FRANCESCO PAZIENZA: la spia sacrificata per la ragion di stato...o di potere...(Parte terza)...
- oposservatoriopoli
- 2 giorni fa
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Insomma, abbiamo capito che negli anni novanta, in pentola c’era molto di più di quello che si credeva bollisse.
E nel menu sempre Pazienza.
Lui, la Cia, i servizi nostrani, l’Ucigos, le procure di Roma e Milano, le strane storie di strani dossieraggi, i processi infiniti, i dossier d’oltreoceano, l’onnipresente P2 e ancora il Vaticano, la Polizia, gli strani personaggi venuti da lontano e altri molto vicini, mai più trovati.
Sullo sfondo gli interessi dello Stato.
Già.
Ma quale Stato?
Deviato?
Corrotto?
Orientato?
La magistratura in quegli anni ha ordito piani diabolici, per proteggere cosa?
Oppure chi?
È inopinabile, i fatti parlano da soli.
Più di qualcosa non quadra.
O qualquadra non cosa.
Fascicoli aperti e richiusi senza un perché, piani strategici contenenti indagini ad orologeria, nomi grossi che volano ed alla fine?
Alla fine, Pazienza che viene chiamato a testimoniare.
E quando lo fa poi non sta bene a nessuno perché non dice quello che doveva dire, ma racconta la verità.
Una verità che non serve a nessuno.
Oppure una verità che fa paura a qualcuno.
Ascoltò una domanda, alla quale non rispose.
E questo bastò per renderlo un bersaglio, ancora una volta.
E allora andava ammazzato, lui e tutta la sua combriccola, parenti, amici, conoscenti e procuratori speciali.
A partire proprio da Giuseppe De Gori che lo presentò in Via Giulia al civico 53.
De Gori però non venne mai toccato.
Sapeva troppi cazzi, era meglio evitarlo.
Allora toccarono dei poliziotti amici stretti del buon Giuseppe, solo per arrivare ad affondare Pazienza in modo trasversale.
Ma De Gori non ci sta.
Lui era un calabrese doc, onore, lealtà e disciplina.
Una mattina partì incazzato da casa e arrivò in procura ancora più incazzato, e ci andò proprio con quei poliziotti ,indagati, al seguito.
Incontrò il Pm al quale era stato assegnato il loro fascicolo e fece uno vero e proprio show.
Poi si chiusero dentro una stanza e dopo un ora il Pm, salutando i due poliziotti con un cenno della testa, poi gli si avvicinò e gli strinse la mano dicendo: “Tranquilli ragazzi, è stato solo un malinteso”.
Infatti il Pm archiviò.
O meglio, chiese al Gip di archiviare.
Ed il Gip lo fece.
Ma non bastò.
Perché la medesima notizia di reato archiviata tornò indietro dall’alto, con un nuovo fascicolo ed un nuovo numero...
Pazienza non ha detto quello che volevano sentirsi dire “lassù” e allora andava punito.
O meglio, andava azzittito perché aveva ascoltato una domanda scomoda.
Perchè quella maledetta domanda, ora, Pazienza poteva usarla contro tutto e tutti, poiché era tornato credibile.
Giuseppe De Gori, però, non si fermò.
Non gli è piacque come la Polizia trattò i suoi "figli" e chiamò direttamente Don Fernando.
Si, proprio quel Fernando Masone detto "don Fernando", capo della polizia dal 1994 al 2000.
Era un mercoledì pomeriggio, Masone raggiunse Giuseppe De Gori nel suo studio in Corso Trieste e poco dopo arrivarono anche i poliziotti da lui assistiti.
Stupiti della presenza del Capo della Polizia, i due raccontarono tutto quello che sapevano.
Ed il “capo” li rassicurò, aveva capito tutto e nel salutarli disse loro che li avrebbe traferiti in uffici investigativi prestigiosi, perché due poliziotti così andavano premiati.
Uno alla Dia, l’altro all’Ucigos.
Ma non ci arrivarono mai, perché proprio l’Ucigos li fece arrestare nel 1999.
Incredibile ma vero.
Anche loro sapevano troppo.
Erano troppo coinvolti.
Due così non potevano andare a rompere le uova nel paniere.
A pensarci bene erano gli stessi funzionari che fecero in modo che Pazienza non salutasse il proprio padre al funerale.
Pazienza non era ben visto, non lo è mai stato.
Per la seconda volta si trovò nella condizione di dover testimoniare in un processo chiave e poi di sfasciare i piani dei pubblici ministeri.
Quello di Via Giulia risalente al mese di settembre del 1997 era un bel piano, ma non riuscì perché qualcuno dagli Stati Uniti disse a Pazienza di fermarsi, di "non fare cazzate”.
Non gli fui perdonata.
Cosi come non gli fu perdonata quella legata a Pecorelli.
Già.
L’Avvocato Giuseppe De Gori, infatti, conosceva perfettamente il Procuratore di Perugia (quello delle notizie di reato dei fascicoli aperti e chiusi) anche in virtù di vicende giudiziarie che li vedeva contrapposti (magistrato/difensore) relativamente proprio alla figura di Francesco Pazienza, soprattutto, per l’interesse politico dell’Avvocato Giuseppe De Gori, esponente democristiano, attinente un noto procedimento di mafia in essere negli anni ‘90 a Perugia nei confronti dell’ex Presidente del Consiglio On. Giulio Andreotti (difeso nell’occasione dall’Avvocato Franco Coppi) e dell’ex Ministro ed ex Magistrato Claudio Vitalone (laddove fu ascoltato anche Francesco Pazienza quale testimone), per l’ipotesi di reato che li vedeva imputati in concorso, quali mandanti del delitto di Carmine “Mino” Pecorelli, poi assolti il 24/09/1999, poi condannati il 17/11/2002 sempre dalla Corte d’Assise di Perugia, di fatto poi, con Sentenza annullata senza rinvio il 24/11/2003 dalla Suprema Corte di Cassazione - Sezioni unite penali, con Sentenza nr. 45276.
A quanto pare il Procuratore di Perugia se la legò al dito...
Infatti, basta leggere la nota con la quale furono aperti e chiusi i vari fascicoli del 1997, 1998 e 1999 per capire che fu un atto strumentale “costruito” solo per togliersi un sassolino dalla scarpa.
Un macigno dalla scarpa ...
Figurarsi quindi nel trovarsi a rovinare i piani del pool di Milano o Caltanissetta...
Ecco come nasce il processo Pazienza del 1999, grazie ad una serie di incastri mentali nati nei primi anni ’90.
A dirla tutta …
A seguito dell’annotazione dell’uomo di scorta del magistrato di Perugia furono aperti tre procedimenti penali, tutti archiviati, gli ultimi due assegnati al medesimo Sostituto Procuratore, successivamente promosso a Procuratore Capo presso la Corte d’Appello di Roma.
All’epoca dei fatti narrati, l’Avvocato Giuseppe De Gori fu intenzionalmente segnalato in atti dal Procuratore di Perugia quale rappresentante legale del dr. Francesco Pazienza, ex agente segreto italiano noto per essere stato coinvolto in varie indagini relative ad episodi di terrorismo e stragismo, all’epoca detenuto a seguito di una condanna relativa al processo del depistaggio/calunnia della Strage di Bologna e che destava “una certa preoccupazione” poiché a conoscenza di molte vicende che stavano per essere rivelate a mezzo di un libro che poi è effettivamente uscito con il titolo “Il Disubbidiente” scritto da quest’ultimo, Editore Longanesi, Collana “Il Cammeo” anno di pubblicazione 1999 (EAN:9788830415362 - ISBN:8830415367), libro questo che il Procuratore Capo della Procura di Napoli, dr. Agostino Cordova, ambiva leggere “prima” della pubblicazione.
E che, effettivamente, ricevette, integralmente, prima della pubblicazione...
Tuttavia, De Gori rappresentò legalmente Francesco Pazienza negli anni dal 1990 al 1995 e non nel 1997 come supposto in atti dagli inquirenti.
Ma, a quanto pare, le supposizioni in Italia bastano ed avanzano per una condanna nei tre gradi di giudizio.
A dirla tutta, questa storia non grida vendetta, la supera.
Qui non siamo davanti a errori, sviste o ingenuità.
Qui siamo davanti ad un uso piegato, distorto e strumentale della giustizia.
Un meccanismo che non cerca la verità, ma un bersaglio.
Un sistema che non indaga per capire, ma per confermare una narrazione già scritta.
Si prendono supposizioni, si scambiano per fatti, si incastrano nomi, ruoli e tempi come pezzi forzati di un puzzle costruito a tavolino.
E poi si procede.
Serenamente.
Come se distruggere reputazioni, carriere e vite fosse un effetto collaterale accettabile.
Il punto non è più chi abbia fatto cosa.
Il punto è che in Italia può bastare un’annotazione, un sospetto, un collegamento insinuato per mettere in moto una macchina capace di schiacciare chiunque.
Anche quando tutto crolla, anche quando tutto viene archiviato, il danno resta.
E resta per sempre.
Perché l’assoluzione non fa notizia, l’archiviazione non cancella il fango, e nessuno restituisce gli anni rubati.
Questa non è giustizia.
È esercizio di potere.
È una giustizia che colpisce, non che accerta.
Che costruisce colpevoli, non che cerca responsabili.
Che seleziona bersagli, non verità.
E allora il cappello finale non può essere morbido.
Se un sistema giudiziario diventa strumento di pressione, di intimidazione, di regolamento di conti, quel sistema ha già perso la propria legittimità morale, anche se continua a funzionare formalmente.
Perché la giustizia vera non ha bisogno di scorciatoie, né di sospetti trasformati in sentenze anticipate. La giustizia vera si regge sui fatti, sulle prove, sul rispetto delle persone.
Tutto il resto è abuso di potere.
E gli abusi di potere, prima o poi, presentano sempre il conto.
Non alla storia.
Non ai libri.
Ma alla coscienza collettiva di un Paese che dovrà decidere se continuare ad accettare una giustizia che colpisce… oppure pretendere finalmente una giustizia che serve.
Tutto nato da una domanda alla quale Pazienza rispose nel modo sbagliato...
E se sapeste la domanda...vi verrebbero i brividi...
Ma se sentiste la risposta...
Addormimose... che è meglio...
a cura di Mino.










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