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OMICIDIO PECORELLI: ma ste indagini? Chi le fa?

  • oposservatoriopoli
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 11 min

Partiamo dall’inizio.


Quando il Pm è diventato “capo della PG”?

 

Mai.

 

Ma come mai?

 

Si, mai.

 

Il Pm non è mai diventato il capo della Polizia Giudiziaria.


E se oggi sembra il contrario, è solo perché si è creata una distorsione pratica, e non perché la legge sia cambiata.

 

Ma allora come stanno le cose?

 

In Italia la Polizia Giudiziaria dipende “funzionalmente” dal Pubblico Ministero solo ed esclusivamente  per le indagini.

 

È scritto nella Costituzione, articolo 109.

Significa una cosa precisa: quando si indaga su un reato, il Pm coordina l’attività investigativa.

Punto.

 

Il Pm è il titolare dell’azione penale.

 

E la PG ha la possibilità di indagare motu proprio, con accertamenti preliminari ed indagini anche non delegate, ovvero, d’iniziativa.

 

Ma in certi “casi” la PG ha le mani legate, non può agire d’iniziativa, a meno che non voglia interferire o mettersi di traverso con le indagini delegate, ovvero, guidate.

 

Risultato?


In pratica il Pm detta l’agenda, la Polizia esegue, e nessuno controbilancia davvero.

 

Non perché sia scritto così, ma perché il sistema ha smesso di porre limiti chiari.

 

Il cortocircuito è questo, il Pm nasce come garante della legalità, ma rischia di diventare regista unico dell’indagine, senza controllo politico (che non deve esserci) e senza un controllo sostanziale effettivo (che invece dovrebbe esserci).

 

Quindi alla domanda “Quando il Pm è diventato capo della PG?” la risposta secca è: mai per legge, ma di fatto negli ultimi trenta anni!

 

Ora possiamo iniziare.

 

Quando si indaga, si deve accertare, verificare, seguire ogni singola pista, traccia o ferormone, anche se improbabile o impensabile perché l’indizio, la luce, arriva quando meno te lo aspetti, ma solo se hai lavorato bene.

 

Vogliamo creare un trattato asciutto, duro, senza retorica, pensato per chi conosce il peso delle indagini e non per il pubblico da talk show.

 

Nessuna base teorica per una riflessione istituzionale ma solo un discorso chiaro, netto e che sia un paletto dal quale far partire un filo di Arianna che arriva dalla domanda alla verità.

 

Chi, come, dove, quando e il perché dell’accertamento.

 

Indagare non significa cercare una conferma.

 

Indagare significa mettere in discussione ogni ipotesi, soprattutto quella più comoda.

 

Il compito dell’indagine non è dimostrare ciò che si pensa, ma accertare ciò che è accaduto.

 

Tutto il resto è narrazione, quando va bene.

Distorsione, quando va male.

 

Nel metodo investigativo serio non esistono piste “assurde”, “improbabili” o “impensabili” in senso assoluto.

 

Esistono piste verificate e piste scartate dopo verifica.

 

La differenza non è semantica, è giuridica.

 

Una pista ignorata non è una pista falsa, è una falla nell’accertamento.

 

L’indizio, per sua natura, non avvisa.

 

Non arriva in forma ordinata, non rispetta le gerarchie, non segue la logica della verosimiglianza iniziale.

 

Spesso emerge dove non si guarda, quando l’attenzione è già rivolta altrove.

 

È per questo che l’indagine autentica deve mantenere apertura cognitiva fino all’ultimo atto utile.

 

Chi chiude troppo presto non accelera la verità, la compromette.

 

Il principio è noto e codificato: l’indagine deve essere completa, imparziale e orientata all’accertamento dei fatti, non alla conferma di una tesi.

 

Questo discende direttamente dall’obbligatorietà dell’azione penale e dal dovere di lealtà processuale.

 

Non è un’opzione etica.

 

È un obbligo istituzionale.

 

Il ‘chi’ dell’indagine non è il singolo investigatore né il singolo pubblico ministero.

 

È un sistema che coinvolge polizia giudiziaria, magistratura requirente, consulenti tecnici e, in ultima istanza, il giudice.

 

Quando uno solo di questi attori assume un ruolo dominante, l’indagine si sbilancia.

 

Quando il coordinamento diventa direzione assoluta, il rischio è la selezione delle piste invece della loro verifica.

 

Il come è il punto più delicato.

 

Verificare una pista non significa crederle, ma sottoporla a controllo fattuale, documentale, temporale e logico.

 

Ogni pista va interrogata con le stesse domande: è sostenuta da fatti?

 

È compatibile con i dati oggettivi?

 

È smentita da prove certe o solo da valutazioni di opportunità?

L’indagine smette di essere tale quando il “non plausibile” sostituisce il “non provato”.

 

Il dove non è solo il luogo fisico del reato, ma il contesto. Ambientale, relazionale, economico, istituzionale.

 

I fatti non avvengono mai nel vuoto.

 

Ogni omissione di contesto è una mutilazione dell’accertamento.

 

Le grandi deviazioni investigative nascono quasi sempre da contesti ignorati, non da prove mancanti.

 

Il quando è altrettanto cruciale.

 

Ogni indagine ha un tempo fisiologico.

 

Accelerare artificialmente porta a errori.

Prolungare senza necessità porta a logoramento e perdita di tracce.

 

Ma c’è un tempo che non deve mai essere anticipato: quello della conclusione mentale.

 

Quando l’indagine “finisce nella testa” prima che negli atti, tutto ciò che arriva dopo diventa disturbo, non informazione.

 

Il perché è il vero discrimine tra giustizia e potere.

 

Si indaga per accertare la verità dei fatti, non per rispondere a una pressione mediatica, non per rafforzare una carriera, non per stabilizzare una narrazione pubblica.

 

Ogni volta che l’indagine viene piegata ad un fine diverso dall’accertamento, lo Stato perde credibilità, anche se ottiene una condanna.

 

La storia giudiziaria dimostra una costante inquietante, gli errori più gravi non nascono da ciò che è stato fatto, ma da ciò che non è stato fatto.

 

Piste non seguite, testimoni non ascoltati, elementi considerati marginali perché scomodi o destabilizzanti.

 

È lì che si annidano i depistaggi, volontari o sistemici.

 

E qui serve rigore, durezza e chiarezza morale.

 

Niente slogan, niente rabbia scomposta.

 

Questa è la nazione che evita magistralmente le responsabilità istituzionali e parla al Paese ormai da ottant’anni senza mai far capire cosa stia dicendo.

 

Adesso entriamo nello specifico: Mino Pecorelli è stato ucciso.

 

Diciamolo meglio, assassinato, ammazzato senza pietà.

 

E fin qui non ci piove.

 

Ha visto i suoi assassini, ma non può raccontarlo.

 

Per questo il DOVERE di raccontare non è suo.

 

È nostro.

 

È delle istituzioni.

 

È di chi, per legge e mandato costituzionale, indaga e accerta la verità in nome e per conto del popolo italiano.

 

La verità non è un fatto privato, né un’opinione.

 

È un bene pubblico.

 

Quando un omicidio resta senza verità giudiziaria, non fallisce solo un procedimento: fallisce lo Stato.

 

E quando lo Stato fallisce, il popolo sovrano non viene semplicemente deluso, viene impoverito.

 

Ogni delitto senza responsabili produce una perdita collettiva di conoscenza, di fiducia, di dignità civile.

 

Non è il popolo che deve giustificarsi per non sapere.

 

Il popolo attende.

 

I familiari attendono.

 

Attendono perché hanno delegato.

 

Attendono perché pagano.

 

Attendono perché credono, o vorrebbero credere, che esista un ufficio della Repubblica incaricato nel cercare la verità anche quando è scomoda, pericolosa, destabilizzante.

 

Ogni morto ammazzato senza assassino riconosciuto infligge al Paese un colpo silenzioso ma profondo.

 

Non è solo un’ingiustizia verso la vittima e i familiari.

 

È un arretramento dello Stato di diritto.

 

È un passo indietro della democrazia.

 

È un messaggio implicito che dice: non tutto può essere conosciuto, non tutto può essere accertato, non tutto deve essere spiegato.

 

Non riusciamo a spiegarlo?

 

Allora diciamolo chiaramente: non sappiamo fare il nostro lavoro.

O, forse, non vogliamo fare il nostro lavoro.

Meglio: non possiamo fare il nostro lavoro...

 

Questo messaggio non è neutro.

 

Produce assuefazione.

 

Produce rassegnazione.

 

Produce ignoranza istituzionale.

 

E l’ignoranza, quando è sistemica, non è più una mancanza: è una colpa.

 

Il Pubblico Ministero non rappresenta sé stesso, né una carriera, né una narrazione giudiziaria.

 

Rappresenta il popolo italiano.

 

E proprio per questo non ha il diritto di smettere di cercare, di selezionare le verità possibili, di archiviare l’impensabile perché scomodo.

 

Nei casi irrisolti non è la vittima a dover essere archiviata.

 

È l’istituzione che deve rispondere.

 

Perché la sovranità appartiene al popolo, ma la responsabilità della verità appartiene allo Stato.

 

Ed uno Stato che rinuncia alla verità, prima o poi, rinuncia anche alla propria legittimità.

 

Ci sono documenti ancora da acquisire.

 

Ci sono testimoni vivi che non sono mai stati ascoltati o che lo sono stati a metà, fuori tempo massimo, senza protezione, senza continuità.

 

Alcuni così malandati che potrebbero morire ieri.

Porca troia...

 

E poi domani?

 

Domani che si fa?

 

Ci sono archivi da incrociare, atti da rileggere, uffici che potrebbero essere mobilitati in tempi rapidi se solo esistesse una volontà reale di farlo.

 

Nulla di impossibile, nulla di straordinario.

 

Eppure tutto tace.

 

Tutto resta fermo.

 

Ancora una volta.

 

Si procede per archiviazioni successive, una sopra l’altra, come se il tempo potesse sostituire la verità.

 

Si archivia mentre i testimoni muoiono, mentre la memoria si consuma, mentre i documenti diventano irreperibili o inutilizzabili.

Si archivia non perché tutto sia stato verificato, ma perché non si vuole più guardare.

 

Mino è stato ammazzato il 20 marzo 1979.

Oggi siamo al 9 febbraio del 2026... ma non ci vogliamo vergognare?

 

Sono trascorsi 17.128 giorni, 564 mesi, quasi 47 anni, decine di fascicoli, anni di indagini a vuoto, senza mai uscirne.  

 

Veramente... non ci vogliamo vergognare?

 

Neanche un po’?

 

Oggi disponiamo della più ampia e qualificata informatica forense, una disciplina che si occupa di recuperare e analizzare dati da computer, smartphone, tablet e altri dispositivi elettronici per trovare prove utilizzabili in un procedimento penale.

 

Ma anche incrociare dati, fare ricerche, creare aree 3D e ricostruzione delle scene.

 

È una scienza rigorosa che tiene conto di catena di custodia, integrità dei dati e criteri di ammissibilità in tribunale.  

 

Senza parlare OSINT, ovvero, la raccolta delle informazioni da fonti aperte e pubbliche ovvero social network, blog, siti istituzionali, registri pubblici, DNS, Blockchain, rapporti finanziari, lista domini e altre migliaia di fonti.

 

Strumenti “basici” e alla portata di tutti come ShadowDragon o piattaforme moderne come 1TRACE consentono di analizzare e collegare profili social e attività online; ricostruire reti di relazioni o comunicazioni tra persone; monitorare i movimenti su web e dark web di soggetti di interesse; integrare dati di intelligence con mappe e grafici investigativi, rintracciare documenti, incrociarli e analizzarli poi con l’IA ‘superiore’, ovvero, quei programmi riservati alle istituzioni.

Non di certo  Chat-Gpt…

 

Dai, su...davvero dobbiamo suggerirvi noi  che esistono sistemi come …VALCRI, Magnet AXIOM Cyber o Vastav?

 

Sì, lo sappiamo.

 

Oggi esistono strumenti in grado di analizzare, incrociare e modulare quantità di dati tali che a un singolo operatore servirebbero mesi, a volte anni, di lavoro manuale.

In poche ore è possibile ricostruire connessioni, sequenze temporali, relazioni nascoste, percorsi informativi che prima richiedevano squadre intere e tempi incompatibili con l’urgenza della verità.

 

Non vogliamo entrare poi nel merito Sistemi come il BLK3D permettono di ottenere immagini tridimensionali misurabili subito sul posto.

Pensare che con l’augmented reality e la realtà virtuale permettono di sovrapporre dati digitali alla scena reale o di fare ri-analisi investigativa senza alterare l’originale.

 

Queste tecniche consentono di non perdere nulla, nemmeno ciò che si vedrebbe solo da certe angolazioni o sotto certe condizioni di luce.

 

Si potrebbe ricostruire perfettamente ogni singola scena del crimine a distanza di anni, con una minuziosità quasi imbarazzante …

 

Ma costa.

 

Eh sì, questa “roba” non si trova al mercato.

E non si trova a buon mercato...

 

E quindi subentrano costi e benefici …

 

Però questo tipo di lavoro può rivelare collegamenti invisibili a occhio nudo e persino individuare nuovi testimoni o conferme di eventi.

 

Ma dov’è lo Stato, che tanto si riempie la bocca con parole  tipo legalità, legge, avanguardia, istituzione, morale, dignità, onore, Costituzione, Patria…

 

Questo non è garantismo.

 

È rinuncia.

 

Non è prudenza.

 

È inerzia istituzionale.

 

Ogni archiviazione che non nasce da un accertamento completo è una scelta, non una necessità.

 

E ogni scelta ha una responsabilità.

 

E se non si ha la capacità si deve ammettere e poi mollare.

 

Se non si ha il coraggio, beh, allora si è sbagliato mestiere, ce ne sono molti di posti pubblici meno rischiosi.

 

E ogni giorno che passa senza indagare davvero non è tempo che scorre.

 

È tempo perso.

 

E il tempo perso, in certi casi, è una forma di colpa.

 

E Mino Pecorelli ci guarda.

 

Così come ci guardano tutti i morti ammazzati senza colpevoli di questa Italia del dopoguerra.

 

Ci guardano da un tempo sospeso, immobili, fermi, senza più parole da spendere.

 

Non accusano, non implorano, non chiedono spiegazioni.

Guardano.

 

Ed è questo, forse, il peso più difficile da reggere.

 

Sono lì, uno accanto all’altro, senza distinzione di nome, di età, di ruolo.

 

Grandi e piccoli, giovani e anziani, noti e dimenticati.

 

Vittime diverse, unite dallo stesso destino: essere stati uccisi e poi abbandonati a un silenzio che non è mai stato neutro.

 

Un silenzio costruito, amministrato, stratificato nel tempo.

 

Hanno pagato due volte.

 

La prima quando sono stati ammazzati, strappati alla vita con la violenza.

 

La seconda quando hanno creduto che qualcuno, in questo Stato, avrebbe fatto giustizia.

 

Quando hanno confidato che esistesse un tempo della verità, una responsabilità pubblica, un dovere che non si prescrive.

 

Quel secondo tradimento pesa più del primo, perché non è opera di un assassino, ma di un sistema.

 

Un sistema che archivia, rinvia, dimentica.

 

Un sistema che consuma i testimoni, disperde i documenti, spegne le domande.

 

Un sistema che trasforma la mancanza di verità in normalità istituzionale.

 

Mino Pecorelli ci guarda…

 

E con lui ci guarda un’intera generazione di vittime che non chiede compassione, ma responsabilità.

 

Non chiede parole, ma atti.

 

Non chiede commemorazioni, ma verità.

 

Il Pubblico Ministero non deve essere coraggioso.

 

Deve essere libero.


Libero dalla paura di sbagliare, libero dal timore dell’isolamento, libero dal peso di un caso che viene chiamato “il caso del secolo” proprio per scoraggiare chi prova a scioglierlo.

 

La verità non chiede eroi.

 

Chiede ostinazione.

 

Chiede metodo.

 

Chiede la volontà di andare avanti quando tutto (o tutti…) intorno suggerisce di fermarsi, di archiviare, di non disturbare equilibri già consolidati.

 

Già, ma questi ‘equilibri’ hanno un nome?

 

La paura, in questi casi, non nasce dal vuoto: nasce dalla consapevolezza che cercare davvero la verità significa rompere nodi, non aggirarli archiviando.

 

Eppure il ruolo del Pubblico Ministero esiste esattamente per questo.

 

Per indagare anche quando è scomodo, solo quando è scomodo, anche quando il tempo è passato, anche quando i nomi sono ingombranti e le piste portano dove non si vorrebbe guardare.

 

Nomi ingombranti…

 

Non c’è alcuna legittimazione a fermarsi davanti alla complessità.

La complessità è il terreno naturale dell’indagine.

 

Le fonti esistono.

 

I documenti esistono.

 

Gli archivi parlano, se interrogati.

 

Basta cercare negli archivi giusti.

 

I testimoni vivi sono una risorsa che si consuma ogni giorno che passa.

Ogni rinvio è una perdita irreversibile.

Ogni esitazione ha un costo che non ricade su chi indaga, ma su chi attende giustizia.

 

Il Pubblico Ministero non è solo davanti a questo compito.

 Dietro di lui c’è la legge, c’è la Costituzione, c’è il mandato ricevuto in nome del popolo italiano.

E davanti a lui ci sono i familiari delle vittime, che non chiedono favoritismi, ma accertamento.

Non chiedono scorciatoie, ma verità.

 

Quando un PM decide di non fermarsi, quando sceglie di andare avanti senza paura, produce un effetto che va oltre il singolo procedimento.

Restituisce fiducia.

Riattiva la memoria.

Dà ai familiari una ragione per continuare a credere che lo Stato non abbia chiuso gli occhi.

Non li rende “cattivi”, li rende tenaci, determinati, incapaci di cedere un millimetro perché sentono di non essere soli.

 

Il tempo non gioca a favore della verità.

Gioca a favore dell’oblio.

E l’oblio, nei casi irrisolti, è una seconda morte.

 

Per questo bisogna andare avanti ora. 

Non domani.

Non quando sarà più facile.

Ora, finché c’è ancora qualcuno che può parlare, qualcosa che può essere letto, una pista che può essere seguita fino in fondo.

 

Se c’è un ultimo dovere che questo Stato deve alle sue vittime, è questo: non avere paura della verità.


E se c’è un ufficio chiamato a dimostrarlo, è quello del Pubblico Ministero.

 

Perché fermarsi, a questo punto, non sarebbe prudenza.

 

Sarebbe resa.

 

E una resa in questo contesto, non è neutra e non è innocua.

 

Perché arrendersi significa accettare che esistano “verità troppo grandi per essere cercate”, delitti troppo ingombranti per essere chiariti, vittime destinate a restare tali anche nella memoria pubblica.

 

Significa legittimare l’idea che lo Stato possa fermarsi davanti alla difficoltà, che l’accertamento sia subordinato alla convenienza, che il tempo possa sostituire il dovere…


Quindi...andiamo Dottoressa Alessandra...dimostri che le nostre sono solo parole vuote...

Che esiste ancora chi crede fermamente in ciò che fa...

E non si lascerà fermare da niente e da nessuno...

 

Magari conterà poco...


Ma io sono presente, resto presente e vivo il presente.


A difesa di un idea ed a rincorrere una promessa ed  un giuramento.


Li trovo.


Per questo faccio il tifo per Lei...

 

Estote parati...



a cura di Mino


Mino by OP

 
 
 

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IL MOTTO SCELTO PER OP (Mino Pecorelli)

"Comment is free, but facts are sacred. Comment also is justly subject to a selfimposed restraint. It is well to be frank. It is even better to be fair. This is an ideal."

È una frase di C.P. Scott, direttore del Guardian per 57 anni, dal 1873 al 1930.

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