REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA: votare si o votare no?
- oposservatoriopoli
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
Mentre tutti oggi parlano delle dichiarazioni di Gratteri, gravi, senza senso ed offensive, noi vogliamo provare a spiegare il SÌ ed il NO senza essere giuristi.
Come diceva mio nonno..."spiegamelo come se fossi un bimbo di cinque anni..."
Facciamo chiarezza.
Questo referendum arriva in un clima di confusione diffusa.
Non perché il tema sia impossibile da capire, ma perché troppi lo stanno raccontando male.
Ed i social fanno da cassa di risonanza.
C’è chi urla, chi semplifica fino a falsare, chi trasforma una scelta istituzionale in uno scontro ideologico.
Il risultato è che molte persone non stanno più cercando di capire cosa si vota, ma solo da che parte stare.
Ed è esattamente il modo sbagliato di affrontare un referendum.
Il voto referendario dovrebbe essere libero, informato e indipendente.
Indipendente...porca troia...
Non guidato dalla paura, non spinto dalla rabbia, non piegato ad interessi politici o corporativi.
E invece, in troppi casi, viene usato come uno strumento: per regolare conti, per rafforzare posizioni di potere, per creare tifoserie dove servirebbe lucidità.
Questo tentativo di spiegazione nasce per togliere rumore, non per aggiungerne.
Per riportare la discussione su un terreno semplice: capire cosa significa votare SÌ e cosa significa votare NO, quali effetti produce ciascuna scelta e perché nessuna delle due è una scorciatoia morale.
Capire non vuol dire schierarsi.
Vuol dire decidere senza farsi spingere.
In una democrazia matura, il referendum non è un’arma.
È uno strumento.
Ed uno strumento funziona solo se chi lo usa sa cosa sta facendo.
Un referendum non serve a “mandare un messaggio”.
Serve a cambiare una regola concreta.
Quindi la domanda giusta non è chi ha ragione, ma: cosa succede dopo il voto.
Il punto di partenza è: di cosa si parla davvero?
Quando si parla di referendum sulla magistratura, il tema centrale è come funziona il potere dei giudici nello Stato.
In particolare:
- come vengono governati
- chi li controlla
- quanto sono indipendenti
- quanto sono responsabili
- Il referendum chiede ai cittadini se mantenere l’attuale sistema oppure modificarne una parte precisa.
COSA VUOLE IL NO?
Votare NO significa, in sostanza: Lasciare le cose come stanno.
Chi vota NO ritiene che:
- l’attuale assetto della magistratura garantisca l’indipendenza dei giudici
- cambiare le regole possa indebolire la giustizia
- il problema non siano le leggi, ma come vengono applicate
Effetti concreti del NO.
Se vince il NO:
- nessuna modifica alle regole attuali
- il sistema continua a funzionare come oggi
- nessun nuovo limite o nuova separazione
- nessun cambiamento nei meccanismi di controllo
In breve: continuità, stabilità, zero scossoni...
Cosa vuole il SÌ?
Votare SÌ significa: Cambiare un pezzo del sistema della magistratura.
Chi vota SÌ pensa che:
- l’attuale sistema concentri troppo potere
- servano regole più chiare
- la giustizia debba essere più equilibrata e controllabile
- l’indipendenza non debba significare assenza di responsabilità
Effetti concreti del SÌ.
Se vince il SÌ:
- le regole vengono modificate
- cambia il modo in cui i magistrati vengono:
a) organizzati
b) valutati
c) separati nei ruoli (a seconda del quesito)
Lo Stato ridisegna l’equilibrio tra poteri
In breve: cambiamento strutturale, non simbolico.
La paura principale del NO
Chi sostiene il NO teme che:
- il SÌ renda i giudici più deboli
- la politica possa influenzare la giustizia
- si perda una garanzia per i cittadini
È una paura legittima: meno indipendenza, più rischio di pressioni...
La paura principale del SÌ.
Chi sostiene il SÌ teme che:
- il sistema attuale sia chiuso
- manchi un vero controllo
- alcuni errori restino senza conseguenze
- la giustizia sia percepita come autoreferenziale
Anche questa è una paura legittima: nessun controllo, nessuna fiducia...
Per questo vogliamo essere chiari, senza giri di parole.
Basta con il PD che incalza a prescindere mentre fatica a tenere insieme sé stesso nel voto perché è diviso fra sì e no interno.
Basta con i sindacati che parlano come se fossimo ancora nel secolo scorso.
Basta con la politica che usa ogni referendum come clava, non come strumento.
Basta con la destra che invita alla riforma perché è contro la sinistra.
Basta con i centri “consigliati”, le mezze verità, le letture guidate.
Basta con la destra contro la sinistra, il rosso contro il nero, come se fossimo allo stadio.
Qui non serve tifare.
Qui serve capire.
Un referendum non è un regolamento di conti, non è una prova di fedeltà, non è un test ideologico.
È una scelta concreta su regole concrete.
E trasformarlo in uno scontro di bandiere significa tradire chi vota.
Quello che manca oggi non è la passione.
È la competenza.
È la chiarezza.
È il rispetto per l’intelligenza delle persone.
La gente non è stupida.
È solo stanca di essere confusa apposta per essere manipolata.
E quando il rumore aumenta, l’unica vera forma di responsabilità è spiegare bene, senza spinte, senza paura, senza padrini.
Meno propaganda.
Più fatti.
Solo così il voto torna a essere davvero libero e indipendente.
LA VERITÀ SEMPLICE...
Il referendum non decide se i giudici sono buoni o cattivi.
Decide come devono funzionare.
NO = fiducia nel sistema attuale!
SÌ = volontà di correggerlo!
Non è una battaglia morale.
Non è una battaglia politica, non c’entra la destra o la sinistra.
È una scelta di assetto istituzionale.
Per chi non capisce nulla di diritto, possiamo scriverla così, banalizzandola:
- Se pensi che cambiare sia rischioso, vota NO
- Se pensi che non cambiare sia peggio, vota SÌ
E' importante che colui o colei che andrà a votare capisca che nessuna delle due scelte vi renderà più giusto, più sbagliato, più ignorante o più ideologico.
Vi renderà solo responsabili di una direzione.
Punto.
Conclusione secca, senza interferenze.
Il referendum non chiede: “Ti piace la magistratura?”
Chiede: “Vuoi che funzioni come oggi o in modo diverso?”
Capire questo è già metà del voto.
Ma per scegliere bisogna informarsi dell’argomento, altrimenti la scelta diventa forzata.
Oggi la magistratura così com’è non funziona bene perché è diventata un sistema chiuso, difficile da controllare e ancora più difficile da correggere quando sbaglia.
Questo, purtroppo, è un fatto, un dato oggettivo.
Inopinabile.
Lo dicono i numeri, le statistiche, lo dice la realtà delle cose.
L’indipendenza, che è sacrosanta, si è col tempo trasformata troppo spesso in autoreferenzialità, e questo ha eroso la fiducia dei cittadini.
Cambiare non significa indebolire i giudici, ma rafforzare la giustizia, rendere le regole più chiare, i ruoli più definiti, le responsabilità più reali.
Un sistema che non accetta di essere migliorato finisce per difendere sé stesso, non i cittadini.
Se oggi se ne discute, è perché lasciare tutto com’è non basta più.
E la fiducia, una volta persa, non si recupera con gli slogan, ma con riforme comprensibili e serie.
Qui non siamo tenuti a farvi scegliere ma ad osservare criticamente un sistema che è diventato politico, dobbiamo analizzarlo per poi fornire a chi legge una scelta logica dettata dalla verità oggettiva non da ideologie o prese di posizione.
Qui non si parla di opinioni, ma di fatti sotto gli occhi di tutti.
Negli ultimi anni la magistratura ha mostrato limiti evidenti che non possono più essere liquidati come "casi isolati".
Abbiamo visto inchieste annunciate con clamore che si sono sciolte nel nulla dopo anni, lasciando persone rovinate senza che nessuno rispondesse di nulla.
Abbiamo visto carriere interne influenzate da correnti, non sempre dal merito.
Abbiamo visto errori gravi – arresti sbagliati, processi infiniti, assoluzioni tardive – che non hanno prodotto alcuna vera conseguenza per chi li ha commessi.
Un esempio semplice: se un cittadino sbaglia paga subito.
Se lo Stato sbaglia: non paga nessuno.
Un altro fatto concreto è la confusione dei ruoli.
Chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso sistema, condividono percorsi e carriere.
Questo non significa che i giudici siano in malafede, ma significa che la percezione di imparzialità si indebolisce, e nella giustizia la percezione conta quanto la realtà.
C’è poi il tema del tempo.
Processi che durano dieci, quindici anni non sono giustizia lenta: sono giustizia negata.
E quando il sistema non riesce a correggersi da solo, vuol dire che qualcosa nelle regole non funziona.
Per questo si parla di cambiamento.
Non per punire la magistratura, ma per salvare la sua credibilità.
Perché un potere senza correttivi diventa fragile, ed una giustizia in cui i cittadini non credono più non protegge nessuno.
Cambiare oggi non è un atto contro qualcuno.
È un atto a favore dello Stato di diritto.
E lo Stato è il popolo, il popolo è sovrano ma, spesso, non conosce né i propri diritti né i propri doveri.
E allora chiudiamola come sempre in modo netto, onesto, pulito.
Volete lasciare tutto così com’è?
Votate NO.
Volete provare a cambiare un sistema che oggi mostra limiti evidenti?
Votate SÌ.
Non c’è altro da aggiungere, né da mascherare.
Nessuna delle due scelte ci renderà migliori o peggiori come cittadini.
Con il sì o con il no non vince né perde la destra, non vince né perde la sinistra...
Chi ci rimette davvero o ci guadagna è solo il popolo.
Quello che conta è sapere cosa si sta facendo.
Qui non si vuole spingere nessuno da una parte o dall’altra.
Non è questo lo scopo.
Lo scopo è che ogni persona voti con coscienza, non per paura, non per appartenenza, non perché “lo dicono gli altri”.
Il voto è un atto libero.
Ma è davvero libero solo quando è consapevole...
Altrimenti... sparpajateve inconsapevolmente...
a cura di Fidias e Mino










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