top of page
OP Osservatorio Politico

GELLI: UN DIAVOLO FRA I DIAVOLI...

  • oposservatoriopoli
  • 9 gen
  • Tempo di lettura: 9 min

Quando sei all’inferno, ti puoi permettere di essere un diavolo, perché sei fra i diavoli.

 

Licio Gelli non era il burattinaio.

 

Era il burattino che faceva finta di tirare i fili.

 

Di certo era un grosso e costoso burattino, fatto bene, fatto a mano, non di quelli che si vedono negli spettacoli di basso livello.

 

Licio Gelli incarna meglio di chiunque altro l’Italia sporca del Novecento.

 

Quella che nasce nella guerra, cresce nel doppio gioco e prospera nell’ambiguità.

 

Doppio, triplo, quadruplo gioco.

 

Istrionico, teatrale, furbo fino alla caricatura.

 

Un uomo che è stato tutto ed il contrario di tutto: comunista, fascista, democristiano.

Uomo di destra con amicizie di sinistra, uomo di sinistra con protezioni di destra.

 

Sempre al centro.

 

Sempre al riparo.

 

Sempre con i fili in mano.

 

Fili lunghi quanto il mondo di allora.

 

Gelli non aveva un’ideologia.

 

Aveva un fiuto.

 

E soprattutto aveva capito una cosa prima degli altri: in Italia non vince chi prende posizione, vince chi si rende indispensabile a tutti.

 

La massoneria?

 

La P2?

 

Una maschera.

 

Una copertura.

 

Un paravento comodo dietro cui nascondere relazioni, denaro, segreti e ricatti.

 

Gelli massone “rituale” non lo è mai stato davvero.

 

Nessun rispetto per l’Oriente, nessuna disciplina iniziatica, nessuna struttura reale.

 

La P2 non era una loggia, era un archivio umano di potere.

 

Un elenco telefonico dei ricattabili e di chi poteva servire al momento.

 

E diciamolo chiaramente, l’idea che potesse esistere una loggia con migliaia di iscritti – generali, magistrati, banchieri, capi dei servizi, che non si incontravano fra loro, non frequentavano, non lasciavano tracce, è una sciocchezza buona solo per i comunicati ufficiali.

 

Quella non era massoneria.

 

Era un sistema parallelo di protezione e intimidazione.

Un’associazione a delinquere di stampo americano travestita da rito.

 

Gelli non creò quel sistema.

 

Lo occupò.

 

Glielo fecero occupare.

 

Prima fu uomo d’apparato, poi dipendente, poi l’uomo più ricco del mondo, quindi mediatore internazionale.

 

Gelli il conciliatore…

 

Rappresentò interessi americani in Italia e interessi italiani all’estero.

 

In cambio si infilò ovunque, America Latina, Medio Oriente, Balcani.

 

Dove c’era instabilità, traffici, oro che scappava dalla Jugoslavia o capitali che dovevano sparire, Gelli c’era.

 

E non solo lui.

 

Negli anni Ottanta aveva una liquidità stimata attorno ai 2.000 miliardi di lire.

 

Non un patrimonio immobilizzato, non aziende, liquidi.

 

Cash.

 

Una cifra che non appartiene ad un “venerabile”, ma a un sistema criminale globale.

 

Criminale oppure legittimo.

 

E si, perché poi qui si cade nella prospettiva.

 

Servizi deviati o servizi regolari?

 

E qui cade il mito del grande vecchio onnipotente.

 

Gelli non avrebbe mai potuto fare tutto questo da solo.

 

Non era un genio.

 

Era un nodo.

 

Un crocevia.

 

Ce lo immaginiamo come una serie di snodi autostradali di Los Angeles.

 

Un uomo utile perché sapeva dove passavano i soldi, chi doveva essere coperto, chi sacrificato.

 

Attorno a lui non c’erano uomini qualunque, c’erano diavoli veri.

 

Servizi segreti deviati, finanza nera, politica pavida, imprenditoria complice, stampa silenziosa.

 

E nessuno lo ha mai davvero contrastato, perché tutti avevano qualcosa da perdere.

 

Quando lo hanno “scoperto”, era già vecchio.

 

Che poi, chi lo ha scoperto davvero?

 

Era talmente alla luce del sole che risultava essere imbarazzante.

 

Quando lo hanno processato, era già intoccabile.

 

Quando lo hanno raccontato, lo hanno ridotto a macchietta, il venerabile, il burattinaio, il grande regista.

 

Ma sempre a mezza bocca.

 

Una favola comoda, perché scarica tutto su un solo nome e salva il sistema.

 

La verità è più scomoda, Licio Gelli è stato un demonio minore in un inferno affollato.

 

Un uomo senza scrupoli, sì.

 

Ma soprattutto un uomo lasciato agire.

 

Protetto.

 

Usato.

 

E poi abbandonato quando serviva un colpevole simbolico.

 

È la storia tragicomica del potere.

 

È morto senza dire tutto.

 

Forse, non ha detto proprio niente.

 

Ma soprattutto è morto senza che nessuno gli chiedesse davvero conto.

 

Perché chi avrebbe dovuto farlo era seduto alla sua tavola.

 

E questo, più di Gelli, racconta l’Italia.

 

L’Italia che ancora oggi si nasconde fra le sue carte, nelle paginette delle sue agende che mai sono state trovate.

 

O che nessuno ha mai voluto né cercare, né trovare.

 

Licio Gelli è stato lo scandalo permanente che l’Italia ha finto di archiviare.

 

Gelli era un genio?

 

Sì.

 

Ma non nel senso romantico.

 

Era un genio delposizionamento.

 

Capiva prima degli altri dove stava andando il potere e si piazzava lì, senza scrupoli, senza bandiere, senza fedeltà.

 

Il suo talento non era creare, eraintermediare, sporcare, collegare mondi che ufficialmente non dovevano parlarsi.

 

Un vero faccendiere d’altri tempi, altro che Mata Hari.

 

E dell’Ambrosiano?

 

È stato detto tutto?

 

Certo che no, così come non è stato detto che non ha mai fallito veramente.

 

Qui Gelli non è una comparsa.

 

È parte del quadro.

 

Ambrosiano, Calvi, IOR, Vaticano, finanza nera internazionale.

 

I soldi spariscono, i conti esteri esplodono, Calvi finisce impiccato sotto un ponte a Londra come un avvertimento medievale.

 

Come in un vero rituale massonico …

 

Gelli c’è.

Sempre.

 

Non firma, non appare, ma connette.

 

O commette?

 

Fa da ponte tra banca, politica, servizi e criminalità.

 

È il facilitatore del disastro.

 

Siamo nella prima Repubblica, dove tutto è stato possibile.

 

L’Italia era il centro nevralgico del mondo.

 

Come dite? Sindona?

 

Certo.

 

Altro nome che non si spiega senza Gelli.


Mafia, CIA, Vaticano e finanza creativa.

 

Sindona era l’uomo dei soldi sporchi, “ripuliti” per cause sporche.

 

Gelli era quello che garantiva che nessuno facesse domande.

 

Quando Sindona diventa tossico, viene lasciato morire avvelenato.

 

Gelli invece scivola via.

 

Sempre.

 

È un rito, il suo.

 

L’uomo del grigio perla …

 

Il 1919 fu un anno di svolta post-Prima Guerra Mondiale, segnato dalla Conferenza di Pace di Parigi (Trattato di Versailles), dalla nascita della Repubblica di Weimar in Germania e da profonde trasformazioni sociali e politiche, specialmente in Italia, con l'introduzione del sistema proporzionale alle elezioni, l'ascesa dei partiti di massa e il "Biennio Rosso", oltre alla fondazione del Partito Popolare e all'inizio del Proibizionismo negli USA. 

 

1919, l’anno di nascita di Licio, quasi una premonizione …

 

Facciamo un bel salto in avanti.

 

1970.

 

Questo è stato un anno di grandi eventi: la fine dei Beatles, la vittoria del Brasile ai Mondiali di calcio, la morte di icone musicali come Jimi Hendrix e Janis Joplin, l'inizio dei voli del Boeing 747, e in Italia l'approvazione della legge sul divorzio.

 

Fu un anno di svolta culturale e politica, con l'avvio della "Ostpolitik" in Germania e tensioni in Irlanda del Nord, mentre a livello tecnologico si assisteva all'inizio dell'era del jumbo jet. 

 

Ma fu anche l’anno del Golpe Borghese.

 

Un colpo di Stato ridicolo solo col senno di poi.

 

All’epoca faceva paura.

 

Militari, neofascisti, apparati.

 

Gelli è nel giro.

 

Non come soldato, ma come garante politico-finanziario.

 

Il golpe fallisce, ma serve a una cosa, far capire che l’Italia è ricattabile.

 

Messaggio ricevuto.

 

E da tutti quelli che contano, più o meno …

 

Ed ecco l’ordine che viene da lontano.

 

Da oltreoceano.

 

Il golpe non s’ha da fare.

 

Ma s’ha da fare propaganda.

 

E propaganda sia.

 

Questo è il vero manifesto di Gelli.

 

Altro che loggia.

 

Qui c’è la visione, controllo dei media, ridimensionamento della magistratura, esecutivo forte, sindacati neutralizzati.

 

Non è un delirio, è una roadmap primordiale.

 

Molte di quelle idee, negli anni successivi, diventano realtà.

 

Coincidenze?

 

No.

 

Anticipazione.

 

Gelli sapeva guardare lontano.

 

Aveva mille occhi, i suoi più altri mille.

 

Guardava talmente lontano che se starnutiva ad Arezzo, qualcuno si ammalava in America latina.

 

Argentina, Uruguay, Brasile, Paraguay.

 

Dittature militari, desaparecidos, traffici d’armi, intelligence USA.

Gelli è amico dei generali, decorato da Videla.

 

Non per ideologia, ma per utilità.

 

Lì si muovono soldi veri, oro vero, armi vere.

 

Lì l’Occidente fa il lavoro sporco.

 

Gelli è il commercialista del male.

 

E i conti li sa fare bene.

 

Altro capitolo mai chiarito fino in fondo fu l’oro delle fioriere.

 

Oro che scappa da una Jugoslavia che si sta disgregando, canali opachi, conti esteri.

 

Gelli fiuta l’affare e ci mette le mani.

 

Non da solo, ovviamente.

 

Ma ancora una volta è nel posto giusto al momento giusto.

 

Chi ce l’ha messo, conta su di lui.

 

Anche lui stesso conta su di lui.

 

Ha mai pagato per le sue malefatte?

 

Si.

 

No.

 

Arrestato?

 

Sì.


Condannato davvero?

 

Mai fino in fondo.


Fughe rocambolesche, arresti domiciliari trasformati in villeggiature, passaporti, protezioni.

 

Un uomo così non scappa se non glielo permettono.

 

Punto.

 

Anzi.

 

Se lo permette da solo.

 

Punto.

 

Tuttavia Licio non parla, a volte scrive.

 

Si, eccolo il colpo di teatro finale, Gelli scrittore.

 

Poesie, memorie, aforismi.

 

Una produzione letteraria ossessiva.

 

Ma non è vanità, è strategia.

 

Gelli scrive percontrollare il racconto.

 

Si dipinge come filosofo, vecchio saggio, vittima di incomprensioni.

 

Mescola verità e fumo, confessioni parziali e silenzi chirurgici.

 

Scrive tanto perché sa che chi scrive per ultimo spesso vince.

 

E in Italia funziona.

 

Cazzo se funziona.

 

Gelli non è stato fermatonon perché fosse invincibile, ma perchéera utile.


A destra.


A sinistra.


All’estero.


In Vaticano.


Nei servizi.

 

Quando è diventato troppo visibile, è stato trasformato nel mostro solitario.

 

Il “Grande Vecchio”.

 

Comodissimo.

 

Perché così non si parla dei giovani, dei medi, dei piccoli che erano ovunque.

 

Licio Gelli è stato un demonio, sì.


Ma ha vissuto in un ecosistema di demoni che si proteggevano a vicenda.


E mentre lui finiva sulle copertine, gli altri continuavano a governare.

 

È morto vecchio, nel suo letto, con i suoi libri, le sue poesie e i suoi segreti.


Non perché avesse vinto.


Ma perché non conveniva a nessuno farlo perdere davvero.

 

Non solo, ma per farlo contento, qualcuno gli fece anche dei favori importanti.

 

Fascicoli scomparsi.

 

Persone scomparse.

 

Fogli scomparsi.

 

Casse scomparse.

 

Ok.

 

Ma qui il finale deve suonare come una porta che si chiude.

 

A secco.

 

Senza redenzione.

 

Il gran finale è quello nel teatro della Prima Repubblica e di tutte quelle prime repubbliche a venire.

 

La Prima Repubblica non finisce con Mani Pulite.

 

Finisce prima per riesumarsi dopo.

 

Finisce quando si capisce che Licio Gelli non è un’eccezione, ma la regola portata all’eccesso.

 

Gelli è il punto di non ritorno.

 

Dopo di lui non si può più fingere che il potere italiano sia solo incompetente o clientelare.

È altro, è strutturalmente opaco.

 

È costruito sul compromesso permanente, sulla doppia fedeltà, sull’idea che lo Stato sia una copertura e non un fine.

 

Quando nel 1981 saltano fuori le liste della P2, la Repubblica ha due possibilità, fare pulizia o fare teatro.

 

Sceglie il teatro.

 

Commissioni, scandalo, indignazione a tempo determinato.

 

Poi tutto torna al suo posto, con nomi nuovi e facce ripulite.

 

Commistioni ...

 

Gelli diventa il cattivo perfetto, anziano, istrionico, esotico.

 

Sulla sedia a dondolo del male.

 

Un demonio comodo perché permette a tutti gli altri di fingersi esorcisti.

 

Ma la verità è che la Prima Repubblica muore lì, nel momento in cui decide di non guardarsi allo specchio.

 

Muore perché sa che a breve potrà rinascere.

 

Da quel punto in poi il patto è rotto.

 

I cittadini capiscono che non esiste più un “dentro” e un “fuori” dal sistema.

 

Che chi comanda non risponde, che chi sa non parla, che chi paga non decide.

 

È solo questione di tempo prima che qualcuno alzi il coperchio.

 

Il coperchio conserva morti ammazzati, vendette, stragi, guerre…

 

Megio tenerlo ancora chiuso.

 

Mani Pulite non è una rivoluzione, è l’autopsia.

 

Il cadavere era già freddo.

 

Gelli aveva semplicemente mostrato come funzionava il corpo, nervi scoperti, organi malati, sangue che circolava dove non doveva.

 

Il finale della Prima Repubblica non è una condanna, ma una rimozione.

 

Nessuna verità piena, nessuna responsabilità collettiva.

 

Solo una transizione cosmetica, stessi meccanismi, nuovo lessico.

 

Dalla loggia al partito personale, dal rito segreto al talk show.

 

Gelli esce di scena senza applausi e senza manette definitive.

 

Come tutti i simboli utili.


La Prima Repubblica lo segue poco dopo, fingendo di essere caduta per moralità ritrovata.

 

In realtà era solo finito il trucco.


E da quel momento in poi, l’Italia ha smesso di credere alle quinte.

 

E ricordate, morto un Papa...se ne fa sempre un altro...


Saluti e baci stellari.

 

Ah! quasi dimenticavo: ma poi...chi ha preso il posto di Gelli?

 

Daje.


Sparpajateve col Brut 33...



a cura di Mino e Fidi@s


Tessera del Fascista Licio Gelli, image di repertorio, storica
Tessera del Fascista Licio Gelli, image di repertorio, storica


 
 
 

Commenti


OP Osservatorio Politico
GNS PRESS

Iscriviti alla nostra newsletter

Data e ora
Giorno
Mese
Anno
Orario
OreMinuti
Prodotto
Donazione
10 €
20 €
30 €

Tutte le nostre aree web, sito, blog, social "OP Osservatore Politico" non rappresentano una testata giornalistica in quanto vengono aggiornati senza alcuna periodicità.

Non possono, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 2001.

  • Blogger
  • Facebook
  • Instagram
  • Youtube

IL MOTTO SCELTO PER OP (Mino Pecorelli)

"Comment is free, but facts are sacred. Comment also is justly subject to a selfimposed restraint. It is well to be frank. It is even better to be fair. This is an ideal."

È una frase di C.P. Scott, direttore del Guardian per 57 anni, dal 1873 al 1930.

Copyright

© 2035 by ifyou&communicationbrother's

Powered and secured by Old&Fast Accurate Affair Group

GDPR Privacy
GNS PRESS
bottom of page