
C’è chi dice che le correnti della magistratura hanno solo “orientamenti culturali” e “sensibilità” che spesso si riflettono nel dibattito pubblico.
Ma attenzione, c’è chi dice che il termine “politico” non significa automaticamente “di partito”.
Le correnti non sono formalmente legate a partiti, anche se talvolta esistono affinità ideologiche, dicono.
Il rischio, però, è quello che stiamo evidenziando, ovvero, che la magistratura venga percepita come un attore politico tra gli altri.
E questo è delicato perché il termine percepito può essere facilmente valutato in “compreso” e c’è grossa differenza.
C’è già la componente politica dentro, anche con i membri scelti dalla politica.
Ed è vero che il CSM ha una componente politica per design costituzionale.
Ma il punto della Costituzione all’origine era questo, evitare il monopolio interno (solo magistrati), evitare il controllo governativo diretto e creare un equilibrio misto.
Solo che il problema è nato quando le correnti interne hanno iniziato a funzionare come partiti, quando la componente laica viene percepita come lottizzata e quando il clima pubblico è polarizzato.
In quel contesto, il sistema CSM appare “politicizzato due volte”, non una...
Qui bisogna distinguere tra disfunzione strutturale e degenerazione pratica.
Strutturalmente, il modello italiano non è un’anomalia, si è vero, molti Paesi europei hanno organi simili ma la differenza la fa la cultura istituzionale, il grado di fiducia pubblica e la trasparenza delle decisioni.
Apposto stiamo...direbbero ad Orgosolo...
È un equilibrio fragile, che funziona solo con forte cultura istituzionale.
E in Italia, con questo parametro, proprio non ci siamo.
Non lo diciamo noi, lo dice il popolo.
Lo dice la storia.
E lo dicono i numeri.
Vogliamo fare i conti della servetta?
Facciamoli allora.
I procedimenti disciplinari aperti al e dal CSM sono numerosi, ma le sanzioni effettive sono poche rispetto alle segnalazioni o alle ingiunzioni disciplinari.
Nel solo 2023, tra 1.800 segnalazioni disciplinari arrivate alla Procura Generale della Cassazione, solo circa il 4,3 % ha portato all’avvio dell’azione disciplinare.
Il CSM ha emesso 68 decisioni disciplinari, di queste, 15 sono state condanne come ad esempio censure, perdite di anzianità, sospensioni o rimozioni, insomma una “scoppoletta sul collo”, né più né meno.
Analizziamo un trend più ampio, con molti più anni di struttura?
Fonti ufficiali degli ultimi anni dimostrano che la maggior parte delle segnalazioni viene archiviata e non si traduce in procedimento.
Che le condanne disciplinari vere e proprie sono numericamente poche rispetto al totale dei magistrati e ai procedimenti avviati.
E inoltre, dati settoriali su casi specifici raccontano una realtà assurda, in più o meno 7 anni di riconoscimenti di ingiuste detenzioni (quindi dal 2019), il numero di magistrati sanzionati disciplinarmente fu estremamente basso, solo 5 su migliaia di casi.
Quindi, ci sono molte segnalazioni e procedimenti disciplinari contro magistrati, che partono da segnalazioni di errori o comportamenti impropri.
Però, molti procedimenti non sfociano in sanzioni perché vengono archiviati, assolti, o chiusi per “scarsa rilevanza”.
E chiudere il cerchio, le condanne vere e proprie, rimozioni, sospensioni, destituzioni… sono relativamente poche, anzi, assenti specialmente se rapportate al numero totale di magistrati e al numero di segnalazioni ricevute.
Volete più numeri?
In Italia operano circa 10.600 magistrati tra giudici (magistrati giudicanti) e pubblici ministeri (PM), ossia, chi svolge funzioni giudicanti e requirenti nel sistema penale e civile.
Questo numero include sia chi giudica nei processi sia chi svolge attività di accusa o investigazione preliminare.
Quante ingiuste detenzioni ci sono state?
I dati disponibili sugli anni recenti e sui periodi più lunghi dicono:
- Dal 2017 a ottobre 2025 ci sono stati almeno 6.485 casi di ingiusta detenzione per i quali lo Stato ha poi pagato un risarcimento.
- Su un periodo più lungo, alcune stime associative indicano fino a circa 32.000 persone coinvolte in errori giudiziari e ingiuste detenzioni tra 1991 e fine 2024, con una media di quasi 960 casi l’anno.
- Nel solo 2024 ci sono state circa 552 riconoscimenti di ingiusta detenzione accolta dalle Corti di appello italiane.
Ma, facciamo attenzione, queste cifre corrette e certificate non includono tutti i casi potenziali (quelli in cui la persona non ha fatto ricorso o non ha ottenuto risarcimento), quindi la realtà potrebbe essere molto più ampia.
32.000, praticamente una strage!
Secondo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, circa 4.400 militari statunitensi sono morti nel conflitto in Iraq (sia combattimenti sia cause non ostili) tra il 2003 e il 2010.
Meno di quante vittime ha fatto la giustizia in Italia.
Tra 1979 e aprile 2024, in Europa (esclusa la Russia) ci sono stati circa 802 morti attribuiti ad attentati di matrice islamista nel periodo storico considerato…
(Questo dato include tutti gli attacchi di terrorismo islamista verificati e attribuiti a gruppi jihadisti o estremisti islamici in vari Paesi europei.)
32.000 “errori giudiziari” solo in Italia.
Secondo l’Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR), oltre 12.000 civili sono stati uccisi in Ucraina dall’inizio dell’invasione.
Questo numero è basato su casi verificati, ma la missione ONU specifica che il totale reale potrebbe essere molto più alto a causa delle difficoltà di verifica in zone di combattimento.
E allora riscriviamolo, 32.000 “errori giudiziari” solo in Italia e non siamo in guerra, cazzo!
Tra 2017 e 2025, lo Stato ha risarcito 6.485 persone per ingiusta detenzione, con oltre 278 milioni di euro spesi.
Dal 2017 al 2024, sono state avviate 89 azioni disciplinari contro magistrati collegati a ingiuste detenzioni.
Di queste solo 9 si sono concluse con una sanzione effettiva, principalmente censura e un trasferimento.
E quindi chi ha pagato?
In Italia ci sono decine di migliaia di magistrati coinvolti quotidianamente nella giustizia.
Il rapporto numerico tra magistrati e casi di ingiusta detenzione esiste, ma non equivale a una “responsabilità diretta” per ogni singolo magistrato e il fatto che molti casi non portino a sanzioni disciplinari contribuisce alla discussione politica sulla responsabilità e sull’efficacia dell’autogoverno della magistratura e quindi del CSM.
Ci vorrebbe un CSM senza magistrati.
Ecco la soluzione...
Sissignori, senza magistrati.
Perché abbiamo l’idea di un CSM “senza magistrati”?
Perché oggi circa due terzi dei membri del CSM sono magistrati eletti dai colleghi e perché le carriere, le nomine, i trasferimenti e le sanzioni disciplinari passano in gran parte attraverso questo organismo.
Ecco perché.
Come potrebbe funzionare un CSM senza magistrati?
Forse molto meglio. Magari no.
Ma non lo possiamo sapere...
Maggiore pluralismo e controllo esterno, con membri provenienti da società civile, accademia, avvocati, giuristi indipendenti.
I magistrati restano parte del sistema, ma non decidono sulle carriere dei colleghi.
Separazione tra governo della magistratura e controllo disciplinare.
Il CSM diventerebbe un organo di supervisione esterno, con poteri di nomina e sanzione basati su criteri trasparenti.
Gli stessi magistrati sarebbero valutati da corpi neutri, riducendo il rischio di favoritismi.
Trasparenza e “accountability”, tutti i procedimenti disciplinari sarebbero pubblici e motivati, con obbligo di giustificazione con l’introduzione di percorsi di responsabilità civile diretta più snelli.
E, soprattutto, percorsi di responsabilità civile diretta.
Come dite?
Bella soluzione?
Intelligente?
Pulita?
Efficace?
Sicuramente.
Ecco perché non lo faranno mai...
Continuate a ridere...e sparpajateve a sblindo...
a cura di Mino e Fidias

gli ermellini, gli alti magistrati









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