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LA GRANDE PERSIA, L’IRAN OGGI: REPRESSIONE, BLACKOUT DEI SOCIAL ED UN PAESE SOTTO PRESSIONE.

  • oposservatoriopoli
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Altro che inflazione e carovita...


Ma come si fa a credere che ciò che sta accadendo in Iran sia dovuto all’inflazione?

 

Ma scherziamo?

 

Solo la signora Boldrini può avere notizie “fresche” come queste.

 

Si legge sempre più spesso: “Negli ultimi mesi l’Iran è tornato al centro dell’attenzione internazionale per una ondata di proteste di massa che ha travolto città grandi e piccole, alimentata da malessere economico, inflazione alle stelle, crollo del potere d’acquisto e richieste sempre più nette di diritti e libertà civili.”

 

Facciamo che ripartiamo da zero.

 

La caduta dello Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, avvenne nel 1979 a causa della Rivoluzione Islamica, guidata dall'Ayatollah Khomeini, che pose fine alla monarchia Pahlavi e instaurò la Repubblica Islamica, trasformando l'Iran da Stato laico e filo-occidentale a teocrazia sciita, in seguito a proteste popolari contro la corruzione, la repressione e l'occidentalizzazione del regime.

 

Lo Scià fu costretto a fuggire il 16 gennaio 1979, seguito dal trionfale ritorno di Khomeini il 1° febbraio, culminando nel collasso definitivo del regime l'11 febbraio

 

Dal 1979 a domani, un’escalation di violenza e repressione, null’altro.

 

Le autorità iraniane, guidate dalla Guida Suprema e dai corpi di sicurezza come i Pasdaran (Guardie Rivoluzionarie), hanno ripetutamente giustificato l’uso della forza letale definendo i manifestanti “terroristi” o “agenti di potenze straniere”.

 

Le proteste esplose alla fine di dicembre 2025 si sono trasformate in un movimento di dissenso molto più ampio contro il regime della Repubblica islamica.

 

Secondo gruppi indipendenti per i diritti umani, da quando sono iniziate le proteste oltre 500 persone sono state uccise e migliaia arrestate dalle forze di sicurezza.

 

Tra le vittime ci sono civili, manifestanti pacifici e giovani, come la studentessa di 23 anni Rubina Aminian, uccisa da un colpo alla testa mentre partecipava alle manifestazioni a Tehran.

 

Una delle tattiche più evidenti di controllo è il blackout di Internet e dei servizi di comunicazione in vaste aree del paese.

 

Questo blocco totalitario delle reti telefoniche e dei social render difficile ottenere informazioni in tempo reale e documentare le azioni delle forze di sicurezza.

 

La limitazione dei social media non è un fenomeno nuovo: in passato il regime ha già chiuso le reti per impedire la diffusione di video e testimonianze, anche mortali, da parte dei cittadini.

 

Questa censura ha un effetto diretto, soffoca la voce dei cittadini, isola le famiglie e rende invisibili al mondo le violazioni dei diritti umani.

 

E giustamente in Italia c’è chi approfitta delle notizie distorte per farne scoop.

 

Si perché queste manifestazioni riprendono l’onda dei movimenti che hanno scosso l’Iran nel 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane donna curda morta in custodia della “polizia morale”, che aveva innescato proteste diffuse contro l’obbligo del velo e la repressione sistemica.

 

Ecco com’è.

 

Repressione totalitaria di regime, null’altro, il resto è conseguenza.

 

Oggi le richieste vanno oltre singoli simboli, molti manifestanti chiedono cambiamenti politici strutturali, fine delle ingerenze religiose nel potere politico e maggiore rispetto per i diritti fondamentali.

 

I numeri variano secondo le fonti, soprattutto a causa del blackout e delle difficoltà di verifica, ma è chiaro che il bilancio è grave, centinaia di morti confermati da gruppi per i diritti umani e attivisti collegati ai movimenti locali e internazionale, oltre 10.000 arresti, spesso arbitrari, con testimonianze di maltrattamenti in carcere, proteste represse anche con munizioni vere, attacchi alle zone residenziali e uso letale della forza nelle strade.

 

I morti si contano a centinaia.

 

Il governo iraniano ha adottato una linea dura, considerando illegali le manifestazioni e lanciando avvertimenti apertamente militari, perfino minacciando repliche contro potenze straniere qualora venissero coinvolte.

 

In più, la retorica ufficiale punta a definire qualsiasi dissenso come un piano orchestrato da nemici esterni, in particolare Stati Uniti e Israele, tentando di delegittimare le istanze interne.

 

Ovvio che Mossad e Cia stanno lavorando come si deve, solo loro hanno la forza economica, fisica e le bandiere giuste sul posto per rovesciare questo sistema.

 

Il vero problema dell’Iran è il regime islamista che da oltre quarant’anni opprime il proprio popolo.

 

Un regime maledetto che ha ridotto un grande Paese alla fame, soffocato dalla repressione, privato della libertà, della dignità e dell’identità.

 

Frusta e sassi.

 

Negli anni ’70 l’Iran era davvero un Paese moderno, vitale, aperto al mondo, culturalmente avanzato, le donne in minigonna, si, in minigonna, era la Londra degli anni ’70?

 

E poi sono arrivati loro.

 

Il regime degli ayatollah, un potere fuori dal tempo e fuori dal mondo.

 

La Repubblica Islamica dell’Iran non è uno Stato moderno.


È una teocrazia armata che usa la religione come copertura per il controllo totale della società.

 

Oggi è irriconoscibile, devastato dal fondamentalismo religioso e da una classe dirigente che usa la fede come strumento di potere, non come valore spirituale.

 

Ma il problema è il traffico…

 

Dal 1979, con Khomeini, l’Iran è stato trasformato in una struttura dove la legge non nasce dal popolo ma da un clero, il dissenso non è un diritto ma un crimine, la fede è un’arma politica.

 

Gli ayatollah non governano, sorvegliano, puniscono e reprimono.

 

Persone deboli, antiche, medioevali, gli Efori persiani, corrotti, malati, depravati e malvagi.

 

Un sistema che ha paura del suo stesso popolo.

 

Un popolo incazzato.

 

Quando un governo spegne Internet, chiude i social, arresta studenti, donne, lavoratori, spara sui manifestanti, non è forte.


È terrorizzato.

 

Il blackout dei social in Iran non è “sicurezza nazionale”, è la prova che il regime non regge il confronto con la verità.

 

Se la gente potesse parlare liberamente, il sistema crollerebbe in poche settimane.

 

Un potere che uccide per restare in piedi

 

Le Guardie Rivoluzionarie, la polizia morale, i tribunali religiosi: tutto questo esiste per una sola ragione, mantenere una minoranza di clerici al potere contro la volontà della maggioranza.

 

Donne uccise per un velo.


Ragazzi fucilati per aver protestato.


Famiglie distrutte perché hanno osato chiedere dignità.

 

Questo non ha niente a che fare con l’Islam.


È abuso di religione a fini di dominio.

 

Fuori dal diritto, fuori dalla civiltà.

 

Il regime degli ayatollah viola sistematicamente i diritti umani, la libertà di espressione, l’autodeterminazione delle donne, le convenzioni internazionali.

 

È fuori dalla costituzione sociale del mondo moderno.


Funziona con una logica medievale in un secolo che va avanti.

 

E lo sa.

 

Per questo usa paura, propaganda, repressione.

 

La verità che non possono fermare.

 

Il popolo iraniano non è il regime.


È più istruito, più giovane, più moderno, più aperto di chi lo governa.

 

Ogni ragazza che si toglie il velo in strada, ogni studente che grida libertà,


ogni video che riesce a uscire dal blackout, è una crepa nel muro.

 

E quel muro è vecchio.

 

Va abbattuto.

 

Quel muro va demolito e mai più ricostruito.

 

Il regime degli ayatollah è un potere che vive di morte.

 

Il regime iraniano non è uno Stato, è un apparato di repressione travestito da religione.


Da oltre quarant’anni una piccola élite clericale tiene in ostaggio un intero popolo usando Dio come alibi e la violenza come metodo.

 

Non governano.

 

Dominano.

 

Ma il problema è l’inflazione.

 

Chi protesta non è un oppositore, è un nemico da eliminare.


Chi chiede diritti non è un cittadino, è un bersaglio.

 

Un sistema che si regge solo sul terrore.

 

Ma il problema è il carovita.

 

Chiudere le università, arrestare i giornalisti, fucilare i manifestanti, questa non è forza.


È panico di un regime che sa di essere odiato, da tutto il mondo.

 

E noi dovremmo imparare da loro?

 

Cosa esattamente?

 

E le femministe?

 

Non pervenute.

 

Mute.

 

Ma solo in Europa!

 

Donne come nemiche dello Stato!

 

In Iran una donna libera è considerata una minaccia politica.


Non perché mostri i capelli, ma perché mostra l’idea di una società che non ha più paura.

 

E un potere fondato sulla paura non può tollerarlo.

 

Ogni ragazza picchiata, arrestata o uccisa è il prezzo che il regime paga per restare in piedi ancora un giorno.

 

Non possiamo più tollerare questo stato di cose.

 

Qualsiasi intervento per rimuovere gli ayatollah è giusto, senza se e senza ma.

 

La cosa che li terrorizza di più?

 

Non sono le sanzioni.


Non sono le minacce esterne.

 

È una cosa sola, un popolo che non ha più paura.

 

Ed è esattamente quello che sta nascendo in Iran.

 

Tuttavia …

 

Qui scoppia l’ipocrisia.

 

Grossa, sporca, innegabile.

 

In Italia non vedi cortei, occupazioni, assemblee permanenti, bandiere, striscioni per il popolo iraniano che viene ammazzato in strada, impiccato dopo processi farsa, torturato perché chiede libertà.

 

Flottiglie?

 

No.

 

Niente.

 

Zero.

 

Silenzio.

 

Vuoto.

 

Ma per Hamas, un gruppo armato che usa civili come scudi e bambini come martiri, o per il regime venezuelano, una dittatura che ha distrutto un Paese a colpi di narco-economia e repressione, lì sì, megafoni, social center, sindacati, piazze, bandiere, slogan, indignazione a gettone.

 

Perché?

 

Perché la sinistra radicale occidentale non difende i popoli, difende solo i regimi che odiano l’Occidente.

 

L’Iran degli ayatollah è un paradosso che li manda in tilt, è una dittatura religiosa, è misogina, uccide studenti, donne, sindacalisti veri e reprime operai e minoranze.

 

Ma è anti-USA, anti-Israele, anti-Occidente.


E quindi scatta il cortocircuito, non possono attaccarlo fino in fondo, perché è “dalla parte giusta della geopolitica”.

 

Il risultato è questa schifezza morale, se una donna iraniana viene ammazzata perché non porta il velo, silenzio.

 

Se un terrorista di Hamas muore, corteo!

 

Se uno studente iraniano sparisce in carcere, nessuno …

 

Se Maduro reprime, “eh, però l’imperialismo…”

 

Questa non è solidarietà.


È tifo ideologico travestito da umanitarismo.

 

E il tifo è una grave malattia infettiva sistemica causata da un brutto batterio, è una malattia da debellare!

 

E i veri perdenti sono sempre gli stessi, le donne iraniane, i ragazzi, i lavoratori, chi vuole solo vivere libero.

 

Non servono slogan.


Servirebbe una cosa sola, coerenza morale.


Ma quella, da certe parti, è merce rara.

 

Viva l’Iran libero.


Sparpajateve a sblindo...



a cura di Mino e Fidi@s



Abbiamo ricevuto un video con immagini forti, lo pubblichiamo in anteprima per gli amici di OP.



Le fonti dei video sono state oscurate.

Dal contatto originale - The Kahrizak Forensic Medical Center in Tehran: “Due to local laws, we are temporarily restricting access to this content until X.“

(A causa delle leggi locali, stiamo temporaneamente limitando l'accesso a questi contenuti.) 

 
 
 

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