FRANCESCO PAZIENZA: la spia sacrificata per la ragion di stato...o di potere...(Parte quinta)...
- oposservatoriopoli
- 11 ore fa
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Questa è la puntata finale.
Quella della vergogna pura.
Quella in cui cade ogni maschera.
Quella in cui non puoi più far finta di niente.
Qui non siamo più nel terreno delle opinioni.
Siamo nei documenti.
Negli atti.
Nelle frasi scritte da chi ha richiesto il carcere per decine di persone.
Questo è lo schifo vero.
Quello certificato.
Quello protocollato.
Ed è da qui che si capisce che il problema non è un errore.
È il metodo.
Questa non è una puntata qualunque.
È il punto di non ritorno.
Andiamo per gradi.
Durante lo svolgimento del processo-burla al “gruppo Pazienza”, che gruppo non era e non lo è mai stato, Giuseppe De Gori, in aula, già difensore di uno dei poliziotti buttati nel tritacarne, si alzò e disse ad alta voce, a processo iniziato: “Signori Giudici, lo sappiamo tutti che questo è un processo che nessuno voleva fare, neanche voi, e per molti motivi. In primis perché Pazienza non vede l’ora di testimoniare e questo, mi si consenta, è un guaio per questa illustrissima Corte che dovrà gestirlo, inoltre, perché in ogni processo in cui c’è Pazienza, c’è sempre un morto di mezzo, se non due. Non si arriverà a nulla perché nessuno vuole ascoltare ciò che gli imputati hanno da dire, specialmente il mio assistito, ma questo, lo vedremo in corso d’opera, se rimarrà qualcuno in aula ad ascoltare durante il suo esame.”
Tutti zitti.
Subito dopo prese la parola l’Avvocato Manfredi, avvocato di lungo corso, il quale, con eleganza e nonchalance, disse: “Signori Giudici eccoci qui, ancora una volta i servizi segreti, Pazienza, Gelli, la Cia, il controspionaggio, i misteri e tante altre belle cose ma, sappiamo tutti che questo processo è un dirigibile, un enorme pallone che si sta sgonfiando, anzi, che si è già sgonfiato prima di decollare, si è già sfilacciato. Beh, si poteva evitare ma c’è chi non ha voluto …”
Anzora tutti zitti.
Il gelo.
E così, sulla stessa linea tracciata dai primi due, nel tempo parlarono anche gli Avvocati Marazzita, Bartolo, Melandri, Taormina, Dell’Anno, Giaquinto, Oliveti ed Anna Orlando, e fin da subito furono chiari con il Collegio dei Giudici che non sarebbe stato facile, non sarebbe stato comodo e che nelle varie fasi del dibattimento, non ne sarebbe uscito niente di buono, per nessuno.
In sintesi, la procura di Roma durante le indagini accelerò e schiacciò talmente tanto il peso della propria inchiesta sugli indagati che credette di averli intimiditi e spaventati, tuttavia, la torta non gli riuscì.
Gli indagati divennero imputati ma tutto erano tranne che spaventati e chi ha avuto la possibilità di assistere a qualche udienza, si è accorto che c’era più di qualcosa che non andava.
E sì, perché la procura nella prima udienza chiese ben due udienze dibattimentali a settimana con un calendario dibattimentale ben preciso ma proprio dopo la seconda udienza, nessuno volle più celebrare il dibattimento, tanto che le udienze slittarono una al mese, poi una ogni sei mesi e poi una all’anno, con tanto di rinvii random per impedimenti vari e improbabili (una volta fecero slittare una udienza di oltre un anno perché uno degli avvocati stava facendo il trasloco…).
Ma lo scandalo vero, fu che il PM rinunciò immediatamente alla sua lista testimoni composta da più di sessanta persone.
Si, avete letto bene.
Quindi, il Pubblico Ministero può rinunciare ai propri testimoni?
Parliamo dello stesso PM che, all’alba dell’inchiesta, scatena l’inferno, arresti a raffica, custodie cautelari per poliziotti, magistrati “speciali”, imprenditori, perquisizioni in tutta Italia, intercettazioni a tappeto, pedinamenti continui.
Un’operazione mastodontica, presentata come la scoperta del “sistema”, del “mostro”, della cupola…
Poi però succede qualcosa.
Prima arriva la richiesta di archiviazione parziale del PM proprio sui reati più gravi.
Gli stessi reati “associativi” che avevano giustificato gli arresti, le manette, il carcere.
La gogna mediatica e il resto.
Subito dopo, con l’apertura del dibattimento, il PM chiede due udienze alla settimana.
Ne ottiene una.
All’anno.
E infine il colpo di scena: rinuncia alla lista testi.
Sì, confermo, avete letto bene.
Il Pubblico Ministero rinuncia ai suoi testimoni.
A questo punto la domanda non è più retorica: che processo era quello?
Chi erano questi testimoni?
Perché improvvisamente diventano superflui?
Perché nessuno ha mai raccontato questa parte della storia?
Noi abbiamo messo le mani sulla lista testi del PM.
E quello che emerge è semplicemente sconvolgente.
Abbiamo letto anche chi fossero le cosiddette “parti lese” individuate dall’accusa.
Volete i nomi eh?
No, per ora no, magari un giorno…
Non siete ancora pronti a tutto questo.
Altro che vittime: soggetti improbabili, costruzioni giuridiche forzate, figure che crollano alla prima lettura degli atti.
Eppure questo è stato un mega-processo.
Persone distrutte mediaticamente.
Carriere spezzate.
Famiglie travolte.
Venticinque anni di procedimento, tre gradi di giudizio, miliardi di lire prima e migliaia di euro poi bruciati in indagini e dibattimento che non hanno portato a nulla.
Esito finale?
Archiviazioni.
Assoluzioni.
E qualche condannuccia “di servizio” per i più coglioni...
Atto dovuto.
Già, perché alcuni imputati hanno commesso un errore imperdonabile: non hanno accettato la prescrizione.
Che stronzi!
Hanno esercitato un diritto: volevano una sentenza di merito, volevano essere dichiarati innocenti.
Quel rifiuto è stato vissuto come un affronto.
Una lesa maestà.
Con tanto di minaccia chiara e diretta in aula per uno dei poliziotti che non accettò la prescrizione.
Risultato?
Condannucce al minimo edittale dopo 25 anni di processo, senza un solo elemento serio, senza una prova concreta, senza una motivazione che superi il livello dell’imbarazzo.
Non per giustizia.
Ma per impedire che quelle persone potessero chiedere risarcimenti per arresti illegittimi, carcerazioni, gogna mediatica, vite rovinate.
Questo non è un errore giudiziario.
È un sistema.
Poi sparlano della separazione…
Una procura che prima devasta diritti fondamentali in nome di un “superiore interesse della giustizia”, e poi, quando deve rispondere delle proprie scelte, lavora per spegnere tutto: prescrizione, silenzi, rinunce strategiche, oblio.
E qualcuno ha ancora il coraggio di chiamarla giustizia?
No.
Questa non è giustizia.
È una presa in giro istituzionale durata un quarto di secolo.
E adesso è il momento di raccontarla tutta.
Ad iniziare dalla richiesta di Rinvio a Giudizio del 20 febbraio 2003 dove i PM titolari (ne sono subentrati molti in quel fascicolo) chiedono come fonti di prova gli “esami di persone informate sui fatti”.
Chi si laurea domani in giurisprudenza, sa che c’è qualcosa che non va.
L’atto di esame di persone informate sui fatti (PIF) è un atto di indagine, punto.
Sta nel fascicolo del PM, non è prova.
Non entra automaticamente nel dibattimento.
Non vale nulla se non viene riprodotto in aula secondo le regole del contraddittorio.
In soldoni, le PIF vengono sentite in fase investigativa.
Quello che dicono serve al PM per orientare l’indagine.
Ma non è prova contro l’imputato.
Perché diventi prova servono due condizioni precise, la persona deve essere citata come testimone, deve essere esaminata in aula, davanti al giudice, con possibilità di controesame della difesa.
Se il PM rinuncia ai testimoni, tutto ciò che quelle PIF hanno detto muore giuridicamente.
Non può essere usato per condannare.
Non può essere valorizzato in sentenza.
Non può “entrare nel dibattimento” per magia.
Esistono solo eccezioni molto strette, la morte del testimone (ma erano tutti vivi), l’irreperibilità assoluta (vivevano tutti a Roma) e l’incidente probatorio svolto prima.
Peccato però, che dell’unico incidente probatorio, quello svolto a Piazza Adriana, ve lo ricordate (è nella serie Pazienza, parte prima), non fu mai registrato né redatto alcun verbale della sessione “pomeridiana”, quella calda per intenderci, quella in cui il buon Cicci parlò per tre ore.
Fuori da questi casi, usare verbali PIF come prova è illegale.
Quindi mettiamolo nero su bianco, se un processo si regge su PIF mai portate in aula e il PM rinuncia alla lista testi, quel processo è un guscio vuoto.
E che fanno i PM nel rinvio a giudizio?
Chiedono l’acquisizione degli esami delle persone informate sui fatti.
Incredibile.
Che presa per il culo.
Se questo è il preludio, figuriamoci il resto...
Figuriamoci un dibattimento costruito su fondamenta che non esistono.
Figuriamoci una sentenza che poggia su atti che, per legge, non sono prova.
Figuriamoci un processo in cui l’accusa rinuncia ai propri testimoni e pretende comunque di vincere.
Qui non siamo davanti a una forzatura.
Siamo davanti a una finzione giudiziaria.
Perché quando togli i testimoni al PM, togli l’ossatura al processo.
Resta solo carta.
Carta morta.
E allora diventa inevitabile chiederselo: di cosa era fatto davvero questo procedimento?
Dov’è la carta “vera”?
Dov’è la “ciccia”?
C’è qualcosa che proprio non quadra.
Non si mobilita un apparato del genere per niente.
Ma la follia pura, è nelle motivazioni delle richieste di custodia cautelare emesse nel maggio del 1999.
C’è un passaggio, nelle richieste di custodia cautelare, che da solo basterebbe a far tremare qualunque tribunale serio.
Non è un’interpretazione.
Non è una lettura maliziosa.
È scritto nero su bianco dagli stessi inquirenti.
E quello che dice è devastante.
Nelle motivazioni di richiesta di custodia cautelare si legge, preparatevi perché questa è bella davvero: “Il complesso delle attività di indagine sin qui svolte, mediante servizi d’ascolto e pedinamenti, ha consentito di raccogliere elementi di colpevolezza gravemente indizianti in ordine ai reati per i quali vi è richiesta l’applicazione di misure cautelari a carico degli indagati, i quali dovrebbero esserne destinatari. Ai fini della ricostruzione del quadro indiziario, per altro, non si potrà prescindere dall’evidenziare anche gli elementi si qui raccolti circa una vera e propria struttura associativa rispetto alla cui sussistenza, tuttavia, non attingono ancora la soglia della -gravità-, necessaria a fondare richieste in sede cautelare.”
Esisterebbe una “struttura associativa”, ma le prove non sono abbastanza gravi da giustificare una richiesta cautelare su quel punto.
Fermiamoci un attimo.
Se non raggiungono la soglia della gravità, non sono gravi indizi.
Se non sono gravi indizi, non possono sostenere una custodia cautelare.
È diritto penale di base.
E allora nasce la domanda che nessuno ha mai posto: ma su cosa cazzo avete fatto arrestare queste persone?
Perché nella stessa frase si dice tutto e il contrario di tutto, ci sono elementi gravemente indizianti ma gli elementi più importanti non sono abbastanza gravi.
È un corto circuito logico.
Peggio: è una ammissione.
Stanno dicendo che il cuore dell’impianto accusatorio - l’esistenza di una struttura organizzata - non supera la soglia minima richiesta dalla legge, ma lo utilizzano lo stesso per “ricostruire il quadro”.
In pratica, non posso usarlo per chiedere misure, però lo uso per giustificarle.
Un paradosso giuridico.
Un abuso mascherato da sintassi.
Le custodie cautelari dovrebbero essere fondate su gravi indizi di colpevolezza.
Non su ipotesi, suggestioni... “non si potrà prescindere”.
Qui invece abbiamo indagini invasive, arresti devastanti e carcerazioni preventive basate su elementi che gli stessi inquirenti definiscono non sufficientemente gravi.
Non è un errore.
È una scelta.
Prima si arresta.
Poi si vede se regge.
Se non regge, pazienza.
Si …anche Pazienza!
È la giustizia al contrario.
E allora sì, la domanda finale è inevitabile: ma come cazzo le avete emesse queste custodie cautelari?
E soprattutto, chi le ha firmate?
Chi le ha convalidate?
Chi ha letto questo passaggio e ha deciso che andava bene lo stesso?
Perché qui non siamo davanti a una svista.
Siamo davanti a un sistema che usa il carcere come strumento investigativo.
Ed è la cosa più pericolosa che possa esistere in uno Stato di diritto.
Ecco come fu arrestato, e per l’ennesima volta, anche Pazienza…
Se queste furono le solide basi, figuriamoci il resto.
Che vergogna.
E alla fine?
Alla fine Giuseppe De Gori morì durante il dibattimento, ovviamente per cause naturali, così come morirono alcuni testimoni del PM (mai giunti in aula), morì di vecchiaia il Monsignore imputato con il gruppo ben assortito e alcuni avvocati morirono di vecchiaia durante lo svolgimento del processo.
Insomma, il tempo fece il suo lavoro e il processo come disse Manfredi si sfilacciò al punto da implodere.
Nessuno celebrò il dibattimento, la parte "calda” venne subito archiviata, secretata, alcune carte sparirono come le prove che poi si scoprì erano chiuse nella cassetta di sicurezza del Presidente del collegio giudicante, per propria ammissione…mah!
Ah, anche il presidente del collegio giudicante è morto, nel marzo del 2024.
Così com’è morto Pazienza, da solo e in strane circostanze ma è inutile rinvangare, ormai Frank è stato cremato, tumulato e dimenticato.
Povero “Cicci”, che vitaccia, chissà se ora ha trovato la pace che in terra non ha mai assaggiato, neanche per un’ora …
Anche tra le file della Polizia si registra una vittima prematura; uno dei poliziotti, infatti, è morto giovanissimo (sempre per cause naturali) e le parole di De Gori risuonano profetiche: dove compare Pazienza, il processo finisce per contare i propri morti.
Anche se qui si è andati oltre ogni limite.
Più che un brutto dibattimento ora appare essere un cimitero.
E si sa, i morti portano con sé tanti segreti, belli e brutti.
E i sopravvissuti a questo dibattimento preferiscono l'eclissi totale, dopo il calvario subito, fingere di non esistere è diventata una forma di autodifesa quasi naturale.
Questo è un processo ormai cassato, morto e sepolto.
Purtroppo.
Ma il fantasma ancora si aggira per i corridoi del tribunale di Roma chiedendo giustizia.
Quella che in vita, non ha mai potuto ottenere ...
Ciao Cicci...salutami papà...
E quando vedi Silvio...diglielo quello che ti hanno chiesto...
a cura di Mino.










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