Quando la politica aveva un linguaggio.
- oposservatoriopoli
- 15 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
A cura di Mara Cozzoli
C’è stata una stagione della vita pubblica italiana in cui il confronto non era una gara a chi avesse ragione o torto, bensì un esercizio faticoso di pensiero collettivo.
Un tempo in cui si poteva dissentire profondamente, anche con asprezza, senza negare all’avversario lo spessore culturale che gli apparteneva.
Figure come Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, Giorgio Almirante facevano parte di mondi ideologici lontani, spesso inconciliabili.
Eppure, nella loro diversità, erano legati da un file rouge: parlavano sapendo di rivolgersi a una comunità civica, non a una platea da sedurre per il breve tempo di un consenso immediato.
Aldo Moro complicava i concetti e, proprio per questo, costringeva a pensare.
Il suo lessico era denso, pronunciato con piena cognizione di causa e consolidato dentro a una visione profonda dello Stato, della democrazia, del limite.
Egli cercava una mediazione alta, spesso impopolare.
Sandro Pertini incarnava un’altra dimensione: quella etica.
Non era soltanto il capo dello Stato, ma una coscienza civile.
Parlava poco e, proprio per questo, ogni parola aveva un peso specifico.
Non abbisognava di slogan, bastava la sua biografia limpida, trasparente, la coerenza e l’idea netta di giustizia sociale che gli apparteneva.
Pertini non interpretava il ruolo dell’uomo del popolo: lo era, punto e stop.
E poi Berlinguer, con la sua insistenza sulla questione morale.
Richiamava costantemente al senso di responsabilità, alla sobrietà, alla necessaria distanza dal potere fine a sé stesso.
Aveva compreso che, senza un fondamento etico, l’azione pubblica equivaleva a mera amministrazione dell’esistente.
Anche chi rappresentava tradizioni politiche lontane, come Giorgio Almirante, si muoveva all’interno di una struttura di pensiero riconoscibile: radicata, discutibile quanto si vuole, ma coerente e argomentata.
E infine, impossibile non citare Bettino Craxi che, con tutte le ombre che la storia ha poi messo in luce, possedeva una visione internazionale, una consapevolezza del ruolo dell’Italia nello scenario globale, una capacità di lettura geopolitica che, nel presente, appare sempre più rara.
La questione, dunque, è una: riconoscere che esisteva un ceto dirigente che studiava, leggeva, elaborava.
Governare era un mestiere difficile, non un passatempo mediatico.
Nel contesto attuale, al contrario, assistiamo a una leadership il cui linguaggio è povero, becero e, talvolta, infantilizzante.
Ed è qui che viene offesa l’intelligenza del cittadino, che chiede risposte concrete a crisi reali e non frasi fatte.
Un’offesa che si traduce nell’astensionismo o in un voto rassegnato, spesso orientato verso il cosiddetto “meno peggio”.
Discorsi vuoti o, peggio, diretti solo a ciò che conviene in quel preciso istante, senza una visione di lungo periodo, senza un’idea strutturata di società.
Ecco, il nodo centrale.
Il confronto con il passato, inevitabilmente, diventa impietoso.
Manca la capacità di essere all’altezza del ruolo che si occupa.
La profondità culturale è assente e l’incapacità di arrivare a una riflessione elaborata e articolata è sotto gli occhi di tutti.
Ci troviamo con un esecutivo che regge anche grazie all’astensionismo (circostanza di cui c’è ben poco da rallegrarsi) e con un’opposizione che, perdendo consenso, non sembra ancora interrogarsi seriamente sulle ragioni della crescente distanza dall’elettorato.
L’autocritica, quella autentica, dovrebbe partire da una domanda semplice, anche se difficile da accettare: quali azioni, o quali mancanze, hanno spinto i cittadini a smettere di riconoscersi in chi li rappresenta?
E noi, invece, dovremmo chiederci: perché accettiamo che tutto questo venga considerato normale?
Perché tolleriamo un confronto pubblico che intrattiene invece di dialogare, che preferisce il battibecco sterile, alimentato da talk show e social network (ultima frontiera della comunicazione) al pensiero critico e al confronto reale?
Da tutto ciò emerge il nulla.
Se ricordare Moro, Pertini, Berlinguer e gli altri serve a qualcosa, non è per idealizzarli, ma è utile per rammentare quanto la politica costituisca una cosa seria.
Tutto il resto è rumore, un caos che, per sua natura, è inadatto a costruire.
E nel frattempo, al Paese viene sottratto il futuro.










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