FRANCESCO PAZIENZA: la spia sacrificata per la ragion di stato...o di potere...(Parte seconda)...
- oposservatoriopoli
- 4 giorni fa
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Dov’eravamo rimasti?
Ah sì... eravamo rimasti a quello che non hanno fatto dire a Cicci fino alla sua "strana" morte.
Dal 07 agosto 1997 al 12 maggio 1999, ovvero, da quando si è aperto e chiuso il fascicolo “Castiglioncello” fino all’apertura del filone “Pazienza” si sono susseguite una assoluzione -in uno stralcio del procedimento in atto- e ben tre archiviazioni -e quattro re-iscrizioni- di un procedimento penale per reati che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata ad un non meglio obiettivo, alla ricostruzione della Loggia P2, dalla corruzione quale Pubblico Ufficiale, al ricatto da una delle più alte cariche dello stato: e precisamente ai danni di Luciano Violante, quando nel 1998 quest’ultimo rivestiva la carica di Presidente della Camera dei Deputati.
Ma cosa cazzo c’entra Francesco Pazienza?
C’entra, avoja se c’entra.
Se c’è odore d’impiccio, di garbuglio, di rovi e trame oscure, Francesco c’entra sempre.
Può essere recluso ad Alessandria, può essere recluso anche a New York, ma se ad esempio succede qualcosa a Castiglione della Pescaia, lui c’entra sempre.
Tutto iniziò quando l’Avvocato Giuseppe De Gori volle aiutare Francesco Pazienza ad uscire dal carcere.
Chi era De Gori, ve lo abbiamo spiegato già nella puntata precedente, ma ve lo riproponiamo.
Giuseppe De Gori era un avvocato italiano, attivo soprattutto negli anni ’70-’90, noto per il suo ruolo nei grandi processi legati al terrorismo e al caso Moro in particolare.
Era legale di parte civile per la Democrazia Cristiana in vari procedimenti che riguardavano l’uccisione di Aldo Moro e altre vicende di terrorismo politico in Italia.
È ricordato soprattutto per la sua lunga collaborazione professionale con la Democrazia Cristiana, per la quale curava con successo tutte le cause ad essa riferite.
Era noto per alcune posizioni e dichiarazioni, critiche e controverse, su come si svolsero certe dinamiche nel periodo Moro.
Ad esempio nel 1998, De Gori sostenne che servizi segreti stranieri (come il Mossad e il KGB) avrebbero avuto rapporti o comunque “controllato” gruppi come le Brigate Rosse.
Tali affermazioni entrarono di diritto nel dibattito politico e mediatico.
Si, era il 1998, più volte De Gori fu ascoltato, più volte anche lui entrò spesso in quel di Via Giulia al civico 53.
Una volta, esattamente nel mese di giugno del 1997, uscendo dall'incontro, portò con sé una proposta da recapitare al suo carissimo amico e assistito Francesco Pazienza.
Una proposta che “Cicci” accettò a mezza bocca.
Questa proposta rimase nell'aere a Castiglione della Pescaia per tutta l'estate e poi a settembre diventò una mezza realtà.
Tanto realtà che Francesco e Giuseppe, verso la fine del mese di settembre del 1997 tornarono entrambi a Via Giulia 35, ma non erano soli.
Giuseppe De Gori era questo ed era tanto altro.
Un tanto che, almeno per ora, non vogliamo raccontare...
Quello che vogliamo raccontare, invece, fu che quel maledetto giorno di settembre fu Giuseppe a portare Francesco lì dentro e fu sempre Giuseppe a dire poi a Francesco di stare zitto.
Ma non fu lui il primo ad azzittire Francesco in quella occasione, ma questo “dettaglio” lo vedremo un'altra volta, forse.
Ora facciamo i conti della serva.
Nel lontano 1997 Pazienza, sebbene recluso per altri motivi, proprio a causa della sua proposta, fu messo sotto lente, preventivamente, con il procedimento penale numero 1457/1997.
Uno strano procedimento che fu aperto e archiviato sempre nel 1997.
Però fu subito ri-iscritto in un nuovo procedimento penale, il nr. 11745/1997R.
Però anch’esso fu aperto e archiviato sempre nel 1997.
Però il fascicolo 1457/1997 e il fascicolo 11745/1997R archiviati, furono riattivati di colpo in un nuovo procedimento penale, il nr. 137/1998R.
Ma anche il fascicolo nr. 137/1998R fu archiviato.
Tuttavia, il fascicolo 1457/1997, il fascicolo 11745/1997R e il fascicolo nr. 137/1998R, sebbene archiviati, confluirono in un nuovo fascicolo, il numero 13863/1998 che rimase in piedi fino al …2021!
E se ora vi dicessimo che questi fascicoli non si trovano?
O meglio che, se per caso si dovessero trovare, in questi fascicoli non c’è più nulla?
O meglio ancora, che il fascicolo 137/1998R non esiste più, perché fu acquisito da un pubblico ministero che non lo restituì mai all’archivio?
Allora, vi chiederete : cosa cazzo c’era in questi fascicoli?
Qualcosa doveva esserci.
Per forza.
Perché altrimenti tutto questo non si spiega.
In realtà una cosa c’è.
Una sola.
Una nota.
Una nota scritta dall’allora sostituto procuratore di Perugia che, scrivendo a sé stesso nella doppia veste di sostituto e procuratore Capo ad interim, si avvisa da solo che: “Giuseppe De Gori era in vacanza con la propria famiglia e alcuni amici a Castiglione della Pescaia."
Che questi amici avrebbero avuto un alterco con il sostituto procuratore di Perugia (cioè… lui stesso) e che dunque tali soggetti sarebbero stati meritevoli di attenzione giudiziaria, poiché Giuseppe De Gori era l’avvocato del noto faccendiere Francesco Pazienza!”
O porca di quella puttana.
Capito il livello?
Un diverbio balneare trasformato in spunto investigativo.
Un sospetto per osmosi.
Una colpa per frequentazione.
Una presa per il culo colossale.
Tutto è costruito.
Tutto è artefatto.
Tutto è sordido.
Eppure genera fascicoli.
Genera numeri.
Genera archivi fantasma.
E soprattutto genera potere.
Perché quando sei un procuratore, puoi scrivere, acquisire, trattenere, archiviare, dimenticare.
Puoi far quadrare i conti come cazzo ti pare.
E se qualcuno chiede conto?
Risposta standard: “Non risulta nulla”.
O peggio: “Per il Superiore interesse della giustizia!”
Perfetto.
De Gori capitava a pennello quella sera.
Era l’estate del 1997, Pazienza “doveva raccontare cose su consiglio di De Gori” e siccome lo conosciamo bene il buon Cicci, meglio prepararsi.
Infatti a settembre del 1997 Pazienza “ne raccontò altre di cose” e quindi, come previsto, per azzittirlo strinsero solo il cappio già preparato a dovere.
Anche se poi nel cappio bastardo, ci finirono tante persone innocenti.
Ma come si dice in questi casi?
Ah, sì!!
Si dice sticazzi!
Sti gran cazzi.
Se Pazienza non dice ciò che vogliamo sentire allora cappio e silenzio...
Un po’ alla Saddam Hussein.
Però gli Efori non fecero i conti con chi rimase incastrato nel nuovo processo a Pazienza.
Perché certe mosche, hanno la tosse...
Si, erano persone innocenti.
Persone pulite.
Persone che non si sono spaventate.
Erano la variabile impazzita.
Quelle che “lassù” non avevano previsto.
Quelle che hanno mandato a puttane i loro piani.
Li hanno letti, spulciati, gli hanno fatto gli esami del sangue, li hanno passati al setaccio, cazzo, alcuni erano poliziotti, ed erano anche in servizio in uffici complicati...
Cazzo ancora, però "questi sapevano", avevano visto, conoscevano, erano credibili ed erano incazzati.
E allora giù, ancora più infamia...
Giù addosso.
A colpi di ordinanze di custodia cautelare.
A pioggia.
Non per cercare la verità.
Ma per spezzare.
Per isolare.
Per logorare.
Per costringere qualcuno, prima o poi, a cedere.
Quando non riesci a costruire una colpa, costruisci la pressione.
Quando non hai prove, usi il carcere.
È così che funziona.
Ma non ha funzionato perché nessuno poteva immaginare che proprio nella rete con Pazienza ci finissero gli squali “usati” per farcelo finire.
Cazzo che disastro.
Qui entriamo in un territorio narrativo potente.
Vi regalo una continuazione che tiene il piede nell’inchiesta e l’altro nel romanzo nero.
“Cazzo fermi tutti, abbiamo fatto una cazzata, nella rete con Pazienza c’abbiamo messo i nostri!”
“I nostri?”
“Si cazzo, i nostri, e sono pure quelli storti!”
E lì scatta il panico.
Perché quando arresti il tuo “socio” che dovrebbe restare libero, rompi il patto non scritto.
E quando rompi il patto, qualcuno s’incazza e inizia a parlare.
O peggio, qualcuno inizia a scrivere.
I primi a incazzarsi, infatti, furono i poliziotti.
Non quelli di strada.
Non quelli che fanno le notti e prendono gli sputi.
Quelli degli uffici.
Quelli che avevano firmato informative “orientate”.
Quelli che avevano eseguito ordini senza far troppe domande.
Si rendono conto di essere diventati carne da macello.
Perché se il castello crolla, i primi a finire sotto sono loro ma poi cade il Re e tutta la corte.
E allora partono le telefonate.
Le riunioni informali.
I corridoi diventano mercati.
“Questa cosa va fermata.”
“Questo fascicolo va sistemato.”
“Questo nome va tolto.”
Ma è tardi.
Qualcuno ha già copiato.
Qualcuno ha già nascosto.
Qualcuno ha già deciso che non morirà in silenzio.
Da quel momento in poi l’inchiesta non è più un’indagine.
È una guerra interna.
E in una guerra interna non esistono innocenti.
Esistono solo bersagli.
E infatti, per un anno intero, i giornali non parlano più di Pazienza.
Parlano dei poliziotti.
Altra cazzata!
Errori su errori.
La sequenza di errori è ormai implacabile e fa sentire il boomerang…
Prime pagine.
Titoli a nove colonne.
Mostri sbattuti in faccia al Paese.
Un capolavoro di autolesionismo.
Un’altra cazzata, una dopo l’altra.
Perché così facendo non hanno coperto il problema.
L’hanno solo moltiplicato.
Hanno fatto incazzare le persone sbagliate.
Non i burattini.
I burattinai.
Gente che non va in televisione.
Gente che non firma articoli.
Gente che non rilascia interviste.
Gente che, quando si muove, non lascia tracce.
E a quel punto tutti iniziano ad avere paura.
Paura vera.
Paura di trovarsi in mezzo.
Paura di un fascicolo che nasce di notte.
Paura di diventare il prossimo titolo.
Si abbassano gli sguardi.
Si smette di parlare nei corridoi.
Si scrive il minimo indispensabile.
La macchina rallenta.
Non per prudenza.
Per terrore.
Ed è lì che il sistema fa quello che sa fare meglio: si richiude su sé stesso.
Ecco perché per 25 anni non si è mai saputo nulla del processo a Pazienza.
Ma Pazienza, che se ne dica sempre male (perché fa comodo), era un uomo di rispettabilità, un galantuomo vero, di grande dignità e valore.
Serio e composto, si, istrionico se volete.
Ma sempre lucido.
Per questo prima di morire ci ha raccontato tutto e nei minimi dettagli.
Nel 2008 un giornalista coraggioso dal nome Gian Marco Chiocci s’interessa alla vicenda e scrive un articolo al vetriolo.
“Sei anni d’indagine. Altri sei di processo. E improvvisamente nessuno ha più fretta di arrivare a una sentenza. Il procedimento sui presunti dossieraggi di Francesco Pazienza, nato ai margini del caso Donatoni-Soffiantini, si sgonfia tra accuse fragili, prescrizioni a raffica e imputati che scelgono di andare avanti solo per difendere il proprio nome. Nel frattempo, però, nei verbali spuntano nomi pesanti. Massimo D’Alema. Pietro Folena. Vertici dell’ex Pci-Pds-Ds. Interrogatori che non riguardano solo Pazienza e gli agenti “infedeli”, ma anche flussi di denaro, operazioni finanziarie estere, ipotesi di 5 milioni di dollari destinati a un partito politico nell’ambito di un’operazione da 35 milioni. Tutto ufficialmente smentito. Tutto messo a verbale. C’è un personaggio-chiave, allora indicato come snodo tra Pazienza detenuto e ambienti politici. Le sue dichiarazioni vengono ritenute sufficienti per giustificare arresti, ma quando toccano i piani alti diventano improvvisamente “inermi”. Dentro il fascicolo finiscono anche contatti con ambienti legati a Lyndon LaRouche, progetti geopolitici, tentativi di aggancio a Botteghe Oscure, incontri a Palazzo Chigi. Poi il processo muore lentamente. Prescrizioni. Archiviazioni. Silenzio. Non una verità accertata. Non una verità smentita. Solo una montagna di carte che dimostra una cosa: questa non era una storiella di dossieraggi. Era un incrocio pericoloso tra apparati, politica e affari. Ed è probabilmente per questo che nessuno aveva davvero interesse a chiuderla…”
Ma che vergogna.
Ma che schifo.
Questo Stato non si smentisce mai.
Chissà quanti fascicoli d’inchiesta sono stati sommersi nello stesso modo.
Chissà quanta gente è stata “ammazzata” in questo modo.
Poi parlano male della separazione delle carriere.
Allora la storiella di Lyndon LaRouche è vera.
Allora lo è anche “La Via della Seta”.
Ma stai a vedere che il povero Falcone c'aveva visto lungo...
Forse è tutto vero, ecco perché non se ne parla di questo processo.
Un processo fatto durare solo 25 anni: imputati morti, gente scappata all’estero, soldi scomparsi, fascicoli implosi, atti letti sottovoce, quando ormai non interessavano più a nessuno.
E poi l’oblio.
Programmato.
Perché in Italia il tempo non serve a chiarire.
Serve a seppellire.
Se non riesci ad assolvere, prescrivi.
Se non riesci a condannare, logori.
Se una storia è troppo grande, la fai marcire.
Così nessuno resta colpevole.
Così nessuno resta innocente.
Resta solo una palude di carta.
Ed è la forma più elegante di insabbiamento.
Non serve bruciare gli archivi.
Basta lasciarli invecchiare.
E quando qualcuno, ogni tanto, prova a riaprire una cartella, trova sempre la stessa risposta: “Non risulta nulla”.
Perfetto.
Fine del processo.
Mai della storia.
Infatti la storia, questa storia, non è finita qui, è solo iniziata.
E se volete leggerla tutta dovete avere Pazienza …
La prossima volta vi raccontiamo dell’incidente probatorio “scomparso”.
Ne leggerete delle belle…
Nun addormiteve...alla prossima parlamo de numeri...
a cura di Mino.










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