FRANCESCO PAZIENZA: la spia sacrificata per la ragion di stato...o di potere...(Parte prima)...
- oposservatoriopoli
- 4 giorni fa
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"Questo processo non s’ha da fare!"
Dissero.
Però ne hanno fatti altri.
Già.
Il processo a Francesco Pazienza non si doveva fare, però poi è stato deciso di sì, perché doveva pagare la sua “non” collaborazione strumentale.
Puttana Eva quante ne ha passate il povero “Cicci”.
Pazienza, detto Frank, l’ex agente del Sismi coinvolto in vari scandali negli anni '80, ha concluso le sue vicende giudiziarie, dopo condanne complessive a 13 anni, in gran parte scontate tra carcere e affidamento ai servizi sociali, finendo con la libertà vigilata nel 2007.
Da quel momento, per le cronache giudiziarie, non si segnalano ulteriori nuovi processi recenti fino alla sua scomparsa nel giugno 2025.
Ah no?
Che bufala.
Ma lo vederemo poi...
Intanto, nessuno racconta che, nei primi anni duemila, gli era stato inflitto uno specialissimo regime carcerario in un Ospedale Psichiatrico al fine di destabilizzarlo, per renderlo inerme, per fargli capire che doveva o smettere, o iniziare, di nuovo…
Così come nessuno dice che a Roma, nel lontano 1997, Francesco venne interrogato in un noto edificio sito in Via Giulia al civico 53, da un pool di magistrati di cui è meglio non fare nomi.
Anche perché non c’erano solo magistrati... quel giorno …
Alcuni interessati erano arrivati da Via delle Carceri e in lontananza tutti lo videro arrivare, a piedi, da solo.
Quel giorno Frank sbucò da Vicolo della Moretta con il suo immancabile completo di lino beige, una polo rosa e la giacca sulla spalla.
Indossava i suoi occhiali preferiti, i Persol Tortoise ed un cigarillo in bocca.
Camminava da uomo libero, senza scorta, ma, tecnicamente, era in stato di detenzione ad Alessandria...
Ma, allora come …
E quante cazzo di cose volete sapere...
Mistero della fede.
Frank salutò tutti, era il VIP quel giorno, Polizia, Carabinieri, avvocati, uomini dei servizi (non solo italiani), personale dell’Ucigos, Digos e Ros.
C’erano proprio tutti... lì sotto …
E lui, con la solita nonchalance che lo contraddistingueva, salutò tutti per poi entrare.
Per poi salire su, fino ad arrivare in una stanzetta “blindata” dove ad attenderlo c’erano dei magistrati interessati a fare luce su noti e tristi episodi legati alla Sicilia degli anni ‘90.
Francesco si sedette, e dopo i saluti e le frasi di rito, ascoltò con attenzione ciò che volevano chiedergli.
La stanza era piena di pezzi grossi: c’era silenzio, quei silenzi che non si dimenticano facilmente, nessuno osava respirare, tutti fermi e il più possibile nascosti l’uno dietro l’altro.
Sembra ci fossero anche due italoamericani, ma sono trascorsi molti anni da allora, magari la memoria della fonte fa cilecca …
Il suo avvocato di allora, Giuseppe De Gori, ormai scomparso vecchia volpe della Democrazia Cristiana, avvocato d’altri tempi.
Uno di quella della Prima Repubblica, che sapeva fare il suo mestiere.
In compagnia della moglie, altra nota penalista, Lidia Trombetta.
De Gori era una volpe, un paraculo di alto profilo, un vero principe del Foro.
Iniziò lui le danze al posto di Francesco ed esordì dicendo ad alta voce: “Cicci zitto! Non parlare!” mentre uno dei magistrati rivolgeva a Frank alcune domande mirate.
L’avvocato affaticato, sudato e caluticante, in una calda giornata di settembre, si alzò, e rivolgendosi ai magistrati, disse loro: “Dove volete arrivare con queste domande?”
Fu subito rassicurato che nessuna domanda era stata posta per arrivare a conclusioni azzardate.
Eppure chi era lì, afferma di aver sentito che, se Francesco avesse confermato alcune cose, probabilmente il suo calvario giudiziario sarebbe stato prima alleviato e poi lenito.
Che burla.
Frank, come al solito fece uno show.
Invece di abbassare i toni e il tiro, lo alzò.
E lo alzò di molto, tanto che alcuni magistrati alzarono la voce più di lui.
Finché non sbottò e disse ad alta voce: “Basta! Vi dico io dove cazzo dovete indagare se volete la verità sul giudice!” ed ancora “Facciamo così, dato che questa roba è troppo grossa per voi, facciamo un pezzo alla volta. Intanto cercate qui, qui e qui e poi se ci sono riscontri, allora andremo avanti! Va bene così?”
E poi disse alcuni nomi e circostanze e nella stanza calò il gelo.
L’aria divenne fredda, irrespirabile, la tensione si tagliava con il coltello, tutti si guardavano l’un l’altro attoniti e stupiti e nessuno, credetemi, nessuno dei presenti avrebbe mai voluto essere lì in quel momento.
Sto cazzo di Francesco.
Nato nel 1946 a Monteparano, in provincia di Taranto, ottenne la laurea in medicina presso l’Università La Sapienza solo per far contenti i suoi genitori, senza però intraprendere mai la carriera medica.
A lui piaceva l’avventura.
Si mosse subito tra Parigi e New York, dove riuscì ad intrecciare una vasta rete di relazioni in ambito finanziario e diplomatico.
Intelligente.
Cicci era veramente intelligente, follemente spregiudicato e fortemente ambizioso, al punto che riuscì ad infilarsi nei circuiti dei servizi segreti e nelle stanze della finanza vaticana al punto che, alla fine, gli diventarono stretti.
E come al solito, quando una cosa ti va stretta, poi, o ti soffoca o ti strozza.
Però, strozzare Cicci era maledettamente complicato.
L’hanno piegato, piagato, umiliato, offeso, deriso e torturato.
Ma non si è mai lasciato andare.
Neanche quando gli negarono la partecipazione al funerale del proprio padre “per motivi di sicurezza”.
Lo vedemmo incazzato, sapendo che era stata solo una cattiveria architettata da due funzionari dell’Ucigos, per ripicca.
Solo un giorno cedette, contro ogni pronostico, quando nell’Aula Bunker di Piazza Adriana l’abbiamo visto veramente incazzato urlare contro un PM che gli aveva spudoratamente mentito, al punto che il Gip di allora, Otello Lupacchini, lo invitò a tranquillizzarsi sospendendo per una pausa caffè.
Era il 2002.
Ma cosa ci faceva Pazienza nell’Aula Bunker di Piazza Adriana?
La cronaca non ne parla.
Anzi, non ne parla nessuno …
Come al solito.
Fu la prima volta che vedemmo Cicci furioso.
Ma anche questa è un altra storia che vi racconteremo più in là...
Dicevamo.
Nessuno avrebbe mai voluto essere lì, quel maledetto giorno di settembre, in Via Giulia, né dentro la stanza, né fuori, né in macchina ad aspettare.
Perché volarono parole grosse, volarono nomi grossi.
E tuttora facciamo fatica a capire certe dinamiche, tuttavia, da quel giorno per Pazienza cambiò tutto.
Fu peggio di quella volta che Cicci parlò apertamente con Cordova …
Cicci sapeva troppo.
E quando sai troppo, il problema non è dimostrarlo: è sopravvivere abbastanza a lungo da dirlo.
Pazienza ha provato a parlare, eccome se ci ha provato.
Non perché fosse diventato improvvisamente puro, ma perché aveva capito che il gioco stava cambiando e che i vecchi complici, a un certo punto, diventano zavorra.
Non fu che non gli credettero.
Al contrario: gli credettero in maniera assoluta.
E proprio per questo divenne pericoloso.
Lui e chiunque vicino a lui.
Non lo eliminarono con un colpo di pistola, sarebbe stato troppo rumoroso.
Lo fecero in modo più elegante: processi, condanne, isolamento, una reputazione demolita pezzo per pezzo.
Lui e chi aveva intorno, consapevole o meno.
Quando parlava, ormai, era facile dire che fosse un mitomane, un manovratore in cerca di attenzione. Anche se di cazzate ne ha dette e fatte ...
Un uomo che sapeva tutto, ma che non contava più nulla.
Gli tolsero i soldi e senza soldi, non hai neanche la credibilità.
Questo è un vero sistema corrotto.
Così funziona il potere vero.
Non ti uccide, ti svuota.
E quando esci di scena, respiri ancora, ma nessuno ti ascolta più.
E nessuno voleva più ascoltare Pazienza perché, in più occasioni, come quella di Via Giulia, purtroppo disse solo la verità.
E la raccontò talmente tanto chiara che i due fascicoli d’indagine denominati “In sonno” e “Appesi”, aperti preventivamente per lui già nel luglio 1997 (contemporaneamente a Roma e Perugia), furono subito svegliati e resi ‘idonei’ per essere trasformarti in un terzo fascicolo (Roma, 1998) e poi in un quarto (Roma, 1999) che finalmente lo vide finire, di nuovo, dritto in prigione.
O meglio, Francesco era già in prigione, ma grazie al quarto fascicolo (1999) finì addirittura in isolamento al 41Bis.
Ricordate quando abbiamo scritto che un giorno Francesco si arrabbiò, o meglio, s’incazzò con un PM?
Ebbene, quel giorno fu il giorno che scoprì che fu il PM che lo "aiutava" a spedirlo al 41Bis, cosi, per torturarlo un po'.
Dai, raccontiamola come va raccontata davvero.
Francesco avrebbe dovuto dire certe cose.
E non le disse.
Ne disse altre.
Quelle sbagliate.
Anzi.
Quelle che non si dovevano dire.
E il problema non fu che nessuno gli credette, gli credettero fin troppo.
Ed a quel punto diventò ingestibile.
Non lo zittirono con la violenza.
Sarebbe stato rozzo.
Lo fecero con la carta bollata.
Quattro, cinque fascicoli cuciti addosso come un abito su misura, tenuti in sospensione, spediti in orbita come satelliti giudiziari pronti a ricadere.
E quando arrivò il momento, gli precipitarono sulla testa tutti insieme.
Uno dopo l’altro.
Senza scampo.
Nel 1997 Pazienza era il testimone perfetto per un’inchiesta ingestibile.
Doveva servire.
Ma non funzionò come previsto.
E quando un testimone non funziona, si scarica.
Così il suo fascicolo finì sul tavolo di due PM con un compito semplice e definitivo, non farlo parlare più.
Non “creparlo”, certo...
Solo cuocerlo a puntino.
Uno dei due, il più lucido, lesse quelle carte e capì immediatamente l’aria che tirava.
Si defilò.
Con tempismo impeccabile.
Anche perché era fratello di un giurista e politico di primo piano, ministro nel governo D’Alema.
E siccome in quelle carte compariva anche il nome di D’Alema, le opzioni erano due: o non c’era alcun problema politico, oppure ce n’erano fin troppi...
In entrambi i casi, sparire era la scelta più intelligente.
E così fu.
Prima del nubifragio.
Rimase l’altro PM.
Ostinato.
Convinto.
Affamato del processo del secolo.
Peccato che, precedentemente, si occupasse di tutt’altro.
Ma questo non lo fermò.
Si lanciò nell’universo torbido della pubblica amministrazione, della politica, dello spionaggio, trattando il fascicolo Pazienza come se fosse un’indagine per abuso d'ufficio.
Metodo sbagliato, bersaglio enorme, ambizione smisurata.
E così fece carne di porco.
Faccendieri, imprenditori, preti, uomini delle forze dell’ordine, musicisti, grafici, artisti, giornalisti.
Tutti indagati a forza, tutti buttati nello stesso pentolone, tutti a cuocere nell’olio bollente di un fritto misto all’italiana.
Un processo informe, eterno, durato quasi trent’anni.
Un processo che non cercava la verità, ma la saturazione.
Ora, a questo punto, una cosa va detta.
Tutto questo potrebbe essere un’invenzione.
Un racconto deformato, una lettura maliziosa, una costruzione narrativa.
Oppure no.
Oppure ci sono tante di quelle carte sommerse che è meglio non far venire a galla.
Però, in questo moderno Titanic giudiziario, una cosa va detta: le carte non sono affondate perché qualcuno, intelligentemente, le recuperò prima che andassero perse.
O meglio, prima che fossero distrutte come ordinato dalla Corte d’Appello.
Cazzo...ma perché distruggere carteggi che potrebbero spiegare molte cose?
Forse ci siamo risposti da soli.
Come dite?
Non credete a niente?
Fate bene.
Fate benissimo.
Vuol dire che siete più intelligenti di tanti altri.
Anche perché pensate come ci rimarrebbe male la gente comune se sapesse che in un fascicolo d’inchiesta “qualsiasi” si nasconde parte del dossier uscito dal Pentagono relativo allo scandalo Clinton-Lewinsky, popolarmente noto come sexgate che coinvolse il presidente degli Stati Uniti d'America Bill Clinton durante il suo secondo mandato.
E pensare che una nota giornalista uruguayana grazie a quel dossier scrisse un grande articolo tanto che Clinton la ringraziò personalmente.
Così come inviò i suoi saluti e ringraziamenti dalla Casa Bianca a due appartenenti delle nostre forze dell’ordine che però in Italia, per lo stesso motivo, erano sotto processo...
Mah.
Pensate se, sempre in quel fascicolo, ci fosse stato il dossier originale “Silk Road” (la Via della Seta) inviato in Italia da Lyndon Larouche, ovvero, un piano programmatico di sviluppo geopolitico degli USA in Italia, in attesa della moneta europea che nel 1998 finì nelle mani degli allora vertici dei Ds.
Se la mente non ci tradisce, fu proprio Massimo D’Alema che 31 dicembre del 1998 che disse: “Il paradosso dell’euro è che anticipa il compimento di un processo politico.”
Sebbene Massimo D’Alema non amasse il democratico Lyndon Larouche, una fitta rete di uomini chiave passò di mano quel documento fino a farlo arrivare a Botteghe Oscure.
Che fine fece?
Cestinato?
Distrutto?
Usato?
Chi può dirlo?
Di certo sappiamo solo che il documento è arrivato al destinatario e che l’Osservatorio di Politica Interna, nel 2018, ne ha fatto un interessante report di 26 pagine a cura di T.wai (Torino World Affairs Institute).
Beh...per oggi, che dire di più?
Forse che questa è la prima di una serie di puntate su Cicci. la spia dimenticata.
Perché quello che non gli hanno fatto dire fino alla sua morte, una “strana”, ambigua e silenziosa morte...magari ve lo diciamo noi...
Sparpajateve a Zurigo...
a cura di Mino










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