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OP Osservatorio Politico

LA MORALE DELLA STORIA DI PAZIENZA: Disse il merlo al tordo...hai da sentì er botto si nun sei sordo...

  • oposservatoriopoli
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 17 min

Ma dove siamo andati a sbattere...senza saperlo?


Dai.


Magari lo sapevamo bene...

 

Ma raccontiamocela come se fosse  una favola.

 

Perché se fosse tutto vero, bisognerebbe avere paura.

 

E tanta.

 

Negli anni Novanta  girava la  voce, negli ambienti investigativi superiori, che dopo il Pool di mani pulite, la sinistra radicale avesse messo in moto una rete indistruttibile di politici, funzionari, dirigenti, professori e magistrati.


Tutti posizionati nei punti chiave delle istituzioni, con  i magistrati inquirenti e giudicanti posizionati in procura, tribunali, appello e Csm a protezione assoluta di eventuali scandali legati ad alti vertici di Ds e amici compagni.

 

Se da mani pulite fosse uscito qualche pentito contro la sinistra, erano pronti a fare muro, indagare, inquisire, processare chiunque potesse nuocere.

 

Ad ogni livello e grado.

 

Fantasia?

 

Ma certo,assolutamente.

Questa è tutta fantasia.

 

Inoltre, si vociferava che avessero messo in posizione sempre gli stessi magistrati, quali veri e propri firewall, per le inchieste contro esponenti di partito della sinistra.

 

Certe indagini dovevano arrivare solo su alcuni tavoli.

 

E fine.

 

Niente indagini e se c’erano problemi si archiviava.

E poi dalla magistratura si passava alla politica, una poltrona garantita e senza rischi, perché intanto si posizionavano altri magistrati e così via.

 

Ad libitum.

 

Magistratura che protegge la politica, le istituzioni pubbliche che collaborano ad ogni livello, poi ci si candida, si viene eletti e tutto fila liscio perché poi la politica protegge chi li protegge e …

 

Insomma, un sistema che protegge sé stesso, all’infinito.

 

Ovviamente, inutile dirlo, il bersaglio principale dopo Craxi era Silvio Berlusconi.

Infatti contro di lui si scagliò tutta la magistratura, per decenni.

 

Per quasi mezzo secolo.


Berlusconi doveva essere fermato.


Con ogni mezzo.

 

È sempre una storiella, certo.


Una teoria del complotto, dicono.


Nulla di vero, ripetono.

 

Eppure il meccanismo è semplice, quasi banale.


In certi ambienti non conta più la distinzione tra lecito e illecito, perché a stabilirla non è una regola astratta, ma chi esercita il potere di giudicare.


Se l’obiettivo è “giusto”, allora il mezzo smette di essere un problema.

 

Chi decide se qualcosa è illecito?


Chi dovrebbe dirlo.


E se non lo dice, allora non lo è.


Fine della discussione.

 

Così il sistema si chiude su sé stesso.


Non c’è controllo, non c’è correzione, non c’è uscita.


Perché quando chi giudica è anche l’arbitro della propria legittimità, ogni eccesso diventa invisibile e ogni abuso si trasforma in necessità.

 

In questo schema non esistono innocenti o colpevoli, ma soloostacoli e bersagli.


E quando la giustizia smette di essere un limite e diventa uno strumento, non produce verità: produce logoramento.

 

E da lì non se ne esce.


Perché un sistema che non ammette di poter sbagliare non può mai correggersi.

 

E così è stato.

 

E così è.

 

Chissà quanti, leggendo, si riconoscono per disavventure passate, direttamente o non.

 

Ed il bello è che alcuni credono in sé stessi e in quello che fanno perché sono stati formattati così.

 

Il boia di Roma che squartava, martellava, sbudellava e impiccava era convinto di fare giustizia.

Anche il Papa la pensava così..

 

Insomma, tagliare una testa, amputare mani e piedi e sparpagliare intestini è fare giustizia, no?

 

Per secoli si è fatta così.

 

Oggi ci si scandalizza per qualche mese in cella?

 

Ma su.

Non siate ridicoli...

 

Ma questo perché?

 

Tutto questo, perché?


Facile rispondere.

 

Il vero problema di una certa magistratura di sistema non è l’errore.


È l’assenza di rischio.

 

Un potere che può sbagliare senza pagare mai il prezzo dell’errore smette, prima o poi, di cercare la verità.


Si abitua a gestire narrazioni, non fatti.


A presidiare equilibri, non giustizia.

 

Può anche ammazzare qualcuno, tanto, come dice Chicco, pure sti cazzi...

 

Chi lo paga?

 

Nessuno.

O stocazzo...tanto è uguale...

 

Quando un magistrato sa che non risponderà delle carriere distrutte, non pagherà per indagini finite nel nulla, non subirà conseguenze per processi infiniti, allora la funzione si svuota e resta solo laposizione.

 

E la posizione pende sempre e solo da una certa parte...

 

È lì che nasce la magistratura di sistema, non nei complotti, ma nellaconservazione del potere.


Nel riflesso automatico di difendere il proprio mondo, i propri metodi, i propri uomini.

 

In quel contesto la legge non è più uno strumento di equilibrio, ma unlinguaggio tecnicoutile a giustificare qualunque scelta ex post.


Prima si colpisce, poi si costruisce la motivazione.


Prima si apre il fascicolo, poi si cerca il reato.

 

Sempre se c’è un reato da trovare.

 

Sempre se un reato c’è mai stato.

 

Ma non c’è problema, al limite lo si confeziona.

 

Non serve essere cattivi.


Basta essere convinti di essere dalla parte giusta.

 

Ed è questo il punto più pericoloso: una giustizia che si percepisce moralmente superiore, smette di sentire il bisogno di limiti.


Non dialoga.


Non si corregge.


Non si riforma.

 

Chi la critica “attacca le istituzioni”.


Chi la subisce “avrà pure fatto qualcosa”.


Chi ne esce pulito “non cancella il sospetto”.

 

Così la giustizia non assolve né condanna davvero.

Logora.


Ed un potere che logora senza rispondere a nessuno, non è più garanzia democratica.


È inerzia autoritaria, mascherata da virtù.

 

Non è una deriva improvvisa.


È un’abitudine.


Ed è proprio per questo che è così difficile da spezzare.

 

Francesco Pazienza, qualche altro indagato, e qualche altro imputato, sapevano come funzionava il sistema ma non hanno chinato la testa.

Correndo il  rischio che il boia gliela tagliasse.

 

E in alcuni casi così è stato.

 

Il taglio della testa per Pazienza sono stati i 13 anni di carcere scontati...

 

Anche Alemanno oggi conosce quel boia.


Assassini, stupratori, pusher, sovversivi a piede libero,e  lui in carcere.

 

E potremmo riempire pagine di esempi...

 

Fine della storia.

 

Facciamo due conti della serva sul Silvio nazionale?

 

Oltre trenta sono i processi penali in cui Silvio Berlusconi è stato imputato per vari reati (corruzione, falso, concussione, prostituzione minorile, ecc.), ma secondo gli articoli di stampa, la cifra supera ampiamente questo numero.

 

Numero ancora più alto citato nelle fonti aperte.


Alcune di queste riportano che Berlusconi stesso abbia parlato di ben ottantasei procedimenti e oltre quattromila udienze nel corso della sua storia giudiziaria, includendo anche fasi preliminari, indagini e vari gradi di giudizio.

 

Un massacro.

 

Come si compone questo conteggio?

 

Queste cifre non significano che ci sono state tante condanne, ma piuttosto che ci sono stati tanti procedimenti o procedimenti avviati, con esiti diversi, alcuni si sono chiusi con assoluzioni.

 

Altri sono stati archiviati o non hanno portato a giudizio.

 

Alcuni si sono prescritti prima di arrivare a una sentenza.

 

Ma solo uno si è concluso con condanna definitiva.

 

La sola condanna definitiva passata in giudicato fu quella nel processo Mediaset, per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita (pena di 4 anni ridotta dall’indulto e scontata tramite servizi sociali).

 

Nuddu ammiscatu cu nenti...

 

I primi contatti con la giustizia per Silvio Berlusconi sono del 1983: un’indagine della Guardia di Finanza  (poi archiviata).

 

L’inizio dei procedimenti effettivamente significativi sono legati alla sua carriera politica.

Partono nello stesso anno.

 

Dal 1994, diventa protagonista di una lunga serie di inchieste giudiziarie (tangenti, finanziamenti, frodi).

 

Ultimo processo arrivati in aula?

 

Nel 2023, con il cosiddettoRuby IIIe gli altri filoni giudiziari.

 

Trenta anni di procedimenti con un solo obbiettivo : abbatterlo...

 

Le date sono importanti.

 

Dal 1994 al 2023.


Dal suo ingresso in politica al suo ultimo processo.

 

In termini pratici, il primo procedimento rilevante politico/giudiziario è del 1994 (invito a comparire a Milano).

 

Ma il 1994 è una data che ritorna spesso nei nostri racconti.

 

Il caso “Mani Pulite”, il famoso Tangentopoli esplode nel 1992, ma, facciamo un piccolo passo indietro.

 

Durante gli anni Ottanta, erano già cominciati ad emergere degli scandali di tangenti e di corruzione-concussione tra il mondo della politica e il mondo delle imprese, dell'industria e della finanza.


In particolare, all'epoca, era il Partito Socialista Democratico Italiano a essere saldamente a capo dei lavori pubblici.


Con il suo esponente Franco Nicolazzi a capo del relativo dicastero, quasi ininterrottamente dal 1979 al 1987, finendo per venire travolto già nel marzo 1988 dallo scandalo delle "carceri d'oro".

 

E poi il  caso “Mani Pulite”, il famoso Tangentopoli che esplode nel 1992.

 

E ricordiamo anche il 1995, perché a Roma, sulla falsa riga del filone milanese dei ‘falsi dossier’ legati alle vicende raccontate da Stefania Ariosto  ed il Dossier Cesare Previti ed Angelo De Marcus, si stava sviluppando un filone d’indagine Capitolino che invece, convergeva sui finanziamenti illeciti al PCI.

 

Con particolare riferimento all'archiviazione del procedimento penale nei confronti di Achille Occhetto, Massimo D'Alema, Massimo Stefanini (ex tesoriere del Pds) ed altri, tutti alti esponenti di partito, verso i quali non risultò il finanziamento illecito al Pci -e al Pds- da parte di organi pubblici o imprese private della ex-Urss.

 

Tolto di mezzo Craxi tutto sembrava più facile, invece il buon Silvio ha resistito inaspettatamente agli urti, per quarant’anni.

 

22 novembre 1994,Berlusconi riceve un invito a comparire dalla Procura di Milanomentre è Presidente del Consiglio, nell’ambito di un’indagine su presunte tangenti pagate alla Guardia di Finanza per agevolare controlli fiscali sulle società del gruppo Fininvest.

 

Questa fase è quella che storicamente viene considerata come l’inizio degli anni di procedimenti giudiziari a suo carico.

 

Per schermare dev’essere tutto sotto controllo, non deve sfuggire nulla nella maglia della giustizia e quindi fu ristretta, non poteva sfuggire più nessuno a questo strascico che passava la rete da nord a sud ed ecco che tutti, ma proprio tutti ci sono capitati dentro.

 

A torto o a ragione, per forza o per diritto.

 

Tutto gira intorno a questo capitolo della storia italiana.

 

Leggendo bene questa storia, il quadro che emerge è chiaro, esisteva ed esiste una schiera di magistrati culturalmente e politicamente orientati a sinistra, collocati nei nodi decisivi del sistema giudiziario.


Queste sono le cosiddette “toghe rosse”.

 

Non uno slogan, ma una dinamica di potere.

 

Non si parla di un complotto da romanzo, ma di una occupazione progressiva degli snodi chiave, procure strategiche, tribunali, corti d’appello, fino al CSM.

 

Una presenza capillare che ha funzionato, nei fatti, come scudo protettivo per l’area politica di riferimento e come arma offensiva verso l’avversario.

 

Il meccanismo era semplice ed efficace, le inchieste scomode venivano sterilizzate, i filoni pericolosi smorzati o archiviati, le responsabilità politiche diluite fino a sparire.

 

Al contrario, quando il bersaglio era esterno a quell’area, o apertamente antagonista, la macchina giudiziaria si muoveva con una determinazione implacabile.

 

Non perché chi non la pensasse come loro fosse “più colpevole”, ma perché era politicamente incompatibile con quel blocco di potere.

 

Da lì l’accanimento, indagini a raffica, procedimenti a catena, processi sovrapposti, tempi infiniti.

 

Non per arrivare alla condanna, che infatti quasi mai arrivò, ma perlogorare, delegittimare, paralizzare.

 

La giustizia, in quel contesto,non era più solo amministrazione del diritto, mastrumento di lotta politica.

 

Chi impugna la toga decide cosa è lecito e cosa non lo è.


E quando controlli l’interpretazione della legge, controlli il destino degli avversari.

 

Questo è il nodo.

 

Questo è il punto cieco della nostra storia repubblicana.


Ed è da qui che tutto ha iniziato a girare storto.

 

E questo storto non si è mai fermato.

 

Credete sia finita?

 

Vogliamo scrivere una lista di magistrati passati alla politica della sinistra, centro-sinistra o liste progressiste?

 

Antonio Di Pietro– magistrato nel pool diMani Pulite, poifondatore di Italia dei Valorie ministro nei governi di centro-sinistra.

 

Pietro Grasso– ex magistrato anti-mafia, eletto nelle liste delPartito Democratico (PD), ePresidente del Senato.

 

Antonio Ingroia– ex pubblico ministero, ha partecipato a congressi politici di sinistra e ha fondato la listaRivoluzione Civile(orientata a sinistra).

 

Luigi de Magistris– ex PM, poisindaco di Napolicon una formazione civica di sinistra/anti-partitica.

 

Felice Casson– magistrato e poi Senatore eletto per il PD e candidato sindaco di Venezia.

 

Anna Finocchiaro– magistrato fino al 1987 e poiparlamentare del Partito Comunista / Partito Democratico.

 

Gianrico Carofiglio– ex pubblico ministero e poiSenatore del PD.

 

Gerardo D’Ambrosio– magistrato, poi eletto al Senato nelle liste del PD.

 

Silvia Della Monica– magistrato ed eletta Senatrice per il PD.

 

Donatella Ferranti, Lanfranco Tenaglia e Doris Lo Moro– magistrati eletti alla Camera nelle liste del PD.

 

Michele Emiliano– ex pubblico ministero antimafia (a Bari), poi sindaco di Bari e Presidente della Regione Puglia, legato alla coalizione di centro-sinistra/PD.

 

Queste persone sono “figure” che hanno fatto politica dopo (o interrompendo) carriere giudiziarie e che sono state associate a forze politiche progressiste o di sinistra nell’arco degli ultimi decenni.

 

Ora componiamouna lista di magistrati passati alla politica della destra, centro-destra o conservatori?

 

Filippo Mancuso, Nitto Francesco Palma e Alfredo Mantovano.

 

Tutti in Forza Italia.

 

In Italia non esiste un “elenco ufficiale” di magistrati “schierati”, né la magistratura è formalmente un corpo politico, magistrati e giudici devono rinunciare alla funzione o prendere aspettativa per entrare in politica.

 

Esistono correnti interne, ma queste non sono partiti politici, bensì associazioni culturali e professionali.

 

Che poi la corrente più forte si chiami “Magistratura democratica”, è un puro caso...

 

Così come l’Unità per la Costituzione (Unicost), ovvero, una corrente della magistratura italiana dell’area moderata e centrista. 

 

Moderata e centrista.

 

Tutta una favola questa che vi raccontiamo.

 

Fra pareidolia e suggestione, nulla è vero, nulla è come lo descriviamo.

 

Tutto è vero e tutto è il contrario di tutto.

 

Questa è una frase che compare più volte nel fatidico processo dei dossier caricati a Francesco Pazienza.

 

Ve lo abbiamo raccontato che ci  furono delle lettere, lette durante il dibattimento, che prima dovevano essere ammesse, ma solo quelle che interessavano l'accusa, e quando la difesa richiese l'acquisizione di tutte, improvvisamente, non se ne fece più nulla.

 

Così come non furono né trascritte, né ammesse, in dibattimento, nemmeno le intercettazioni.

 

Così come furono archiviati, dallo stesso Pm titolare, i capi d’accusa più gravi: quelli che permisero proprio l’avvio dell’inchiesta.

 

Così come non furono chiamati gli oltre 60 testimoni alla sbarra.

 

Facile no?

 

Ma si può sapere che cazzo è successo in quel processo?

 

Qualcosa proprio non quadra.

Oppure qualquadra non cosa.

 

Ed i nomi?

 

Lasciamoli perdere i nomi.

Perché c’è da farsi del male solo a leggerli.

Non siete pronti.

Forse, non siamo pronti.

 

Che schifo.

 

Pensate che durante un udienza,  successe il finimondo perché si presentò un italo-americano.


Alla sola sua vista, il PM andò su tutte le furie, interruppe il dibattimento, fece chiudere le porte, fece identificare tutti i presenti, alzò la voce, sbraitò a più non posso e l’italo-americano, invece, con tono pacato prese il microfono e disse “sono qui solo per assistere, sono un comune cittadino, solo che lei Pm, dovrebbe dire la verità su certe cose…vede, io ho qui un documento che le ho inviato tempo fa ma che lei ha …”.

 

Apriti cielo.


Chi c'era racconta di non aver mai visto un PM perdere così le staffe in pubblico.

Si credeva potesse  infartare.


Ma non lo fece parlare.

 

Sbavando, tremando dai nervi,  prese il suo fascicolo e andò via.

 

Ed il dibattimento quel giorno si concluse così.


Con il collegio giudicante zitto e muto: i tre giudici osservarono senza fiatare.


Anche se  il Presidente del Collegio era il “padrone di casa”, mentre nel momento specifico sembrò più un maggiordomo.

 

Strana cosa.

 

Poi parlano della separazione delle carriere.

 

Ma cosa faceva li quell’italo americano?

 

Cosa portava in mano?

 

Cos’è che ha fatto impazzire quel PM?

 

E se vi dicessimo che noi lo sappiamo esattamente cos’aveva in mano quell’italo-americano?

 

Si.

 

C’è da rabbrividire.

 

No, non possiamo parlarne.

 

Siamo impavidi... ma manco stronzi...

 

Del resto...va bene seguire le orme del padre... magari senza fare la stessa fine...

 

Cosa ci nascondono ogni giorno?

 

Se adesso vi state iniziando a chiedere se Pazienza fosse realmente  il vero bersaglio di quel processo o meno, vuol dire che siete sulla strada giusta per unire i puntini.


E noi vi aiutiamo.


NO!!


Pazienza non era il bersaglio.

 

Ma, allora...

 

Se è stato usato addirittura il povero Pazienza, chi dovevano colpire?

 

O coprire?

 

Oppure c’hanno provato... ma non sono riusciti a colpire?

 

Perché noi lo sappiamo bene che ci sono più livelli.


E magari quella volta, anche i magistrati hanno toccato un tasto che non dovevano e non potevano toccare...

 

Perché quando si parla di Stati Uniti, qui in Italia c’è sempre un problema.

 

Perché in quel processo, oltre l’Italia, Montecarlo e Israele, c’era una gran fetta di Stati Uniti.

 

Ma tutto è sommerso.

 

Tutto è inabissato.

 

Pazienza è morto, molti altri sono morti e con loro quel processo.

 

Pazienza serviva a questo, non a chiudere una storia, ma adaprirne un’altra.


Non a fare giustizia, ma a preparare il terreno per un altro processo che però, fortunatamente, non s’è mai neanche sfiorato.

 

Grazie a Dio.

 

Perché grazie a Dio?

 

Perché noi abbiamo letto tra le righe della storia.


Perchè la conosciamo bene.

 

Perché abbiamo ascoltato invece di parlare.

 

Perché ci siamo informati.

 

Perché abbiamo collegato tutti i punti ,con calma, ed il disegno che ne è venuto fuori è spaventoso.

 

Troppe sarebbero le cose da raccontare del processo Pazienza.

 

Come quella del poliziotto dell’Ucigos in pensione che, durante un udienza, seduto ad ascoltare ,ad una frase del PM si alzò interrompendo il dibattimento dicendo verso il collegio giudicante: “Ma non è vero, io non presi parte alle indagini ma ero nell’ufficio che indagava, la conosco tutta la storia, la conosco bene, questa è una storia chiacchierata, non andò così, non andò così, se vuole gliela racconto io com’è andata…”.


Ma fu allontanato.


Anche lui.


E che cazzo...

 

Ma come, colpo di scena, hai un poliziotto graduato in quiescenza che sa com’è andata la storia che assiste al dibattimento, si alza e ti dichiara di sapere com’è andata e non lo citi?

 

Non fai in modo di farlo “rientrare” fra i testimoni?

 

Ah, già... che stupidi.

Il PM aveva rinunciato ai suoi di testimoni, figuriamoci se faceva entrare nel dibattimento uno che diceva di sapere la verità…

 

 

A quanto pare  ogni udienza di quel dibattimento era un’incognita: quasi uno spettacolo al buio senza biglietto.


Nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto, ma sapevano che qualcosa sarebbe accaduto, e per oltre 64 udienze di primo grado ...

 

Alcuni imputati reagirono.

 

Erano “sbirri”, non vollero chinare la testa gratuitamente: facevano parte del sistema, lo conoscevano e sapevano perfettamente come stavano le cose.

 

Si mossero.

 

Non in silenzio.

 

Alzarono la voce.

 

Denunciarono tutto e tutti: PM, giudici, al CSM.

 

Risultato?

 

Il vuoto assoluto.

 

Denunciarono testimoni dell’accusa.

 

Chiesero formalmente che il PM titolare venisse escluso dalle nuove indagini, per evitare contaminazioni evidenti.

 

Una richiesta legittima.

 

Ignorata.

 

Quel PM non solo non fu allontanato, ma si infilò sistematicamente in ogni nuovo fascicolo aperto sui suoi stessi testimoni.

 

Un corto circuito totale.

 

Un conflitto d’interessi urlato.

 

Esito prevedibile:archiviazione su archiviazione.

 

Tutto pulito.

 

Tutto chiuso.

 

Tutto dimenticato.

 

Poi fecero qualche nome di troppo e allora furono apertamente minacciati.

 

Ecco come andò.

 

Quando il sistema decide di proteggere sé stesso, non importa quante prove porti, non importa quanto gridi.

 

La verità non viene confutata.

 

Viene sepolta.

 

Ma non la storia, quella non la puoi seppellire.

 

 

Vogliamo provare a concludere, ma  serve lucidità.

 

Vogliamo riscrivere un passaggio con incredulità fredda, che è ancora più devastante dello scoop ad alta voce.

 

Come se non bastasse tutto quello accaduto, negliatti ufficialidel processo Pazienza compare un passaggio che oggi lascia attoniti: l’interessamento degli ‘italo-americani’ al Pool di Milano, che viene indicato come motivo di archiviazione.

 

Come?

 

Sì, proprio questo.

 

Non una prova smontata.

 

Non un’accusa caduta.

 

Ma il fatto che un soggetto esterno, addirittura straniero, si fosse interessato a quel pool.

 

Siamo al paradosso totale.

 

Gente che nulla c’entrava col processo viene processata,  e gente che doveva rimanerci incastrata viene fatta sparire dalle carte.

 

Se davvero ci fosse stato un intervento, un’operazione, un’attività di contrasto o pressione, quello avrebbe dovuto essere oggetto di accertamento, non la scorciatoia per depauperare un processo.

 

Invece accade l’opposto: non si indaga sull’anomalia, non si chiarisce il contesto, non si va a fondo.

 

Si archivia.

 

Si chiude.

 

Si passa oltre.

 

Come se fosse normale.

 

Come se fosse irrilevante.

 

Come se il problema non fosse l’eventuale interferenza, ma il fatto stesso che qualcuno l’avesse notata.

 

È qui che capisci che il processo non stava cercando la verità, ma proteggendo un equilibrio.

 

E quando la tutela dell’equilibrio diventa prioritaria rispetto all’accertamento dei fatti, la giustizia non è più tale: è amministrazione del silenzio.

 

Altro che “fuori di testa”.

 

Questo è il punto in cui la logica si capovolgee il diritto smette di essere uno strumento di chiarezza per diventare una copertura.

 

E da quel momento in poi, chiunque finisca dentro quel meccanismonon viene giudicato.

 

Viene semplicementeassorbito.

 

Ma, allora, chi è il vero delinquente?

 

No perché qui spesso s’invertono i ruoli.

 

Perché a un certo puntoi ruoli si confondono, si sovrappongono, si ribaltano.


E allora vale la pena dirlo senza giri di parole.

 

Ma chi cazzo erano questi italo-americani?

 

Che cosa facevano in Italia?

 

Chi sono oggi?

 

Uno, l’anziano, veniva da Washington ed è un giornalista esperto di politica internazionale con passaporto diplomatico USA, un produttore, dicono sia tuttora un “corrispondente da Washington”, dicono ancora sia “una persona con gli occhi aperti e un gradevole umorismo con il quale alleggerisce i suoi tanti approfondimenti che scottano, su temi attuali ma anche delle loro origini storiche, sociali e culturali…”

 

Dicono.

 

L’altro, il giovane, che veniva da Chicago ed è un fioraio con doppio passaporto.

 

Sissignori, un fioraio...

 

Ricordate la storica domanda per l’arruolamento nell’Esercito?

 

Ma si, era: “Ti piacciono i fiori?”

 

Ecco, lui avrebbe risposto: si!

 

Forse per questo l’hanno arruolato.

 

Si, ma dove?

 

Sappiamo che nacque e visse in periferia a Roma e poi dopo il servizio di leva nella NATO andò negli USA e …

 

E poi entra nel grande gioco nel 1995, però negli USA.

 

Ah, questo maledetto e benedetto 1995...

 

Ma i due, non erano amici, anzi, il giovane italo-americano era venuto qui per denunciare l’anziano italo-americano...

 

Due superpotenze USA diametralmente contrapposte sbarcate a Roma nel 1998 per incontrare le persone vicine a Pazienza, per poi ritornare in Italia nel 1999 stavolta per incontrare il PM titolare dell’indagine su Pazienza...

 

Ma per dirgli cosa esattamente?

 

Perché questa gente affronta tredici ore di viaggio per parlare con un magistrato?

 

Doppi passaporti, passaporti diplomatici, giornalisti, fiorai della NATO …

 

E se vi dicessimo che all’italo-americano giovane, in qualche modo, sono comunque collegati i fascicoli d’inchiesta:

 

Nr. 586/98 Procura della Repubblica di Roma,

 

Nr. 13863/98 Procura della Repubblica di Roma,

 

Nr. 26555/03 Procedimento in dibattimento presso la 6^ Sez. penale di Roma - Sezione Penale Collegiale Tribunale di Roma

 

Nr. 1045/08 Procura della Repubblica Roma.

 

Non vi dicono niente questi numeri?

 

E se vi dicessimo che il vecchio italo-americano, invece, fu la causa di tutto?

 

E se vi dicessimo che in questa storia viene citata anche l’associazione internazionale anticorruzione “Trasparency International”?

 

E se fosse lui l’italo americano, il giovane, e non Pazienza che incontrava a Roma Zicari, in presenza di Angelo De Marcus e Eleonora Sarcona?

 

Ricordate il dettaglio?

 

E se gran parte degli atti contestati al gruppo Pazienza nel 1999, in realtà fossero già transitati nel 1996 presso la sede RAI di Roma Saxa Rubra (GR-R Radio Rai)?

 

E se di tutto questo la Procura di Roma (e non solo) fosse stata messa a conoscenza?

 

E se, inoltre, dal 1995, fosse stato creato sull’asse Italo-americana -ed anche oltre-, una vera e propria rete di disinformazione mediatica, con un passaggio forzato attraverso il filtraggio, la manipolazione, la distorsione il depistaggio e la controinformazione a mezzo stampa di dossier, articoli, interviste, video ed internet, su tematiche delicatissime di carattere giudiziario e politico a carattere internazionale, riguardanti personaggi pubblici, anche aventi funzioni istituzionali e una volta sfuggito di mano alla fine del 1998, inizio 1999, per rimediare alla scandalo internazionale fosse stato ‘accollato’ tutto al gruppo Pazienza?

 

Volete sapere davvero cosa successe?

 

Che l’italo-americano proveniente da Chicago tentò più volte di essere ascoltato dal PM titolare del processo a Pazienza per spiegare tutto il casino fatto in Italia, questo ragazzo più e più volte provò ad essere ascoltato e una volta in Italia, un collaboratore del PM, dopo aver capito a quale fascicolo processuale si faceva riferimento lo cacciò via dall’ufficio dicendogli: “Questo procedimento è chiuso non possiamo fare nulla”; chiudendogli la porta in faccia!

 

Grazie al cazzo, sarebbe saltato il banco.

 

Ma questo giovane non volle mollare, voleva denunciare tutto compreso il piano internazionale posto in essere dal “vecchio” italoamericano e presentò un esposto scritto raccogliendo più prove possibili, consegnando il tutto alle autorità Italiane, nello specifico al Comando Stazione Carabinieri di Roma San Sebastiano che a sua volta inoltrava l’esposto completo di allegati, oltre 200 fogli, alla Procura della Repubblica di Roma.

 

Cioè, la procura fu avvisata formalmente?

 

Avoja.

 

Ma il PM al quale fu assegnato questo fascicolo “bomba”, con estrema velocità ne richiese l’archiviazione perché: “Non emergevano fatti realmente perseguibili nell’ambito di questa giurisdizione penale”.

 

Quindi la verità vera sul processo a Pazienza c’è, ma in Italia, non s’ha da dire.

 

E poi c’erano già i colpevoli, perché andare a fondo, mica si poteva scardinare l’allora asse italo-americana di disinformazione politica ed economica montata su dal 1995 sulla scia di “Mani Pulite”.

 

Primo perché i nomi coinvolti erano grossi, troppo grossi anche per i PM italiani e secondo poi, avevano già Pazienza e la sua banda, perché cercare la verità, a loro, in Italia, questo bastava ed avanzava.

 

Qui ci vorrebbe davvero una commissione d’inchiesta coi controcazzi...


Altro che la P2.


Qui verrebbe giù tutto: castello, ponte levatoio e fossato...

 

Ma siamo  in Italia.


Pensate veramente esista chi ha il coraggio di scoperchiare questo vaso di Pandora?

 

Noi siamo a disposizione...

 

Noi trattative non ne facciamo...


Noi soldi non ne vogliamo...

 

Ma se non siete in grado...

 

Levateteve dar cazzo...



a cura di Mino.


in foto Frank Pazienza e sullo sfondo Palazzo Madama

 
 
 

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IL MOTTO SCELTO PER OP (Mino Pecorelli)

"Comment is free, but facts are sacred. Comment also is justly subject to a selfimposed restraint. It is well to be frank. It is even better to be fair. This is an ideal."

È una frase di C.P. Scott, direttore del Guardian per 57 anni, dal 1873 al 1930.

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