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OMICIDIO PECORELLI: la vergogna infinita di uno Stato che non vuole scoprire la verità...

  • oposservatoriopoli
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

O, forse, non vuole...

 

Il processo Pecorelli non è un mistero irrisolto.


È solo una verità evitata.

 

Da quasi cinquant’anni l’omicidio di Mino Pecorelli resta sospeso in una zona grigia dove nessuno mette davvero le mani, nessun PM affonda, nessun GIP scava fino in fondo, nessuna istituzione sente l’urgenza di arrivare alla verità.

 

Men che meno gli investigatori, e sin dall’inizio...

 

E non perché manchino piste, indizi, contraddizioni.

 

Ma perché la verità fa paura.

 

Fa ancora paura.

 

D’accordo.


Mino Pecorelli non era un giornalista qualsiasi.


Scriveva di segreti veri, di apparati, di rapporti indicibili tra politica, intelligence, criminalità, massoneria.

 

Aveva documenti.

 

Aveva nomi.

 

Aveva capito troppo.

 

Aveva scoperto troppo.

 

Ed è stato ucciso per questo.

 

Tutto il resto è fumo.

 

Un processo mai voluto davvero.

 

Assoluzioni, rinvii, archiviazioni.


Una giostra giudiziaria che NON ha mai avuto un obiettivo reale: individuare esecutori e mandanti.

 

Perché il punto non è chi ha premuto il grilletto.


Il punto è chi ha deciso che Pecorelli doveva morire.

 

E qui scatta il blocco.

 

Sempre.

 

Ogni volta che l’indagine si avvicina a “certi ambienti”, a certi equilibri, a certi segreti che non devono essere dissepolti, si frena.

 

Si cambia pista.

 

Si relativizza.

 

Si minimizza.

 

Si archivia.

 

La pistola?

 

Prima una.

 

Poi un’altra.


La scena del crimine?

 

Sempre opaca.


Le testimonianze?

 

Contraddittorie, screditate, dimenticate.

 

Sembra quasi che non si voglia mai arrivare a nulla, perché giungere a qualcosa significherebbe aprire una voragine.

 

La domanda che nessuno osa fare è: “Perché nessuno ha mai voluto, finora, una vera Commissione parlamentare d’inchiesta?”

 

Non una passerella.


Non un teatrino politico.


Una commissione con poteri veri, accesso agli archivi, capacità di chiamare nomi pesanti.

 

Per mettere a fuoco quanto questo omicidio sia legato doppio filo con Moro e Dalla Chiesa.

 

Per poter richiedere i verbali e le informative secretate dell'Ucigos.

 

Per scoprire, magari, che il memoriale Moro, quello vero, era finito nelle sue mani...

 

La risposta è semplice e inquietante: perché farebbe saltare il banco.

 

Completamente.

 

Perchè una cosa è certa...qui il banco non vince.

 

Emergerebbero responsabilità che non sono solo individuali, ma sistemiche e che coinvolgerebbero più pezzi dello Stato, e non.

 

Metterebbero in discussione la narrazione rassicurante di un Paese che “ha fatto i conti con il passato”.

 

Non è vero.


Con il caso Pecorelli non si è fatto nulla.

 

E si continua a non fare nulla.

 

A chi fa paura la verità?

 

Fa paura a chi ha costruito carriere sul silenzio, a chi ha protetto equilibri indicibili, a chi custodisce segreti che, se resi pubblici, delegittimerebbero interi apparati.

 

Ancora oggi.

 

Fa paura perché Pecorelli è una chiave, non un episodio.


Capire chi l’ha ucciso significa capire come funzionava davvero il potere in Italia.

 

E forse, come funziona ancora.

 

E allora meglio lasciare tutto lì, un altro morto eccellente, un’altra archiviazione, un’altra “verità giudiziaria” che non convince nessuno.

 

Ed  intanto i familiari, che sono sempre stati  soli, sono presi per il culo dallo Stato e, in primis, dalla Giustizia.

 

La vera vergogna.

 

La vergogna non è non sapere.


La vergogna è non voler sapere.

 

È accettare che un giornalista venga assassinato per quello che scrive e che, mezzo secolo dopo, lo Stato non senta il bisogno di dare una risposta definitiva.

 

Il caso Pecorelli non è irrisolto.


È sepolto.

 

E finché resterà così, ogni discorso su legalità, trasparenza, memoria sarà solo ipocrisia istituzionale.

 

La domanda resta lì, inchiodata come un’accusa.

 

Allora?

 

Chi ha ucciso Mino Pecorelli e perché lo Stato ha così paura di dirlo?

 

Finché nessuno avrà il coraggio di rispondere, questa non sarà una democrazia adulta.


Sarà solo un Paese che continua a scappare dai propri fantasmi.

 

Ma noi con i fantasmi ci balliamo tutti i giorni.

 

Un inchiesta riaperta quasi quattro anni fà, grazie al certosino lavoro di Raffaella Fanelli che, intervistando Vincenzo Vinciguerra, rintraccia la pistola utilizzata per l'omicidio custodita nell'ufficio reperti della Questura di Monza.

 

Ma la pistola non c'è.

 

Sembrerebbe sparita.

 

Invece all'epoca, è solo finita al Tribunale di Milano per essere "comparata" all'interno di un altra indagine per duplice omicidio.


Quello di Fausto e Iaio.

 

Novità che dovrebbero invitare i titolari dell'inchiesta (Erminio Amelio prima ed Alessandra D'Amore poi...) ad approfondire le notizie.

 

Ma poi? La comparazione?


Ok. Andiamo avanti.


Ascoltando Vinciguerra, intanto.


Magari prima della sua dipartita.


E verificare l'attendibilità delle sue dichiarazioni.

 

E poi prendere la pistola.


E compararla con i proiettili marca Gevelot rinvenuti all'interno del corpo del giornalista.

 

Ed invece...tutto tace.

 

Il silenzio ed il tempo che scorre preparano la strada per l'ennesima archiviazione.

 

Perchè a nessuno interessa scoperchiare sto' vaso di Pandora...

 

Stavolta, però, ve lo dico in qualità di figlio...


Avete rotto il cazzo...

 

Addormiteve...


Tanto la verità, la scopro lo stesso...




A cura di Mino

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È una frase di C.P. Scott, direttore del Guardian per 57 anni, dal 1873 al 1930.

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