DA GLADIATORE A REICHSMARSCHALL, DA NORIMBERGA A GAZA...
- oposservatoriopoli
- 30 dic 2025
- Tempo di lettura: 11 min
Oggi parliamo di storia.
Quella che parecchi non hanno studiato o fanno finta di non ricordare.
iniziamo con un trabocchetto.
Chi era Massimo Decimo Meridio?
Nessuno.
Non è mai esistito.
Forse, lo sceneggiatore del "Gladiatore" fu ispirato da Marco Nonio Macrino, generale romano dell'epoca dell'imperatore Marco Aurelio, durante le guerre settentrionali contro i Marcomanni.
Un soldato sanguinario, così come lo era, nel film, Massimo Decimo Meridio.
Così come lo erano -e lo sono- tutti i soldati di rango.
Il soldato non è un elemento da missione di pace.
il prete, il medico, lo psicologo, il pediatra lo sono, ma non un militare.
Il militare uccide.
Punto.
Sì.
È una verità scomoda, ma purtroppo è così.
Massimo Decimo Meridio funziona proprio perché incarna quello: un assassino “legittimato”, e non un santo travestito da eroe.
Il cinema ci mette sopra l’onore, la disciplina, la famiglia, ma il nucleo non cambia: il soldato di rango è uno che ha ucciso bene, tanto e senza esitazioni.
Per questo sale.
Non per bontà d’animo.
La retorica della “missione di pace” serve a far digerire la realtà.
Il militare non nasce per mediare, curare o proteggere nel senso umano del termine.
Nasce per esercitare violenza organizzata quando la politica fallisce o decide di non sporcarsi le mani.
È uno strumento, non un operatore sociale.
Prete, medico, psicologo, pediatra: figure che riducono il danno, ricuciono, rallentano la morte.
Il militare fa l’opposto: la rende efficiente, rapida, sistemica.
Poi, certo, può salvare civili, distribuire aiuti, fare evacuazioni.
Ma non è il suo mestiere originario.
È un effetto collaterale, spesso narrativo.
Dire “il militare uccide” non è un insulto.
È una definizione funzionale.
Il problema nasce quando lo si trasforma in missionario morale, quando si pretende che la guerra sia umanitaria.
Quella è l’ipocrisia che prepara la prossima strage.
Meglio dirlo chiaro, oggi, perché domani servirà lucidità: la pace la costruiscono altri.
Il soldato interviene quando la pace è già morta.
Russell Crowe ha interpretato magistralmente Massimo Decimo Meridio, un generale tradito e umiliato e condannato solo perché non ha obbedito al proprio nuovo tiranno.
Non che Cesare Marco Aurelio non lo fosse, ma Comodo (Cesare Lucio Marco Aurelio Commodo Antonino Augusto, membro della dinastia degli Antonini), probabilmente non era in linea con le idee di Massimo, quindi Massimo, in un istante, da eroe diventa traditore, da traditore a schiavo, da schiavo a gladiatore, da gladiatore ad eroe.
Solo dopo morto, però.
Viceversa Comodo da traditore e assassino diventa Imperatore e poi muore da infame.
Strano vero?
No, non qui sulla terra.
Il film l’abbiamo visto tutti, abbiamo odiato Comodo, abbiamo odiato la sua guardia imperiale, i Pretoriani, abbiamo odiato, si abbiamo odiato …
Cambiamo scenario, ma restiamo nella storia.
A distanza di molti anni, Russell Crowe interpreta Hermann Wilhelm Göring nel film “Norimberga”.
E lo fa in maniera monumentale.
Uno fra i maggiori attori del palcoscenico mondiale interpreta, probabilmente, il secondo o il terzo uomo più cattivo della terra (dal nostro punto di vista).
E non si lagna come ha fatto tale Luca Marinelli, protagonista della serie Sky "M. Il figlio del secolo", che ha descritto l'esperienza di interpretare Mussolini come "dolorosa" ed un obbligato "atto politico", sentendosi eticamente provato pur essendo un antifascista.
Ma si sa, pecunia non olet...
Tralasciando i dettagli, quello che oggi lascia l’amaro in bocca è l’analisi logica del processo di Norimberga.
E sì, perché qualcosa non quadra più.
Chi stabilisce che uccidere, come è stato fatto e giudicato nel processo di Norimberga, sia diverso e più legittimo rispetto a quanto avvenuto nei Gulag sovietici, nell’operazione israeliana “Ira di Dio” o nei bombardamenti atomici americani?
Chi fra noi è in grado di stabilirlo e, soprattutto, perché?
Alziamo il tiro, dato che oggi, nell’immaginario collettivo, i nazisti sono gli israeliani, o meglio, gli ebrei.
William Shakespeare diede voce a Shylock, antagonista deIl Mercante di Venezia, forse l’opera più controversa del Bardo, proprio per il conflitto religioso che mette di fronte il mondo cristiano e quello ebraico.
Shylock, l’ebreo creditore di un cristiano, davanti a un tribunale e forte della legge, pronuncia una frase disarmante nella sua lucidità: “Chi non desidera la morte del proprio nemico?”.
È lì che avviene lo scarto decisivo: Shylock ha ragione sul piano giuridico, ma viene condannato su quello morale e politico.
Da creditore diventa colpevole, dalla legge passa alla colpa.
Perde tutto: beni, dignità, identità.
Una morte civile, prima ancora che fisica.
Ed aveva ragione!
Allora?
Chi giudica chi?
Il punto è proprio questo: giudica chi vince.
Non chi ha ragione.
A Norimberga non si è stabilito che uccidere fosse sbagliato in sé.
Si è stabilito chi aveva il diritto di uccidere e chi no.
È una differenza enorme.
E molto comoda.
I nazisti “criminali contro l’umanità”.
Hiroshima e Nagasaki? “Necessità storica”.
Gulag sovietici? “Deviazioni del socialismo”.
Ira di Dio israeliana? “Autodifesa”.
Droni USA, bombardamenti a tappeto, civili collaterali? “Danni inevitabili”.
Stesso risultato: morti!
Stessa dinamica: potere che decide chi è sacrificabile.
Cambia solo la narrazione.
Norimberga non è stato il processo al male assoluto.
È stato il processo dei vinti, fatto dai vincitori che avevano appena raso al suolo città intere e sperimentato l’arma più distruttiva della storia sull’uomo.
Nessun tribunale per Dresda.
Nessun imputato per Hiroshima.
Nessun banco per i Gulag mentre accadevano.
Nessun tribunale per il Mossad che ha ucciso persone in tutto il mondo per vent’anni.
La legittimità non nasce dall’atto, ma dal timbro che ci metti sopra dopo: Stato, bandiera, emergenza, sicurezza nazionale.
È diritto scritto dai vincitori, non morale universale.
Questo non assolve i nazisti.
Ma impedisce l’autoassoluzione degli altri.
Perché se dici che “è diverso”, allora stai dicendo una cosa sola: uccidere è sbagliato solo quando lo fanno gli altri.
E questa è la radice di tutte le guerre future.
Se vogliamo guardare avanti, l’unica posizione onesta è brutale ma pulita: uccidere resta uccidere, anche quando è legale, anche quando è strategico, anche quando lo chiami giustizia.
Tutto il resto è propaganda ben scritta.
Oggi i nuovi nazisti sono gli ebrei, sono gli israeliani, c’è infatti chi nei sociale paragona i militari dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) alle SS naziste (Schutzstaffel) e chi lo racconta non è sempre l’insoddisfatto o l’ignorante che vomita le sue idee sui social, no, chi lo racconta, nella maggior parte dei casi, è chi riveste un incarico istituzionale.
Il giordano-palestinese Mohammad Hannoun (cittadinanza giordana), oggi 63enne, di professione architetto, in Italia da 40 anni, attivista per la Palestina libera è sato arrestato dopo circa due anni di indagini racchiuse nell’inchiesta “Domino”, condotta dalle Procure di Genova e Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Digos con la Direzione Centrale di Polizia di Prevenzione, Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Genova e del Nucleo Speciale della Polizia Valutaria Guardia di Finanza.
Perché è stato arrestato?
Nell’ordinanza di 306 pagine c’è scritto bene di come chiedevano soldi per i palestinesi ma li mandavano ad Hamas che li utilizzava per finanziare le operazioni terroristiche contro Israele.
Ma, riscriviamola tutta, anche se noi di OP, sono mesi che la raccontiamo ...
Quindi, secondo la Procura di Genova, il vertice dell’organizzazione finita sotto inchiesta sarebbe Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun, 63 anni, indicato come legale rappresentante e amministratore di fatto di tre associazioni formalmente attive nel settore umanitario: Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, La Cupola d’Oro e La Palma.
Hannoun è stato fermato a Genova, dove risiede nel quartiere di Bolzaneto, nella periferia nord-occidentale della città.
Al momento dell’arresto avrebbe chiesto agli agenti se fosse prevista una sua consegna alle autorità israeliane, circostanza riportata dagli atti come indicativa della consapevolezza del quadro accusatorio.
Accanto a lui, gli investigatori collocano Ra’Ed Hussny Mousa Dawoud, 51 anni, indicato come referente operativo della cosiddetta “cellula italiana” e dipendente della filiale milanese di una delle associazioni coinvolte.
Seguono Raed Al Salahat, referente per Firenze e la Toscana e membro del board della European Palestinians Conference; Yaser Elasaly, attivo a Milano; Jaber Abdelrahim Riyad Albustanji, 60 anni, promotore di raccolte fondi, del quale - secondo gli inquirenti - esisterebbero immagini che lo ritraggono in divisa armata riconducibile all’ala militare di Hamas.
Completano il quadro Osama Alidawi, cofondatore di una delle associazioni genovesi; Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, referente per il Nord-Est d’Italia, già ministro dei Trasporti del governo di Gaza e presidente del Blocco Islamico dell’Unione degli Ingegneri; Khalil Abu Deiah, legale rappresentante de La Cupola d’Oro e responsabile della filiale di Milano; e Mohammed Ismail Saleh Abdu, 35 anni, domiciliato in Turchia.
Tutti gli indagati - nella fase attuale delle indagini preliminari, come specifica la Procura - sono accusati di appartenere e di avere finanziato il “Movimento della Resistenza Islamica” (Hamas), organizzazione indicata come terroristica dall’Unione Europea, con l’ipotesi di aver contribuito al sostegno di attività finalizzate ad atti terroristici, in particolare contro Israele.
L’impianto accusatorio richiama il contesto più ampio delle azioni attribuite ad Hamas, tra cui l’attacco del 7 ottobre, con circa 1.200 vittime e oltre 2.200 ostaggi, oltre a una serie di attentati precedenti che, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbero causato 484 morti e 3.305 feriti, molti dei quali civili.
Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun non ha smentito, sapete qual’è stata la sua unica preoccupazione?
L’essere consegnato ad Israele!
E in Italia?
Hanno preso tutti posizione?
Macchè, ma anche no.
Da Matteo Orfini a Laura Boldrini, da NicolaFratoianni a Stefania Ascari (M5s), questi sono parte dei politici che negli ultimi anni hanno permesso all’uomo accusato di finanziare Hamas di fare il suo ingresso trionfante nelle istituzioni italiane!
Stefania Ascari (M5s), si è più volte resa ridicola pubblicamente indossando addirittura il Hijab ma quello che non è ridicolo è il fatto che fece molte campagne per chiedere fondi per Hannoun, insomma, chiedeva soldi, faceva collette di “solidarietà” per Hamas …
Tuttavia, purtroppo, l’elenco dei sostenitori è abbastanza lungo …
Arturo Scotto (Mdp) e Manlio Di Stefano (M5s), poi futuro sottosegretario agli Esteri, nel 2017 sfilarono a Milano con Mohammed Mahmoud Ahmad Hannoun.
Anche Marco Furfaro, partito democratico, non si fece sfuggire l’occasione di sfilare con il terrorista nel 2018.
Ah, dal programma della festicciola, risultava tra i partecipanti del galà anche l’allora europarlamentareElly Schlein, oggi segretaria del Pd!
E nel 2019?
Nel 2019Gianluca Ferrara, capogruppo M5s della commissione Esteri incontrò i rappresentanti dell’Associazione dei palestinesi in Italia, tra cui proprio il presidente Hannoun.
E ancora dopo il 2019 Davide Tripiedi e Marco Bella (entrambi M5s), ancora Matteo Orfini (Pd) e Stefano Fassina (Sinistra italiana).
Al secondo posto abbiamo ancora Fratoianni.
Il 17 febbraio 2022, invero, è stato il leader di Sinistra italiana,Nicola Fratoianni, a consentire ad Hannoun di tenere (stavolta nelle vesti di presidente dell’associazione Europeans for al-Quds) una conferenza stampa alla Camera dei deputati per presentare un report dal titolo “Gerusalemme 2021, l’ebraicizzazione accende il confronto”, che raccoglieva - spiegò Hannoun - “le testimonianze sulla pulizia etnica israeliana in corso a Gerusalemme”.
Al primo posto ancora lei: Stefania Ascari.
Il 23 febbraio 2023, infatti, fu la deputata del Movimento 5 Stelle a consentire a Hannoun di intervenire ancora una volta alla Camera dei deputati, dove, in una conferenza stampa, presentò insieme alla sua associazione il “Rapporto per i diritti umani in Palestina”, documento incentrato sulle presunte e reiterate violazioni dei diritti dei palestinesi attribuite allo Stato di Israele.
Fuori concorso, poiché troppo “preparate” in questo gioco di sovvenzione al terrorismo, abbiamo le nostre carissime Greta Thunberg e Francesca Albanese, le più abbracciate da miliziano di Hamas!
Che dire?
Ah sì, che sarebbero utili le sue dimissioni dalla carica che riveste per conto delle Nazioni Unite, visto che non risulta in grado di onorarla in nessun modo.
Franceschina deve lasciare il suo incarico di relatrice all’ONU, l’imparzialità e la neutralità, non sono negoziabili quando si parla di terrorismo internazionale.
Chi difende Hamas è chi difende i nuovi “partigiani” di Gaza, 1.200 vittime e oltre 2.200 ostaggi sono conseguenze della guerra, ops, della “resistenza” (così la chiamano gli intellettuali), proprio come i 30.000 innocenti trucidati nel “Triangolo della morte” (o Triangolo rosso), originariamente riferito al triangolo di territorio compreso tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi e ancora la zona del modenese corrispondente al triangolo compreso fra Castelfranco Emilia e due sue frazioni, Piumazzo e Manzolino.
(In seguito, l'espressione è stata ripresa per indicare aree di volta in volta più ampie sia dentro che fuori dalla regione ma con epicentro l'Emilia, ad esempio il triangolo Bologna-Reggio Emilia-Ferrara: questa è l'area indicata già nel 1992 con l'espressione "Triangolo della morte" nel saggio dei Pisanò)
Resistenza o sterminio?
Quando il bersaglio non è un obiettivo militare ma civili inermi, non è resistenza. È sterminio!
Resistenza o eccidi?
Se l’azione è pensata per seminare terrore, massacrare famiglie, rapire bambini e anziani, non è lotta. È eccidio organizzato.
Resistenza oppure olocausto?
Quando la violenza diventa sistematica, ideologica, disumanizzante, e trasforma l’altro in un corpo da cancellare, allora smette di essere resistenza. Diventa olocausto, anche se cambia bandiera, lingua o religione.
La parola “resistenza” nobilita.
Per questo viene abusata.
Serve a coprire ciò che non reggerebbe alla luce: la scelta deliberata di uccidere chi non combatte.
La verità è semplice e feroce: la resistenza colpisce il potere, non i corpi indifesi.
Tutto il resto è terrorismo travestito da causa giusta.
E attenzione: dirlo non assolve nessuno dall’altra parte.
Chi bombarda, affama, rade al suolo e punisce collettivamente compie crimini di guerra.
Punto.
Ma un crimine non trasforma l’altro in giustizia.
Il futuro, se mai ci sarà, passa da una parola che nessuno vuole pronunciare: responsabilità.
Senza aggettivi.
Senza bandiere.
Senza alibi.
Hermann Göring non disse molto alla fine; si suicidò la notte prima della sua esecuzione prevista a Norimberga, ingerendo cianuro, e morì il 15 ottobre 1946, un giorno prima che la sentenza di morte venisse eseguita su altri criminali di guerra, negando così l'esito del processo.
Il processo di Norimberga durò 218 giorni di udienze effettive, Hermann Göring, seppur sopraffatto dalle droghe tenne testa a Sir David Maxwell Fyfe, Douglas McGlashan Kelley, Nikita Novikov, Lord Geoffrey Lawrence, Robert H. Jackson, Hartley Shawcross , François de Menthon, Roman Rudenko e Henri Donnedieu de Vabres, diciamo la verità, per chi ha visto tutto il processo (non il film), probabilmente Göring era il più intelligente e preparato nella stanza.
Göring era un arrogante, superbo, altezzoso e presuntuoso ma molto, molto intelligente.
Un gran pezzo di merda, insomma...
Alla chiusura del processo di Norimberga, Hermann Göring, dopo aver confermato che avrebbe seguito Adolf Hitler anche dopo aver compreso della “Risoluzione Finale”, disse solo: “Heil Hitler!”
Chiudiamo l’articolo con una chicca, a noi non sfugge nulla.
La domanda è inevitabile: Perché il procuratore di Genova e il procuratore nazionale antimafia hanno sentito il bisogno di precisare che il caso Hannoun non cancella i crimini commessi da Israele?
È una precisazione che nessuno aveva chiesto e che nulla aggiunge al quadro giudiziario.
Non serve a chiarire le accuse, non incide sugli elementi probatori, non tutela il diritto di difesa.
Serve solo a collocare politicamente un’inchiesta che, per sua natura, dovrebbe restare ancorata ai fatti e alle responsabilità individuali.
E i reati contestati, stando ai capi d’accusa, sono gravissimi.
In altre parole: perché un ufficio requirente sente il dovere di bilanciare un’indagine per terrorismo con una dichiarazione di politica internazionale?
Viene da pensare che, se fosse stato possibile, si sarebbe fatto volentieri a meno di offrire un assist preventivo all’attuale governo, quasi a “neutralizzare” in anticipo ogni lettura “sbilanciata” del procedimento.
Una sorta di clausola di salvaguardia ideologica, più che giuridica.
Certo, a pensar male si fa peccato.
Ma qui il problema non è l’intenzione: è l’effetto.
Perché quando la magistratura sente il bisogno di spiegare da che parte non sta, significa che avverte la pressione del contesto politico e mediatico.
E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe far riflettere.
Il dato oggettivo è che Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia, appartiene ad Area, la corrente più marcatamente progressista dell’ANM.
Un’informazione pubblica, non un’accusa.
Ma anche le appartenenze culturali e associative, quando entrano nel linguaggio istituzionale, diventano rilevanti!
Il punto non è Israele.
Il punto non è Gaza.
Il punto è che un’inchiesta su presunti finanziamenti al terrorismo non dovrebbe mai aver bisogno di un controcanto politico per essere legittimata.
Quando la giustizia sente il bisogno di giustificarsi, smette di essere solo giustizia.
E comincia a somigliare a qualcos’altro.
È curioso come certe ingiustizie si consumino sempre e solo nei tribunali che proclamano che la legge è uguale per tutti.
Una formula solenne, ripetuta a voce alta, mentre colpisce forte… ma mai nella stessa direzione.
“La costituzione degli Stati Uniti, che non consente l’introduzione di leggi retroattive, non è una raccolta di parole soggette a libera interpretazione: è il fondamento della nostra giustizia. È cosa disgustosa che a Norimberga si sia venuto meno ai nostri principi costituzionali per punire un avversario sconfitto. (…) Un processo tenuto dai vincitori a carico dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il bisogno di vendetta.
E dove c’è vendetta non c’è giustizia”.
Questo disse John Fitzgerald Kennedy, il 35° Presidente degli Stati Uniti d’ America.
In sintesi, Kennedy disse una cosa semplice e devastante: che il processo di Norimberga, pur colpendo crimini reali, ha tradito i principi dello Stato di diritto perché costruito dai vincitori sui vinti, con leggi applicate retroattivamente, e quindi molto più vicino alla vendetta che alla giustizia.
E poi fu ammazzato …
Addormiteve con dieci gocce di Minias...
a cura di Mino e Fidi@s










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