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FRANCESCO PAZIENZA: la spia sacrificata per la ragion di stato...o di potere...(Parte quarta)...

  • oposservatoriopoli
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Intanto, nel 1998 qualcosa "bolliva" anche a Cannes.


No, per carità, niente festival nè Palma d'Oro per Pazienza.

 

Già, mentre a Roma impazzivano i fascicoli d’inchiesta su di lui, anche a Cannes qualcosa si muoveva.


E non solo.

 

A Cannes, a Montecarlo ed a Zurigo.

 

Ma anche a Washington, Singapore, Tel Aviv e Brunei Town.

 

Infine in Kuwait, a Londra ed a Parigi.

 

Per la nostra storia di oggi,  però, ci soffermeremo solo fra Montecarlo e Cannes.

 

Mentre il più caro amico di Pazienza faceva avanti e indietro fra Roma, Milano, Cannes e Montecarlo, qualcuno si era fermato a Cannes.

 

A pensarci bene, dal mese di settembre del 1998 c’era sempre una sosta in più, quella a Colle Umberto, ai piedi delle Prealpi Venete,  collocata tra Vittorio Veneto e Conegliano, in una zona prevalentemente agricola e famosa per la produzione del prosecco.

 

La residenza del Conte Umberto Verecondi Scortecci, alto funzionario della Merrill Lynch, filiale di Montecarlo.

 

Cos’è la Merrill Lynch?

 

Merrill Lynch è una banca.

 

O meglio, è una divisione statunitense di gestione patrimoniale ed investimenti della Bank of America Corporation.

 

La sede di Montecarlo garantiva agli Usa determinate operazioni imprenditoriali in tutta Europa.

 

E l’amico storico di “Cicci”, spesso, dal Palazzetto di Via Vincenzo Bellini arrivava a Ciampino dove, pilotando il suo bel ‘Falcon 10’ (F100 nero), arrivava dritto dritto a Montecarlo per poi fermarsi a bere un succo d’arancia insieme al Conte Umberto, che invece amava sorseggiare un succo di pomodoro freddo con tanto tabasco e pepe.

 

La Merrill Lynch (S.A.M.) ha avuto la sua sede legale in 3, avenue des Citronniers a Monaco.

Si tratta di una “Società Anonima Monegasca” registrata in questo indirizzo nel Principato di Monaco, così come indicato in un annuncio legale del 2007.

 

Ma, andiamo avanti.

 

Perché a questo punto s’intrecciano nomi, date, fiori, frutti, animali, città e colori.

 

Gelli, Verecondi, Pazienza, Trombetta e Cavacece.

 

Chi è Cavacece?

 

Andrea Cavacece è un ottimo funzionario di polizia italiano che svolse un ruolo determinante nella localizzazione, identificazione e successivo arresto di Licio Gelli, il discusso maestro venerabile della loggia massonica P2.

 

Pensate, dopo anni di latitanza(?) e una fitta rete di protezioni(?), Gelli venne individuato a Cannes nel settembre del 1998 grazie a un’attività investigativa paziente e meticolosa, condotta anche attraverso canali internazionali.

 

Però, c’è da dire che in molti sapevano dove fosse.

 

Comunque, l’operazione di recupero, coordinata con le autorità francesi, pose fine a una lunga fuga e rappresentò uno snodo cruciale nella storia delle indagini italiane sulle trame occulte che avevano attraversato la vita politica, economica ed  istituzionale del Paese.

 

Intanto in Italia c’era Fernando Masone, un grande poliziotto, uno “sbirro” d’altri tempi, che in passato indagò e assicurò alla giustizia proprio Gelli, il quale, aveva contatti diretti con Giuseppe De Gori ed i poliziotti indagati dal 1997 nella misterica e controversa vicenda giudiziaria creata dall’allora procuratore di Perugia.

 

Tutte azioni collegate queste che, all’epoca, facevano valere il peso dei singoli funzionari capaci e  quindi di incidere concretamente su vicende internazionali che, altrimenti, sarebbero state  destinate a restare nell’ombra  inconcluse.

 

Ma torniamo a Gelli.

 

Dal 22 aprile del 1998 il “Licio” nazionale avrebbe dovuto poggiare le terga su di una comoda branda in carcere, tuttavia, fugge, o meglio, sfugge all’arresto, a seguito della condanna definitiva per la bancarotta dell’Ambrosiano e va in Francia.

 

Si mette in moto la macchina della giustizia e tutti cercano Gelli.

 

Lo cercano al punto da chiedere addirittura a Giuseppe De Gori se per caso i suoi due amici poliziotti potessero “informarsi in giro” per trovarlo prima degli altri...

 

Cioè, l’allora capo della Polizia chiede all’Avvocato di Pazienza se per caso i due poliziotti indagati, da quest’ultimo difesi, avessero canali per rintracciare Gelli!

 

Quindi... il capo della Polizia non lo chiede ai servizi, all’Ucigos, alla Digos o alla Mobile,ma  lo chiede alla persona più improbabile del momento.

 

Ed il bello è che l’Avvocato gli rispose positivamente: i due avrebbero potuto trovare Gelli.

 

Due imbecilli, gli ultimi due della fila degli asini, indagati, trovano Gelli prima di chiunque in servizio in uffici investigativi speciali e specialissimi.

 

E glielo fanno sapere a Masone.

 

Gelli  era in Francia.


Tanto che poi il buon Don Fernando scrisse due  lettere di ringraziamento  indirizzate ai poliziotti e consegnate a Der Gori, di proprio pugno e  su carta intestata del capo della Polizia, doveoltre a ringraziare, promise al graduato che sarebbe stato trasferito alla Dia e l’altro all’Ucigos.

 

Tuttavia, nessuno voleva veramente arrestare uno degli uomini del “secondo staff ufficioso”, una sorta di commando d'ombra del Viminale.

 

Cosi dichiarò Sergio Flamigni che non era proprio “uno qualsiasi” in quanto politico, scrittore e partigiano italiano, già Deputato della Repubblica Italiana, già Membro della Commissione Presidenza del Consiglio/Interni, e ancora Membro della Commissione speciale bicamerale antimafia e Vicepresidente della Commissione Presidenza del Consiglio/Interni.

 

E quando si parla di Sergio Flamigni, spunta sempre un certo Steve Pieczenik.

Ma per questo personaggio, credetemi, non siete ancora pronti.

 

E quindi che si fa?

 

Niente, si procede comunque a riportare Gelli in Italia.

 

Qualche telefonata fra Maurizio Gelli e i vertici del Viminale, e Gelli padre si consegna.

 

Licio “accetta” l'estradizione dalla Costa Azzurra, dopo essere stato localizzato nei pressi di Montecarlo, e ritorna in Italia.

 

I giornali dell’epoca fecero carne di porco della notizia ma, ovviamente, nel web c’è l’oblio perché la cosa, ancora scotta.


Anzi, brucia.

 

Specialmente oggi, quando nel leggere notizie sulla riforma della Giustizia, ancora si legge che c’è il dubbio se la manovra dell’attuale Governo sia una separazione delle carriere oppure la rinascita della P2...

 

Incredibile.

 

Ancora la P2.

 

Non se ne esce più.

 

Gelli, alla fine, viene riportato in Italia e la sua latitanza si chiude.

 

Esattamente come accadde per Francesco Pazienza, anche Gelli sconta condanne pesanti, dal crack del Banco Ambrosiano ai depistaggi, ma lo fa in gran parte tra domiciliari a Villa Wanda in regimi restrittivi, senza mai conoscere davvero il carcere duro e prolungato.

 

Pazienza, invece, la galera se la fa tutta.

 

Senza scorciatoie, senza sconti, senza zone d’ombra.

 

Manicomio compreso.

 

Ed è dentro questo cortocircuito di destini e trattamenti di favore che si muove la nostra storiella.

 

Perché a Cavacece, un giorno, arriva un’altra telefonata da Roma.

 

Questa volta non riguarda un latitante da catturare, ma un avvertimento: deve mettere in guardia il Conte Umberto.

 

Un “certo gruppo italiano” starebbe organizzando una truffa colossale, un raggiro da milioni e milioni di dollari.

 

Facciamo 30 milioni di dollari e non se ne parla più.

 

Anzi, facciamo 180 milioni, prendiamo tutto il cucuzzaro di allora.

 

E qui nasce il sospetto.

 

E se quel gruppo fosse proprio composto dagli amici di Pazienza?

 

Ma c’è di più.

 

E se Cavacece avvertisse il Conte Umberto, e lo stesso, convinto che i truffatori siano altri, finisse invece per informare proprio gli uomini vicini a Pazienza?

 

Un giro di telefonate.

 

Un malinteso.


O forse una mossa studiata.

 

Da quel momento, nulla è più chiaro: chi avverte chi, chi protegge chi, e soprattutto chi sta davvero giocando su due tavoli.

 

È lì che comincia il vero gioco.

 

Ed è qui che la storia smette di essere seria… e comincia a diventare grottesca.

 

Perché sì: accadde proprio questo.

 

Puttana eva.

 

Umberto, uomo d’azione, di relazioni, di telefonate a qualsiasi ora del giorno e della notte, prende la segnalazione di Cavacece e fa quello che gli viene più naturale:chiama immediatamente gli amici di Pazienza.

 

Quelli con cui lavora fianco a fianco.

 

Quelli con cui muove capitali veri.

 

Quelli con cui costruisce operazioni da milioni e milioni di dollari.

 

E li avvisa, con tono grave: “State attenti. Stiamo attenti. C’è un gruppo di italiani che sta preparando una truffa colossale”.

 

Peccato che…gli amici di Pazienza fossero italiani.

 

E, dettaglio ancora più gustoso, stessero realmente lavorando con un altro gruppo di italiani in quel preciso momento.

 

Risultato?


Panico generale.

 

Scompiglio.

 

Delirio totale.

 

Ma ora chi cazzo sono questi truffatori?

 

Ognuno guarda l’altro come se avesse appena scoperto che il vicino di scrivania è in realtà un pirata finanziario sotto copertura.

 

Telefonate incrociate.

 

Riunioni annullate.

 

Contratti “quasi firmati” improvvisamente rimessi nel cassetto.

 

Qualcuno inizia a chiedersi: “Ma… il gruppo truffatore siamo noi?”

 

Un altro ribatte: “No, siete voi!”

 

Un terzo propone: “E se fossimo tutti e due?”

 

Un capolavoro di paranoia collettiva.

 

In pratica: un’operazione nata per evitare una truffa rischia seriamente di autotruffarsi da sola.

 

Altro che servizi segreti.

 

Altro che strategie raffinate.

 

Un gigantesco telefono senza fili, versione finanza internazionale.

 

E mentre tutti cercano di capire chi sta fregando chi, l’unica certezza è questa: in quel mondo non servono i ladri: basta il passaparola.

 

Da quel momento in poi le operazioni degli amici di Pazienza, operazioni del tutto legali, ovvero, il finanziamento di progetti di mega-edilizia di portata internazionale finanziati dalla Merrill Lynch di Montecarlo e dalla Barclays di Londra hanno un brusco arresto perché nessuno sa chi sta truffando chi, però qualcuno lo sta facendo perché se lo dice l’Interpol allora è vero.

 

Anche a Roma si mette in moto la macchina delle telefonate a bassa voce ma nessuno sa chi sia questo gruppo che sta tentando di truffare il gruppo degli amici di Pazienza, forse il gruppo capitanato dal napoletano Gaetano poi fuggito in Brasile?

 

Oppure il gruppo che fa capo ad un uomo ombra dei Ds che opera a Fontana di Trevi?

 

Oppure è il gruppo con il quale stanno lavorando a Roma per la pubblicazione dell’opera letteraria miliardaria “Rei publicae romanae moneta” che avrebbe poi comprato Merrill Lynch di Montecarlo?

 

In questo lago ormai torbido la procura di Roma indaga e nei primi del mese di maggio del 1999 arresta tutti gli amici di Pazienza, compreso Pazienza che era già in carcere e che nulla sapeva delle operazioni se non lo stretto necessario.

 

Incredibile.

 

Dai, è da fuori di testa.

 

Pazienza in queste operazioni dal 1997 al 1999, aveva l’unica vera colpa di aver dato al suo più caro amico imprenditore, Emilio, quello del Falcon, la dritta di “come fare” certe operazioni e chi contattare per poterle realizzare, di certo, dal carcere di Alessandria non avrebbe potuto fare null’altro.

 

Inoltre, le operazioni dovevano andare a buon fine, di certo non erano truffe.

 

E Pazienza non avrebbe guadagnato nulla di più che una buona pensione una volta scontata la pena.

 

Ma no, Pazienza deve morire povero, l’ordine è questo.

 

E alla procura di Roma non interessò più di tanto chi, come, dove e perché, se c’erano innocenti, se fosse tutto vero o tutto falso, se c’era un reato o meno, sti cazzi, buttò la rete a pioggia e chi prese prese, a dritta, a verso ed a cazzo.


Tanto se si sbaglia, comunque non paga nessuno perché si opera sempre “per il Superiore interesse della Giustizia”.

 

Tutti indagati, oltre al resto, per truffa internazionale, parte offesa e lesa: Merrill Lynch di Montecarlo ed il Conte Umberto 

 

No, dai, ma è una presa per il culo...

 

No, andò esattamente così.

 

E giù giornali italiani a sguazzare nel sangue degli indagati e loro, poveracci, gli indagati, a nuotare nello tsunami di merda.

 

Poveracci, si, poveracci.

 

Poveracci… si fa per dire.

 

Perché nel 1999 finiscono tutti arrestati.

 

Belli, brutti, medi, alti e bassi.

 

Un rastrellamento completo.

 

Le accuse sono da prima pagina: associazione per delinquere finalizzata alla truffa, riciclaggio internazionale, operazioni finanziarie opache, ed un “buco” da circa 30 milioni di dollari ai danni della Merrill Lynch.

 

Un impianto accusatorio così solido - almeno sulla carta - da reggere perfettamente la custodia cautelare in carcere per tutti gli indagati.

 

Tradotto: il giudice ritiene che gli indizi siano gravi, precisi e concordanti.

 

Non chiacchiere da bar.

 

Poi succede qualcosa di curioso.

 

Molto curioso.

 

Nel 2002, lo stesso PM titolare dell’inchiesta chiede di sua iniziativa al GIP l’archiviazione di tutti i reati riconducibili a quella vicenda legata alla banca monegasca.

 

Tutti.

 

Senza superstiti.

 

La storia viene rapidamente sotterrata, chiusa, seppellita, archiviata in silenzio.

 

Nessun processo, nessun dibattimento, nessuna verità giudiziaria. Fine del film.

 

E qui arriva il paradosso: Nel 1999 c’erano indizi così gravi da giustificare il carcere.

 

Nel 2002 non c’erano più indizi.

 

Né prove.

 

Né sospetti.

 

Né fumo.

 

Né cenere.

 

Un cazzo.

 

Nel frattempo, dettaglio non proprio secondario: la Merrill Lynch non presenterà mai alcun atto formale alla Procura di Roma.


Nessuna denuncia, nessuna costituzione di parte offesa, nessuna querela ufficiale.

 

Altro dettaglio gustoso: il Conte Umberto continua a frequentare gli indagati anche dopo il loro arresto.

 

Come se nulla fosse.

 

Come se fossero finiti dentro per eccesso di velocità.

 

E adesso il colpo di scena giuridico.

 

Il presunto reato sarebbe stato commesso a Nizza, poi a Montecarlo, quindi in territorio francese.

 

Fuori dalla giurisdizione italiana.

 

Tradotto: l’autorità giudiziaria italiana, in teoria, non avrebbe neppure titolo pieno per procedere su quel fatto specifico.

 

Eppure… gli amici di Pazienza vengono arrestati lo stesso.

 

Senza competenza territoriale certa.

 

Senza denuncia della banca.

 

Con accuse pesantissime.

 

E due anni dopo… puff.

 

Tutto evaporato.

 

Un’inchiesta che nasce come un terremoto e finisce come una buca tappata con un tappeto.

 

Morale amara: prima colpevoli perfetti.

 

Poi innocenti perfetti.

 

In mezzo, carcerazioni, vite sospese, affari saltati, reputazioni bruciate.

 

In certi mondi, la verità non viene assolta.

 

Semplicemente… viene archiviata...


Per il bene supremo...


Tacci vostra...



a cura di Mino.

 

 
 
 

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