OMICIDIO PECORELLI: ci vorrebbe una Commissione d'inchiesta...
- oposservatoriopoli
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
La facciamo facile.
Per istituire una Commissione d'Inchiesta in Italia, serve una delibera di una sola Camera del Parlamento (Camera dei Deputati o Senato), basata sull'Art. 82 della Costituzione, per indagare su un argomento di interesse pubblico, assegnando alla Commissione gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria.
L'iniziativa può partire da un gruppo parlamentare o da singoli membri, ma la decisione finale spetta all'Assemblea, che ne nomina i componenti in modo proporzionale ai gruppi parlamentari.
In sintesi, un Deputato -o un Gruppo Parlamentare- presenta una proposta di legge o una risoluzione per l'istituzione di una Commissione d'Inchiesta su una specifica materia (es. crimine, scandali, eventi di rilevanza nazionale).
E se Dio lo assiste, si fa!
E per l’omicidio Pecorelli, becchiamo tutte le aree di competenza.
Il passo successivo è che la Camera competente (Camera o Senato) discuta e deliberi l'istituzione della Commissione.
Non serve un atto legislativo, ma una decisione interna dell'Assemblea.
Una volta approvata, i membri della Commissione vengono nominati.
La loro composizione deve rispettare la proporzione dei gruppi parlamentari presenti in Camera, garantendo rappresentanza a maggioranza e opposizione.
Dopo l'approvazione del testo e la nomina, è necessaria l'elezione dell'Ufficio di Presidenza per avviare i lavori.
E che “potere” ha la Commissione?
Le Commissioni d'Inchiesta agiscono con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria, potendo svolgere indagini, assumere testimonianze e acquisire documenti.
Sperando che agiscano “non” come le autorità che, finora, hanno messo mano al “fascicolo perpetuo”.
E si, in sintesi, è un processo che richiede una “forte volontà politica” ed il supporto di almeno una Camera per avviare l'indagine su temi di rilevanza nazionale.
Cos’è un “fascicolo perpetuo”?
Anche questa ve la facciamo facile.
In Italia, nel sud, c’è una tradizione, la famosa "botte perpetua" o "vino perpetuo" è un metodo tradizionale, soprattutto siciliano (legato al Marsala) e spagnolo (Solera), dove il vino non viene mai completamente svuotato da una botte, ma viene costantemente rabboccato con vino nuovo, mescolando così annate diverse per creare un blend in continuo, complesso e "infinito" che evolve nel tempo, dando vita a un vino unico, antico e sempre vivo, senza una singola annata definita.
Ecco, il “fascicolo Pecorelli”, istituito ormai nel 1979, è come la “botte perpetua”.
Il "fascicolo Pecorelli", relativo all'omicidio di Mino, è estremamente vasto e complesso, con molti atti, fascicoli processuali e sentenze che riguardano i vari gradi di giudizio, coinvolgendo figure come Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti; non esiste un singolo numero di atti universale, ma una pluralità di fascicoli riuniti (es. R.G. N. 4/95, R.G. N. 1/96, ecc.) che costituiscono la mole di prove e testimonianze sull'omicidio del 1979, con condanne in Appello e Cassazione.
Più tutti i sotto-fascicoli, le piste bis, ter, quater, i filoni laterali, paralleli e pure perpendicolari, aperti con gran rumore da Procure diverse che per decenni si sono passate carte, nomi, sospetti e veline come figurine doppie.
Un gran rimescolio di atti, interrogatori ripetuti, testimoni spremuti fino all’osso, per poi arrivare sempre allo stesso identico punto: il nulla.
O meglio, al vuoto programmato.
O meglio ancora: a un beatissimo cazzo!
Perché qui non si tratta di incapacità, ma di metodo.
Indagini fatte per non arrivare, istruttorie costruite per consumarsi da sole, piste imboccate sapendo già che portavano al muro.
Il copione è sempre quello: si finge di cercare la verità, si produce carta, si dà in pasto all’opinione pubblica l’illusione del movimento, e poi si archivia.
Fine.
Pecorelli non è un mistero irrisolto: è un delitto che non deve avere una verità processuale.
E quando un’indagine non s’ha da fare, non la si affossa con il silenzio, fin troppo evidente, ma con il rumore.
Con le stronzate.
Con l’accanimento inutile.
Con il tempo che passa e cancella tutto.
Tranne una cosa: la volontà chiarissima di non guardare dove faceva davvero male.
Più tutti i vari sotto fascicoli riservati che, nei secoli, incrociavano i dati per poi arrivare sistematicamente alla levitazione del fascicolo.
Si, sospeso per sempre in un limbo di archiviazioni e punti interrogativi.
Dai, è inutile girarci intoro, certe indagini non s’hanno da fare...
Oggi la media culturale è alta, il QI è alto, la gente si è rotta i coglioni di farsi prendere per il culo.
Perché qui non siamo davanti a indagini sbagliate, siamo davanti a indagini scenografiche.
Un teatro giudiziario messo in piedi apposta per simulare la caccia al colpevole mentre si bonificava il terreno da qualsiasi verità scomoda.
Fascicoli aperti come paraventi, ipotesi gonfiate e poi lasciate marcire, piste “suggestive” utili solo a spostare l’attenzione, a intasare tutto.
Una strategia precisa: annegare il fatto in un mare di carta, finché non resta più distinguibile niente.
E nuota, nuota, nuota, nuota, prima o poi ti stancherai di nuotare...o no?
A quanto pare, però, il figlio di Mino non si stanca!
E leggendo in giro, guai a chi parla di errori.
Qui l’errore è pensare che fosse un errore.
Perché quando tutte le Procure, in epoche diverse, con magistrati diversi, arrivano sistematicamente allo stesso risultato, cioè a non arrivare, allora non è sfortuna.
È linea politica.
È volontà.
È obbedienza a un confine invisibile che nessuno deve superare.
Si può scavare, sì, ma solo in superficie.
Si può indagare, certo, ma senza affondare.
Si può interrogare chiunque, purché non serva a un cazzo.
Sennò non si spiega.
1 + 1 fa ancora 2?
NO, in Italia no...
Il meccanismo è semplice e infallibile: apri mille filoni, così nessuno segue quello giusto.
Convoca decine di testimoni, così la verità si diluisce ma mai quello “giusto”.
Tira dentro nomi grossi, così il processo esplode e poi collassa.
E quando tutto è abbastanza confuso, quando l’opinione pubblica è stanca e annoiata, archivi.
Non perché non sai.
Ma perché sai benissimo.
Pecorelli dava fastidio da vivo e continuava a darne da morto.
E ora il figlio…
E la giornalista Fanelli…
E tanti altri …
Mino non andava riabilitato con una verità ma, neutralizzato con l’oblio.
E l’oblio, in Italia, non si costruisce col silenzio: si costruisce con la sovrapproduzione di stronzate istituzionali.
Prima ti ammazzano, ti sputtanano in ogni pagina di cronaca possibile poi però…
Conferenze stampa, sentenze interlocutorie, assoluzioni “per insufficienza di prove” che “puzzano di resa preventiva”.
Tutto regolare, tutto pulito, tutto inutile.
E alla fine resta la farsa suprema: nessun colpevole, nessun mandante, nessun movente certo.
Come se un giornalista che toccava nervi scoperti fosse stato colpito dal caso.
Come se la storia fosse andata così, per inerzia.
Che si sia suicidato?
L’hanno già detto?
No?
Certo, in Italia se Sergio Castellari, nel 1993, è riuscito a spararsi alla testa con un calibro 38 e poi rimettersi la pistola alla cintola, allora tutto può succedere...
Anche se il colpo sparato sia stato ritrovato in “rotazione inversa” nel tamburo…
Certo, se in Italia un funzionario dei servizi militari di 180 cm. e 100 chili di peso si può impiccare ad un porta asciugamani…
Certo, se in Italia, a Roma, "certi sottoscala" prendono fuoco da soli …
Certo, se il pontefice muore con il caffè...
Forse troppo amaro?
Certo, se in Italia ancora oggi il suicidio di Raul Gardini rimane imperfetto, ma tanto il caso fu archiviato come suicidio.
Rimasero dubbi legati in particolare alla pistola ritrovata dalla Scientifica distante dal corpo.
“L’ho spostata io stesso quando sono arrivato e abbiamo preso atto che si era...”, rivela Antonio Di Pietro ad Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera che l’ha intervistato.
“…Preso atto che si era?” ...e niente, è andata via la comunicazione!
A proposito di pistole, ma quella che ha ammazzato Mino e che è stata ritrovata, poi è ri-sparita?
Daje su.
È andata e va così perché doveva e deve andare così.
Perché certe verità non si cercano: si evitano con metodo, con disciplina, con una costanza che dura decenni.
E Pecorelli, oggi, non attende giustizia: attende che qualcuno smetta di fingere di cercarla…
E allora la Commissione?
C’è qualcuno “lassù” che si armerà di coraggio per proporla ed esporsi?
Ma no, non c’è la fila.
In Italia quella dei millantati eroi, dei patrioti da talk show, dei condottieri a favore di telecamera, sparisce sempre quando la posta diventa reale.
Tutti pronti a battersi il petto su anniversari e commemorazioni, tutti muti quando si parla di una commissione d’inchiesta vera, con poteri veri e il rischio concreto di far saltare carriere, alleanze, archivi e reputazioni imbalsamate.
La dinamica è sempre la stessa.
A parole sono tutti per la verità, per la trasparenza, per la memoria. Nei fatti?
Scappano.
Si nascondono dietro il garantismo a corrente alternata, dietro il “non è il momento”, dietro il “lasciamo lavorare la magistratura” - la stessa che per decenni ha prodotto fumo, non fuoco né fiamme.
Oppure fanno finta di niente, che è la tecnica nazionale più collaudata: ignorare finché la cosa muore da sola.
Prima Repubblica docet.
Una commissione d’inchiesta su Pecorelli - fatta sul serio - sarebbe una bomba.
Perché non guarda solo a un omicidio, ma a un sistema: rapporti opachi, protezioni trasversali, silenzi concordati, depistaggi chirurgici.
E questo sistema non è morto, si è solo riciclato.
Stessi meccanismi, nomi diversi, stesso terrore di far saltare il tappo.
Quelli che potrebbero sostenerla davvero sono pochi e isolati.
Non fanno rumore, non hanno megafoni, spesso vengono trattati come fissati o disturbatori.
Tutti gli altri, i “patrioti”, quelli che parlano di Stato, onore, bandiera? Latitanti morali.
Perché una commissione d’inchiesta non la controlli, non la addomestichi, non la chiudi con una frase fatta.
O la fai sul serio o è meglio non farla affatto.
E sul serio, in questo Paese, significa guardare dentro il buco nero.
Quindi sì: oggi l’Italia è questa.
Un Paese che celebra i morti scomodi ma non vuole sapere perché sono morti.
Che si indigna a comando ma trema all’idea di una verità strutturata, documentata, ufficiale.
Perché la verità, quando arriva, fa nomi, mostra connessioni e toglie maschere.
E allora meglio fare i vaghi, guardare in alto, a destra, a sinistra, mai davanti.
Se una commissione d’inchiesta partirà davvero, non sarà perché lo Stato l’ha voluta.
Sarà perché qualcuno ha smesso di avere paura…
O forse, perché i colpevoli saranno finalmente già tutti morti …
Sparpajateve...
Perchè se state in gruppo ... vi prendo meglio ...
a cura di Mino...










Commenti