L’ALBERO DEL POTERE: il filo nero della Repubblica...(prima parte)
- oposservatoriopoli
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Non è una teoria.
Non è una suggestione.
È una linea storica verificabile.
In Italia il potere non cambia mai davvero.
Si traveste.
Cadono i regimi.
Cambiano le sigle dei partiti.
Si riscrivono le Costituzioni.
Ma i centri reali restano sorprendentemente stabili.
Non esiste frattura.
Esiste continuità.
Prima monarchia.
Poi fascismo.
Poi repubblica.
Poi democrazia dei partiti.
Poi tecnocrazia.
Sequenza diversa, stessi meccanismi.
Il vertice non governa mai in prima persona.
Il vertice indirizza.
Sotto il livello visibile della politica esiste da sempre un’area grigia fatta di:
- apparati permanenti
- servizi di sicurezza
- finanza opaca
- grandi interessi industriali
- reti pseudo-massoniche
- media allineabili
Questa area non si presenta alle elezioni.
Non chiede consenso.
Non fa comizi.
Decide.
La politica è il livello esecutivo.
Non quello sovrano.
I governi passano.
Le ‘agende’ restano.
Oppure ‘scompaiono’… ma non cambia nulla.
Ogni stagione italiana ha avuto la sua narrazione ufficiale: emergenza, terrorismo, austerità, pandemia, guerra, sicurezza.
Ogni stagione ha prodotto leggi speciali.
Ogni legge speciale ha ridotto spazi di libertà.
Nessuna emergenza è mai stata davvero smontata.
Si accumulano.
Il potere in Italia non crolla mai dal basso.
Crolla verso l’alto…
Quando salta un governo, non salta il sistema.
Si sostituisce il volto.
Quando esplode uno scandalo, non si colpisce la struttura.
Si sacrifica un terminale.
Quando emerge una verità scomoda, viene archiviata come “pagina oscura del passato”.
Ma il passato in Italia non passa mai.
Infatti oggi ci sono fascisti ovunque.
Anzi, nazifascisti.
Anzi, israelo-nazi-usa-fascisti!
Stragi senza mandanti.
Depistaggi senza colpevoli.
Dossier scomparsi.
Testimoni morti.
Processi infiniti.
Prescrizioni chirurgiche.
Non è incapacità.
È metodo.
Il potere che sopravvive non è quello che vince sempre.
È quello che non viene mai processato fino in fondo.
In questo Paese si è costruito un capolavoro di ingegneria istituzionale: la responsabilità diffusa.
Tutti coinvolti.
Nessuno colpevole.
Intanto l’asse vero resta intatto: Finanza → apparati → politica → informazione!
Questo è l’albero.
Cambiano le foglie.
Il tronco è lo stesso.
Le radici sono profonde e non immaginate dove arrivano.
Chi crede che oggi l’Italia sia governata solo da chi siede in Parlamento guarda il teatro, non il backstage.
Il Parlamento ratifica.
Il governo esegue.
I centri reali indirizzano.
E funzionano ancora.
Funzionano quando un’inchiesta muore.
Funzionano quando una carriera decolla senza spiegazioni.
Funzionano quando un nome sparisce dalle prime pagine.
Funzionano quando una guerra diventa improvvisamente “necessaria”.
Funzionano quando un sacrificio sociale viene chiamato “responsabilità”.
Il potere vero non ha bisogno di farsi amare.
Gli basta essere inevitabile.
E la domanda allora non è: “Chi governa oggi l’Italia?”
La domanda seria è: “Chi governa sempre, indipendentemente da chi vince le elezioni?”
Finché questa domanda resta proibita, il sistema è salvo.
E infatti, da settant’anni, è ancora lì.
Volete i nomi vero?
Volete lo scandalo, vero?
Volete sapere, nevvero?
Beh, prima di noi qualcuno proprio in questa redazione ci ha provato, e come se ci ha provato.
Il risultato?
Quattro pallottole in faccia, il 20 marzo 1979.
Giorno limpido.
Delitto limpido.
Mandanti opachi.
Oggi, a distanza di 17.115 giorni, per lo Stato italiano non è stato nessuno.
Sono passati 47 anni.
Non c’è un colpevole.
Ci sono solo vittime.
Quelle sì, tutte identificate, archiviate, classificate.
Quarantasette.
47
Numero che, nella tradizione massonica non è “canonico” come il 3, il 7, il 9, l’11 o il 33 ma che in ambito esoterico operativo viene considerato numero composto ad alta densità simbolica.
A livello giudiziario, invece, il 47 assume un significato molto più semplice, molto più italiano o non hanno capito un cazzo, oppure hanno capito benissimo e non hanno voluto che noi capissimo un cazzo.
Tertium non datur.
Perché un omicidio con quelle modalità, in quel contesto, in quegli anni, non è un mistero.
È una firma.
E in Italia le firme eccellenti si riconoscono sempre: sparano, depistano, archiviano.
Poi aspettano.
Aspettano che il tempo faccia il suo lavoro sporco: stancare, confondere, normalizzare.
Dopo 47 anni il messaggio è chiaro: non cercano la verità.
Gestiscono il silenzio.
Il colpevole non manca.
Manca la volontà di pronunciarne il nome.
E allora il 47 smette di essere numero esoterico e diventa numero politico.
47 anni di impunità programmata.
47 anni di Stato che sa.
47 anni di Stato che tace.
Questa non è giustizia che fallisce.
È giustizia che esegue ordini.
E funziona ancora.
Nel ‘47, nella Repubblica Italiana appena nata, succedono alcune delle cose più decisive di tutta la nostra storia repubblicana.
Altro che anno di passaggio.
È l’anno in cui il Paese viene incardinato definitivamente dentro l’orbita occidentale.
L’Italia firma il trattato di pace con gli Alleati, Trattato di Parigi.
Risultato concreto?
Perdita di territori, limitazioni militari, riconoscimento ufficiale della sconfitta ma, soprattutto, l’Italia rientra nel ‘consesso internazionale in posizione subordinata’.
Nasce una ‘sovranità condizionata’.
Non occupazione militare formale.
Dipendenza politica sostanziale.
E la cacciata di comunisti e socialisti dal governo, ce la siamo dimenticata?
Sempre nel ’47, Alcide De Gasperi estromette PCI e PSI al governo.
È la fine dell’esperienza dei governi di unità antifascista.
Da quel momento in poi l’Italia diventa ufficialmente un Paese dell’area atlantica e nasce la cosiddetta “democrazia bloccata”.
Tradotto per i più debolucci in storia “il Partito Comunista, anche se prende milioni di voti, non potrà mai governare.”
Non per volontà popolare.
Per decisione geopolitica.
E sempre nel ’47 nasce la ‘dottrina del contenimento’.
Gli Stati Uniti impostano la strategia globale anti-URSS.
L’Italia è considerata Paese a rischio “slittamento”.
Da qui finanziamenti occulti, sostegno politico, costruzione di apparati paralleli di sicurezza …
È l’anno zero del sottobosco atlantico italiano.
Quello che esploderà decenni dopo con le stragi, Gladio, depistaggi, strategie della tensione, omicidi e compagnia bella.
Ed ecco il dramma, nasce la Costituzione!
O la Cost-r-ituzione?
Vabbè, nel ’47 nasce la Carta!
22 dicembre: approvata.
27 dicembre: promulgata.
Entrerà in vigore il 1° gennaio 1948.
Paradosso, una delle Costituzioni più avanzate del mondo… in un Paese che fin da subito non sarà pienamente sovrano...
Testo altissimo e applicazione selettiva.
In sintesi, il ’47 è l’anno in cui l’Italia viene rifondata, o meglio, viene affondata!
Le elezioni verranno fatte.
I governi verranno cambiati.
Ma l’asse non si muoverà più.
Politica, massoneria, banche, rapporti diplomatici, servizi segreti …
No, non basta, dobbiamo scavare meglio.
Giulio Andreotti, figura chiave della Democrazia Cristiana, sette volte presidente del Consiglio, Amintore Fanfani, leader DC, più volte presidente del Consiglio, figura di spicco nella politica italiana del dopoguerra, Benito Rumor, politico DC, più volte ministro e presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, DC, ministro, presidente del Consiglio e poi Presidente della Repubblica ma l’elenco sarebbe infinito come quello delle figure legate a misteri, servizi, finanza e scandali, Licio Gelli, ex fascista, ex impiegato e poi maestro venerabile della P2, coinvolto in intrighi politici e finanziari, Francesco Pazienza, dottore in medicina, subacqueo esploratore con Jacques-Yves Cousteau, consulente legato a inchieste finanziarie e casi giudiziari complessi in tutto il mondo.
E poi dovremmo aggiungere le morti sospette, omicidi e scandali, partiamo ovviamente da Mino Pecorelli, giornalista, ucciso nel 1979, legato a dossier sulla politica e servizi segreti, Roberto Calvi, banchiere, “banchiere di Dio”, trovato morto a Londra nel 1982, mistero legato al Banco Ambrosiano e alla P2, Michele Sindona, banchiere coinvolto in scandali finanziari, avvelenato in carcere.
Lo so che vi aspettereste una versione “estesa”, con tutti i politici, banchieri, magistrati e giornalisti coinvolti nelle trame oscure della Prima Repubblica e degli anni ’70-’80, così avreste un catalogo per il vostro sconfinato morbo del sapere.
E invece no.
Qui non si tratta di numeri, di nomi da sfogliare o di dossier polverosi da consultare.
Qui si tratta di capire perché certi processi non s’hanno da fare, e altri, invece, sì.
Perché alcuni processi, quelli che avrebbero svelato tutto, si sono fatti ugualmente… e poi, in corso d’opera, sono scomparsi.
E altri ancora, che sembravano in partenza inevitabili, semplicemente non hanno mai visto la luce, inghiottiti dal silenzio di corridoi e segreti troppo grandi.
Alla fine, non è una questione di giustizia o di verità.
È una questione di potere.
Di chi può decidere chi cade e chi rimane intatto.
E di chi, dietro la facciata delle aule di tribunale, sa già che alcuni nomi devono essere pronunciati… e altri, invece, devono restare per sempre solo un’ombra sulla carta.
Perché qui, nel cuore di tutto, la differenza tra la vita e la morte, tra il processo e il silenzio, si chiama impunità organizzata.
E quella, amici miei, non si archivia mai.
Allora, la “trattativa” tra Stato e Mafia degli anni ’90 è un capitolo di storia e oscurità italiana che va oltre il semplice patto politico‑criminale, è un nodo di rapporti tra apparati statali, mafia, servizi e, a volte, personaggi del potere che operavano ai margini o oltre la legge.
Eccolo l’Albero del Potere.
Ogni giorno dall’Unità d’Italia a oggi potrebbe essere un “caso” da studiare: omicidi, scandali, processi saltati, trattative mai ufficiali, verità che emergono e subito vengono soffocate.
La storia ufficiale è spesso solo la superficie: sotto c’è un mare di segreti, complicità e silenzi organizzati, dove le responsabilità si confondono e i colpevoli restano protetti da leggi, alibi o semplicemente dal tempo.
E questo è il punto: non è un problema di dati mancanti, è un problema di sistema, di una struttura che permette a certi giochi di potere di ripetersi ciclicamente, mentre chi cerca verità e giustizia si scontra con muri invisibili e porte chiuse.
Ma poi, sinceramente, a voi, ma che cazzo ve ne frega di sapere?
Cosa ve ne frega di sapere chi ha ammazzato Mino Pecorelli?
Vi interessa davvero chi trasportava l’esplosivo che è esploso a Bologna nel ’80?
Siete veramente curiosi di capire come e perché è caduto il DC-9 Itavia IH 870 in volo sulla tratta Bologna‑Palermo il 27 giugno 1980?
Eppure, ogni giorno, la storia italiana trabocca di episodi così strani da sembrare incredibili, eppure veri.
Il rapimento di Aldo Moro e la gestione dei contatti tra brigatisti, Cia, servizi e politica DC.
Il misterioso suicidio di Roberto Calvi sotto il Blackfriars Bridge a Londra, il “banchiere di Dio”.
La cattura di Licio Gelli a Nizza, dopo mesi di latitanza e protezioni oscure.
La morte di Michele Sindona in carcere, avvelenato mentre era sotto custodia dello Stato.
Le stragi di mafia del 1992-93, apparentemente senza veri mandanti individuati.
Il fallimento del Banco Ambrosiano e le sparizioni di milioni tra Vaticano e P2.
I cosiddetti “incidenti strani” di magistrati e giornalisti che indagavano su Cosa Nostra e servizi deviati.
Le sparizioni e ritrovamenti sospetti di documenti compromettenti della DC e di apparati deviati.
I misteriosi incendi e attentati a edifici pubblici e privati che non hanno mai avuto colpevoli ufficiali.
I cosiddetti ‘errori giudiziari clamorosi’, processi che iniziano e finiscono nel nulla, archiviati per “mancanza di prove”.
Gli strani intrecci tra servizi segreti, criminalità organizzata e uomini d’affari, che sembrano sempre un passo avanti alla legge.
Le morti sospette di pentiti o collaboratori che minacciavano di parlare.
I “suicidi” che puzzano di omicidio, da giornalisti a banchieri fino a dirigenti pubblici.
I voli, i treni e i trasporti esplosivi che spariscono o vengono insabbiati prima che si faccia chiarezza.
E potremmo continuare all’infinito, perché ogni anno, ogni governo, ogni scandalo nasconde almeno un episodio che ti fa capire che la verità ufficiale è solo la punta dell’iceberg.
Persone che si sono suicidate con le mani legate dietro la schiena.
Persone che dopo essersi sperate in testa ed hanno poi riposizionato la pistola nella cintola.
Andiamo avanti?
Ma si, andiamo avanti …
Persone che cadono dalle finestre proprio il giorno prima di essere interrogate.
Persone che muoiono d’infarto, nonostante siano sane come pesci, proprio mentre stanno per consegnare documenti.
Persone che “non ricordano” più nulla dopo una notte in questura.
Persone che ricordavano tutto… e il giorno dopo non respirano più.
Dossier che scompaiono dagli archivi.
Intercettazioni che “non funzionavano”.
Nastri che vengono cancellati per errore.
Hard disk che si smagnetizzano da soli.
Auto blindate che esplodono ma senza lasciare tracce utili.
Testimoni chiave che ritrattano improvvisamente.
Pentiti che cambiano versione dieci volte.
Pentiti che muoiono prima di cambiare versione l’undicesima.
Magistrati trasferiti perché “troppo esposti”.
Giornalisti isolati perché “esagerano”.
Inchieste chiuse perché “mancano elementi”.
Elementi che però esistono, ma non si trovano più.
Stragi senza mandanti.
Mandanti senza processo.
Processi senza colpevoli.
Colpevoli senza pena.
E poi ci dicono che è tutto normale.
Che sono coincidenze.
Che è sfortuna.
Che è complessità.
No.
Questa non è complessità.
Questa è architettura del silenzio.
C’è sempre un Grande Architetto dietro una grande architettura.
Un sistema che non funziona male.
Un sistema che funziona esattamente come deve funzionare: proteggendo sé stesso.
Perché la verità, quella vera, non è che non esiste.
La verità esiste.
È solo sepolta sotto strati di paura, convenienza e complicità.
E allora torniamo alla domanda iniziale: ma a voi, davvero, che cazzo ve ne frega di sapere?
Perché sapere è pericoloso.
Sapere significa smettere di credere alle favole.
Sapere significa capire che non viviamo in uno Stato fragile.
Viviamo in uno Stato fortissimo.
Talmente forte da permettersi di mentire da settant’anni senza mai chiedere scusa.
E finché questo Paese continuerà a confondere la pace con l’oblio, la stabilità con il silenzio, la verità con una versione comoda, non ci sarà mai bisogno di un colpo di Stato.
Perché il colpo di Stato, oltre tutti quelli tentati e andati a male, è già avvenuto.
Solo che lo chiamano “democrazia funzionante”.
Come?
Non lo sapete?
Ma certo che ci sono stati tentativi di un Colpo di Stato in Italia.
Ben 4 tentativi ‘ufficiali’.
Ma, entriamo nel vivo …
Il ‘Piano Solo’ del 1964.
Fu un piano di emergenza predisposto dall’Arma dei Carabinieri e dal presidente Segni con la collaborazione dei servizi segreti e dei gladioisti, che per molti fu visto come un tentativo di colpo di Stato o di pressione militare per evitare l’ingresso dei socialisti nel governo; la Commissione parlamentare d’inchiesta non lo ha però ufficialmente qualificato come “golpe”, e la magistratura ha ‘escluso’ un vero tentativo di rovesciamento.
Golpe Borghese (7‑8 dicembre 1970)
Il tentato golpe neofascista ideato da Junio Valerio Borghese (e con presunti collegamenti con settori dell’intelligence, P2 e altri ambienti) che fu interrotto nella notte, con arresti e poi assoluzioni in appello dei coinvolti.
La “Rosa dei Venti” e altri piani nei primi anni ’70.
Esistono riferimenti storici e ulteriori progetti, o alleanze di ufficiali e gruppi estremisti, intorno al periodo 1971‑1973 con obiettivi simili a golpe, legati agli anni di piombo e alla strategia della tensione.
Il Golpe Bianco dell’estate 1974.
Un presunto progetto di colpo di Stato “morbido” o presidenzialista promosso da Edgardo Sogno ed altri, mai realizzato e per il quale non si è arrivati a giudizio penale, ma è rimasto nel dibattito storico come progetto di cambiamento istituzionale non costituzionale.
E poi?
Tutto qui?
No, da qui in poi parte la censura.
La situazione negli anni '80 era tesa, come certi contesti che nel 1992-1993 portarono a ‘timori di golpe’, con Carlo Azeglio Ciampi che espresse preoccupazione per un ‘possibile golpe’ durante le stragi di quel periodo, parlando di destabilizzazione politica.
In sintesi, la narrazione di un golpe tra polizia e carabinieri a Saxa Rubra negli anni '80 non trova alcun riscontro storico nelle cronache e nei processi di quel decennio.
Ops, non lo dovevamo scrivere?
C’è chi ancora dorme ma, negli anni '90 in Italia, non si verificarono ‘colpi di Stato effettivi’ ma il clima di tensione fu elevato a causa della fine della Prima Repubblica (Mani Pulite) e delle stragi mafiose del 1992-1993 che attaccarono istituzioni e forze di polizia.
Si parlò, senza riscontri concreti, di tentativi eversivi legati anche alla scoperta di Gladio (1990), eppure ci sono episodi concreti dei quali nessuno parla e non parliamo dell’operazione “Tora Tora”.
Si perché ad esempio proprio a Roma, anche se nessuno ne parla, neanche l’AI né Google, vi fu un tentativo di golpe contro istituzioni e Rai, stato sventato prima del nascere.
L’allora Gip Stefania Di Tomassi dispose il rinvio a giudizio per cospirazione di tre imputati, Lorenzo Pampalon, Ambrogio Tagliente e Henry Levy.
Altri, tra cui Vittorio Fenili, furono accusati di favoreggiamento mentre Roberto Noè patteggiò 10 mesi per ‘cospirazione’.
Cospirazione?
Nel 1993?
A Roma?
Secondo le indagini, il piano prevedeva l’occupazione del centro Rai di Saxa Rubra e l’assalto a Montecitorio, Palazzo Chigi e al Senato, con elicotteri, missili e bombe al neutrone.
Altro che il golpe del “Principe Nero”.
Il principale imputato del golpe, quello vero, Giovanni Marra, sostenne che si trattava di un bluff per impressionare la fidanzata.
Il giudice ha però ritenuto credibile la serietà delle intenzioni, anche se non sono state trovate armi, escludendolo solo nel concorso nel traffico di armamenti.
Ma per il golpe?
Come al solito non ci sono fonti aperte affidabili che riportino il numero ufficiale di fascicolo o il numero di registro generale (RG) specifico dell’indagine/ procedimento penale sul presunto tentato golpe alla RAI di Saxa Rubra del 1993 nei database pubblici o negli archivi digitali consultati.
Quindi facciamo fede sulla memoria e sugli appunti di qualche amico che ricorda le cose, anche perché le cronache dell’epoca e gli articoli di stampa parlano dell’inchiesta e dei rinvii a giudizio ma non menzionano un numero di fascicolo RG o un codice ufficiale del procedimento nei loro contenuti diffusi al pubblico.
Strano, perché la sentenza è emessa in nome e per conto del “popolo italiano” che, a quanto pare, spesso assolve o emette sentenze di condanna senza sapere un cazzo di niente!
Comunque sia, non stiamo delirando, l’indagine fu condotta dalla Procura della Repubblica di Roma, con primo sostituto procuratore coinvolto Silverio Piro.
L’ipotesi di reato per la parte principale era “cospirazione politica mediante accordo” contestata a Giovanni Marra e altri.
La cronaca dell’epoca (1995) riferisce l’avvio del giudizio con rinvio a giudizio e successivi sviluppi nel 2001 con decisioni della Corte d’Appello su alcune condanne/archiviazioni.
Ma, chi erano questi perfetti sconosciuti tali Giovanni Marra, Lorenzo Pampalon, Ambrogio Tagliente e Henry Levy?
Marra era un pilota civile, indicato dagli investigatori come la mente dichiarata del progetto golpista.
Secondo l’accusa avrebbe cercato di organizzare un’azione coordinata per l’occupazione della sede Rai e altri obiettivi istituzionali, cercando contatti per procurare mezzi e uomini.
Lorenzo Pampalon (spesso scritto Renzo in alcune fonti) era un ex legionario, aveva prestato servizio nella Legione straniera francese e poi fondato nel Trentino una scuola di sopravvivenza (“Born to Live”), frequentata anche da giovani borghesi.
Era già sotto inchiesta per traffico internazionale di armi e altri precedenti penali e secondo il fascicolo, era uno degli uomini di contatto per mettere insieme uomini e mezzi per il piano…
Ambrogio Tagliente figura con precedenti collegati all’estremismo di destra, dalle cronache risulta coinvolto in passato in atti violenti all’estero, tra cui un attentato in Germania a un deputato socialdemocratico (La Fontaine).
Nel contesto dell’inchiesta su Saxa Rubra è stato uno degli imputati rinviati a giudizio per cospirazione.
Infine Henry Levy, una delle persone rinviate a giudizio insieme a Pampalon e Tagliente.
Dai resoconti dell’epoca emerge come parte del gruppo coinvolto nella presunta cospirazione ma, le fonti non offrono molte informazioni biografiche aggiuntive oltre al ruolo giudiziario.
Interessante la misterica figura di Henry Levy (in alcuni atti scritto Henry Levi) tuttavia, non ci sono biografie né profili pubblici completi di questa persona nei database indicizzati online.
Neanche in darkweb.
Niente di niente.
Esiste ma non esiste.
Nome tedesco, americanizzato.
Cognome ebraico, antico, il terzo figlio di Giacobbe e Lia nell’Antico Testamento, discendente dei Leviti.
Nel 1993 questo moderno congiurato tenta un “golpe” insieme a quattro scalzacani, un’orda improbabile di ex legionari, estremisti e sognatori d’aria fritta.
Poi il niente, il piano sventato, le armi mai arrivate, le intenzioni dichiarate… e subito dimenticate.
La stampa tace, i social non ne parlano, non ci sono tracce se non minime, da cercare con la lente.
Eppure parliamo di un “colpo di stato...
Dietro quel vuoto, c’era qualcosa nel 1993?
Sempre c’è qualcosa.
Servizi, fantasmi della P2, pezzi deviati dello Stato, uomini che muovono fili dietro il sipario della legalità.
Perché certi progetti si fermano prima di nascere?
Perché altri, più grandi, più sporchi, proseguono indisturbati?
Non lo sapremo mai del tutto.
Non nel dettaglio, non con nomi e date stampati sul giornale.
Ma resta la certezza, in Italia, ogni tentativo di ribaltare l’ordine, ogni “golpe” sventato, ogni bluff finito in tribunale è solo la punta dell’iceberg di un potere che decide chi cade, chi parla e chi resta nell’ombra.
E invece di rompere i coglioni a mezzo mondo con domande stupide, quelle giuste, di domande, ve le siete mai fatte?
E se vi facessimo un quadro serio, documentato e senza mitologia su ciò che esiste e ciò che non esiste (almeno nei fatti storici accertati) riguardo alle famigerate logge come P2, P3, P5, P6, P7 e simili?
La gran parte delle “P‑X” oltre alla P2 non è nulla di riconosciuto come esistente o storico nei registri accertati ma, piuttosto, etichette narrative usate da certi giornalisti o teorici della cospirazione
Se vi regalassimo un report dal mondo reale, con date, nomi e contesti, potreste essere in grado di cercare la verità …da soli?
Ma si può sapere che cazzo è stà P2?
Fu fondata come “Propaganda Massonica” nel 1877, rifondata come ‘Propaganda Due’ negli anni ’60.
Ebbe un periodo di ‘attività occultata’, dal 1966 al 1982, fino allo scandalo.
Nel 1970 Licio Gelli ottiene la ‘gestione autonoma’ della P2 e inizia l’espansione segreta.
Ma, da chi la ottenne?
Il 17 marzo 1981 vi fu la “scoperta dell’elenco degli iscritti” (iniziato almeno con 962 nomi; secondo alcune fonti la lista completa potrebbe essere stata molto più lunga negli archivi interni), ma tutti sappiamo che fu una bufala “programmatica”.
Il 25 gennaio 1982 la P2 venne dichiarata “illegale in Italia” tramite legge n. 17, in attuazione dell’art. 18 della Costituzione, proprio per la sua natura segreta ed eversione politica.
Ripetiamo: “La P2 venne dichiarata illegale in Italia”.
Ovviamente la P2 non era una “massoneria normale”, è chiaro, quanto invece fu un’organizzazione segreta di influenza politica e istituzionale, infiltrata nelle istituzioni, servizi, esercito, magistratura e aziende pubbliche fatta passare per massoneria.
Niente grembiuli, guanti, gioielli, spade, cappucci o rito.
Il reperimento delle liste scatenò uno scandalo politico enorme, con dimissioni di ministri, dibattiti parlamentari e inchieste ufficiali.
Il “Piano di rinascita democratica” sequestrato a Villa Wanda di Gelli conteneva proposte di radicale riorganizzazione politica (controllo media, sindacati, magistratura ecc.).
Tutto inizia, però, tra il 1943 e il 1945.
Non serve girarci intorno, il quadro è chiaro.
Licio Gelli non è solo un massone italiano qualunque.
È un uomo con legami oltreoceano, mandato a gestire fondi, connessioni e influenza in Italia, con un obiettivo cristallino, i comunisti non devono mai arrivare al potere.
Punto.
Dietro le apparenze di logge e rituali, dietro le ville e le cene eleganti, scorrevano soldi, strategie e nomi di uomini dello Stato pronti a muovere pedine senza che il pubblico sapesse nulla.
È la logica del controllo, la politica non si fa solo in Parlamento, ma nei corridoi dell’ombra, tra accordi internazionali e reti segrete.
E come sempre in Italia, la storia non si chiude con sentenze o fascicoli, resta il mistero dei conti mai chiariti, delle liste mai pubbliche per intero, delle trame che spariscono quando si fanno troppo pericolose.
Chi comanda davvero, spesso, non lascia traccia.
D'altronde, si inizia sempre con i buoni propositi ma poi, sai com’è, se il SISMi dichiara che Gelli nel 1980 ha un patrimonio ‘liquido’ di 2.000 miliardi, beh, le carte in tavola è facile che cambiano!
Cerchiamo di capire il dopoguerra e l’America in Italia dal 1943 al 1947.
L’Italia è ridotta a macerie.
Gli Alleati controllano il Sud, i tedeschi occupano il Nord fino al ’45.
Gli Stati Uniti hanno un obiettivo chiaro, l’Italia non può cadere in mani comuniste, il Partito Comunista Italiano è troppo forte e troppo vicino ai russi.
Gli americani inseriscono uomini chiave in ministeri, banche e media, aprono canali di finanziamento segreti e creano reti parallele di informazione e influenza.
Soldi Marshall, fondi discrezionali della CIA, consulenti economici: ogni canale è sfruttato per tenere in vita una democrazia “controllata”.
Gelli, così come tanti altri, è un uomo chiave.
Nel 1945‑46 compare Licio Gelli.
Giovane, intraprendente, affascinante.
Non è un agente ufficiale degli USA, ma lavora per interessi americani, come punto di riferimento interno per i fondi e le connessioni politiche.
Crea la Propaganda Due come strumento, una loggia massonica segreta dove convoglia politici, militari, magistrati, imprenditori.
L’obiettivo è fare da cuscinetto tra gli interessi americani e le realtà italiane, garantendo che nessuna scelta politica sfugga al controllo anticomunista.
Arrivano il denaro, le banche e le coperture.
Negli anni ’60 e ’70 la P2 cresce, raccoglie denaro da fondazioni, banche e imprese.
Alcuni capitali hanno origine estera, alcuni possono passare per investimenti legittimi o conti bancari internazionali.
Il denaro serve a tre cose, influenzare politici e sindacati, mettere persone fedeli in posti chiave, controllare i media, giornali, radio, televisioni e preparare la copertura per operazioni oscure, dai piani di tensione alle reti clandestine di intelligence.
Gladio, Stay Behind…
L’obiettivo non è il profitto puro, ma il controllo politico, ogni lira spesa dalla P2 è un tassello di una strategia più grande di anticomunismo.
Però poi arriva anche il profitto puro e l’uomo è debole …
Con le banche e il potere arriva in Italia la “Guerra Fredda”.
E si affacciano in balcone figure come Francesco Pazienza.
Gli anni ’70 portano il terrore.
Bombe, attentati, strategie della tensione, Piazza Fontana, Gioia Tauro, Bologna.
Nessuno può provare direttamente la P2 ma gli investigatori trovano legami inquietanti, ex agenti, ex legionari, uomini di partito… e Gelli sempre al centro, come un regista invisibile.
Gli americani osservano, alcuni finanziamenti restano segreti, altri vengono rifiutati per non creare scandali internazionali.
L’URSS è il nemico fuori dai confini, i comunisti italiani quelli dentro, e ogni azione della P2 è tarata per garantire che l’Italia resti nel campo occidentale, sempre.
Ah, la grande Russia.
Un certo Mitrokhin lavorò per il KGB dal 1956 al 1984 e negli anni ’70‑’80, iniziò a trascrivere di nascosto documenti segreti che poi nascose nella sua ‘dacia’, finché nel 1992 portò l’intero archivio con sé nel Regno Unito dopo la sua defezione.
Tra il 1995 e il 1999 il servizio segreto britannico (MI6) inviò al SISMi una serie di rapporti tratti dall’archivio di Mitrokhin, poi tradotti in italiano, circa 261 schede note come “Rapporto Impedian”.
Queste ‘schede’ trafugate da Mitrokhin coprono un periodo da 1917 fino al 1984 e comprendono nomi, contatti e attività di ‘presunti agenti sovietici o informatori in Italia’.
Il materiale scottava, parlava di contatti tra il KGB e individui in Italia, pubblici ufficiali, imprenditori, giornalisti, professori…il che, sollevò interrogativi sul grado di penetrazione sovietica durante la Guerra Fredda.
E la P2?
La P2 era quella pseudo loggia massonica italiana con contatti e infiltrazioni in istituzioni, esercito e servizi non controllata dal KGB.
Ciò che emerge è un’area di potere parallelo e di rapporti incrociati in un clima di Guerra Fredda, non una relazione di “spionaggio diretto KGB‑P2”.
Immaginate che vera casa di tolleranza politico-sociale orbitava sulle teste dei cittadini europei fra gli anni ‘50 e gli anni ‘90?
Siamo andati troppo avanti.
Scusate.
Per Gelli arrivano gli anni ’80, c’è la scoperta della P2, oppure, c’è il tradimento della P2 affinché fosse fermata.
Nel 1981 la magistratura ‘scopre’ la lista degli iscritti P2, nomi di politici, giornalisti, militari, industriali.
È uno scandalo pubblico mondiale, il Parlamento scioglie la loggia.
Ma molti fili restano invisibili, molti accordi già fatti restano operativi sotto traccia.
Il risultato?
La P2 viene chiusa ufficialmente ma la rete di influenza e gli interessi internazionali continuano a operare.
Il denaro non sparisce, i legami restano, e l’anticomunismo italiano ha ormai un pilastro solido.
Oggi, quando guardi Roma o Milano, ci sono edifici, fondazioni e gruppi industriali che sembrano normali.
Ma sotto la superficie?
Gli schemi disegnati da quegli anni continuano a far girare soldi, influenza, nomi, collegamenti con l’estero.
La guerra fredda è finita, ma la logica di chi muove pedine nell’ombra non è cambiata.
Secondo alcune ricostruzioni, il SISMi chiese di cancellare nomi di spie dal dossier prima della sua divulgazione, sollevando critiche su possibili omissioni o protezioni di persone ritenute sensibili e pensate, nel 2002, quindi l’altro ieri, fu istituita una commissione presieduta da Paolo Guzzanti, all’epoca senatore di Forza Italia, per verificare la veridicità e il contenuto delle informazioni sul dossier e sull’attività di intelligence italiana.
L’esito della Commissione parlamentare Mitrokhin-Guzzanti è delicato e controverso perché si muoveva su un terreno molto politico e sensibile, la gestione del dossier Mitrokhin in Italia e i sospetti di infiltrazioni sovietiche nei servizi e nella politica italiana in un Paese presidiato da Cia e Mossad.
Che disastro.
La commissione concluse che il dossier Mitrokhin conteneva informazioni affidabili ma parziali, alcune confermate da altre fonti, altre non verificabili.
Non ci fu alcuna connessione provata tra P2 e KGB, eventuali contatti o sospetti restarono circostanziali, senza riscontri documentali ufficiali.
Risultato ufficiale?
Un cazzo.
Politica, massoneria, servizi segreti, spioni, denaro e criminalità a braccetto in un epoca nella quale, però, tutti sapevano, tutti vedevano e nessuno pagava davvero.
Tutti potevano fare affari sporchi, intrecciare conti bancari esteri, finanziare partiti, coprire attentati e poi tornarsene a casa come se nulla fosse.
Era un’Italia in cui la faccia pulita era un optional, le regole scritte servivano solo a dare un senso di ordine, e chi osava alzare la voce finiva schiacciato tra carte, dossier, e silenzi istituzionali.
In sostanza, un gigantesco teatrino del potere, dove il pubblico applaudiva illusioni, e dietro le quinte si tramava, si spostava denaro, si decidevano vite e morti… ma alla fine nessuno pagava, nessuno restava sotto accusa, e tutto ricominciava come se fosse normale.
Un’Italia all’italiana, feroce, pragmatica e senza morale apparente: chi comanda resta invisibile, chi cade è solo pedina.
Ma dopo la “caduta” della P2?
Facile, arrivarono la P3, P4, P5, P6, P7…
Non vi stiamo prendendo in giro, queste sigle compaiono davvero, non sono solo in narrativa giornalistica, lettere di cronaca o fonti non verificabili, sebbene non abbiano una base documentata paragonabile alla vicenda P2, sono sigle che sono state trascritte in inchieste vere e proprie con noi, fatti e circostanze precise.
La “P3” è stata un'inchiesta giudiziaria condotta dalla Procura della Repubblica di Roma su una presunta associazione segreta e così denominata dalla stampa, in riferimento alla loggia P2 di Licio Gelli, correva l’anno 2010.
La “P4” è un'inchiesta giudiziaria avviata nel 2011 dalla Procura della Repubblica di Napoli sulla scia di una ‘associazione a delinquere’ che avrebbe operato nell'ambito della pubblica amministrazione italiana e della giustizia.
Oggetto di indagini preliminari in tale procedimento giudiziario furono, tra gli altri, il faccendiere Luigi Bisignani e il deputato Alfonso Papa del PdL.
La "P5" del 2020, dicono sia un termine giornalistico utilizzato per descrivere un presunto sistema di potere occulto emerso nell'ambito dell'inchiesta che ha coinvolto l'ex magistrato Luca Palamara, riferito a un gruppo di pubblici ufficiali, magistrati e politici che, senza colpo ferire, sono stati incastrati nella famigerata e potentissima “Loggia Ungheria”.
E sempre di loggia si parla.
In base alle nostre ricerche effettuate però, non risultano indagini o logge massoniche note con la denominazione "P6" nelle fonti storiche o giudiziarie italiane ‘prima’ del 2020.
Strana è allora la circostanza per la quale, tuttavia, saltando una “P”, esistono atti ufficiali d’indagine presso il Tribunale di Roma (emessi dall’Ucigos, Sez. B1, risalenti al 1999), che citano la “Loggia P7”!
La “P7” prima della “P3” senza la “P6”?
Che disastro!
In questo cataclisma di date e circostanze improbabili, personaggi come Mino Pecorelli, ad esempio, forse in possesso del memoriale di Aldo Moro, volendo fare un po’ d’ordine nella logica delle cose si sono ritrovati davanti un killer, oppure due, mandati non per vendetta, non per rabbia, ma per ‘igiene di sistema’.
Perché quando qualcuno sa troppo, non si discute.
Non si media.
Non si avverte.
Si elimina.
Si cancella la fonte, si brucia il contatto, si sporca la pista, si fa passare il morto per uno scomodo, un mitomane, un esaltato, uno che “se l’è cercata”.
Poi si archivia tutto sotto la parola più comoda del vocabolario italiano: mistero!
Ma non era mistero.
Era metodo.
Metodo per difendere equilibri fragili, accordi indicibili, trattative che non dovevano esistere ma che hanno tenuto in piedi intere stagioni politiche. Metodo per proteggere chi stava sopra, sacrificando chi stava sotto.
E così Pecorelli non è più solo un giornalista morto.
È un messaggio.
Come tanti altri.
In Italia non ammazzano quasi mai per errore.
Ammazzano per funzione.
E chi fa finta di non capirlo, o è ingenuo…o è parte del problema.
Ecco, questo è il frutto dell’Albero del Potere.
Ah!! E non abbiamo ancora parlato della Chiesa...
Non avevamo più spazio nel file word…
Alla prossima puntata.
Stay tuned...
a cura di Mino e Fidi@s










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