“Coerenza, schiena dritta e altre amenità…”
- oposservatoriopoli
- 4 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
Daniela Santanchè non è mai stata un personaggio facile.
Non lo è oggi e non lo sarà domani.
Spigolosa, provocatoria, sempre sopra le righe tra tacchi alti e firme costose.
Un bersaglio perfetto per la sinistra, e non sempre difesa con convinzione nemmeno dentro il suo stesso campo politico.
Fin qui, nulla da discutere.
Ma poi ci sono i fatti, quelli veri.
Il 25 marzo 2026 ha lasciato il ruolo di ministro del Turismo dopo una richiesta esplicita della presidente del Consiglio.
È sotto processo a Milano per un’ipotesi di falso in bilancio legata a Visibilia.
Per la questione della cassa integrazione durante il Covid, invece, non c’è stato neppure un rinvio a giudizio.
Nessuna condanna, fedina penale pulita.
Ha resistito un giorno appena, poi ha scritto “obbedisco” e si è fatta da parte.
Terzo esponente del centrodestra a cadere in due giorni, insieme a Delmastro e Bartolozzi.
Nessuno dei tre con una sentenza definitiva.
Se questo è il criterio - un passo indietro in presenza di problemi giudiziari - allora deve valere per chiunque.
Senza eccezioni.
Ed è qui che la questione diventa interessante.
Chiara Appendino oggi siede in Parlamento.
Fino all’autunno 2025 era anche vicepresidente del Movimento 5 Stelle, ruolo lasciato per contrasti politici interni, non certo per vicende giudiziarie.
Eppure una condanna definitiva c’è.
Gennaio 2026: la Cassazione conferma. Un anno, cinque mesi e ventitré giorni per disastro e omicidio colposo, oltre a lesioni plurime.
Due vittime, oltre milleseicento feriti.
Piazza San Carlo, Torino, 2017.
Una tragedia legata, secondo i giudici, a gravi carenze organizzative.
Tre gradi di giudizio.
Non interpretazioni.
Nonostante questo, Appendino resta al suo posto.
Nessuna dimissione.
Nessuna pressione reale perché lo faccia.
Silenzio quasi totale.
Come se una condanna definitiva pesasse meno di un’indagine ancora aperta.
E non è tutto.
È anche vicepresidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, confermata nel 2024 quando la sua responsabilità era già stata resa irrevocabile.
Il tennis italiano vola, ma nessuno sembra farsi domande su chi siede ai vertici.
Andiamo avanti.
Mimmo Lucano, oggi europarlamentare, ha una condanna definitiva per falso: diciotto mesi.
Nel 2025 è stato dichiarato decaduto da sindaco di Riace per effetto della legge Severino.
Il consiglio comunale ha provato a opporsi, lui ha fatto ricorso, e nel frattempo resta dov’è.
A Bruxelles nessuno si pone il problema.
Per una parte della politica non è un condannato, ma un simbolo.
E i simboli, si sa, non si toccano.
Poi c’è il caso più clamoroso.
Ilaria Salis.
Arrestata a Budapest nel 2023 con accuse pesanti di aggressione.
Più di un anno in carcere.
Candidata alle europee, eletta.
L’elezione porta con sé l’immunità.
Il processo si blocca...
L’Ungheria chiede di poter procedere, ma il Parlamento europeo respinge: un voto di differenza, scrutinio segreto.
Il risultato?
Un seggio che diventa scudo.
Non per attività politica, ma per fatti precedenti.
Una protezione che, nei fatti, impedisce alla giustizia di fare il suo corso.
E infine Soumahoro.
Entrato in Parlamento con l’immagine simbolica degli stivali nel fango, vicino ai lavoratori sfruttati.
Poi emergono le vicende familiari: moglie e suocera ai domiciliari, accuse pesanti legate alla gestione delle cooperative per migranti.
Soldi destinati all’accoglienza finiti altrove: lusso, spese personali, beni non essenziali.
Lui sostiene di non sapere.
Di non aver visto.
Di non aver intuito nulla.
Nemmeno davanti a segnali evidenti.
La difesa pubblica è rimasta impressa: rivendicare un “diritto all’eleganza” mentre intorno emergeva un sistema che nulla aveva a che fare con la dignità delle persone che diceva di rappresentare.
E allora il punto diventa chiaro.
Non è una questione personale su Santanchè.
Non è il carattere, non è lo stile.
Il nodo è un altro: un sistema dove le regole cambiano a seconda di chi sei.
A destra si pretende il passo indietro anche senza condanne.
A sinistra si tollera tutto, anche dopo sentenze definitive.
Si grida allo scandalo per un’indagine.
Si ignora una responsabilità accertata.
Il doppio standard non è un’eccezione.
È diventato prassi.
E lo stesso schema si intravede altrove.
Anche dove dovrebbe esserci neutralità assoluta.
Magistrati che festeggiano pubblicamente l’esito di un referendum che li riguarda.
Giudici che diventano parte, arbitri che tifano.
E poi chiedono fiducia nella loro imparzialità.
Il cortocircuito è evidente.
Le dimissioni selettive non sono casuali.
Sono un meccanismo.
Una logica che colpisce alcuni e protegge altri.
In tutto questo resta una figura istituzionale che potrebbe ristabilire un minimo di equilibrio.
Basterebbe poco: una presa di posizione chiara!
Non una legge, non un intervento formale.
Solo una linea netta.
Perché o le sentenze valgono per tutti, oppure perdono valore.
E il principio di uguaglianza non può essere adattato al colore politico del momento.
È il caso che ve lo infilate bene in quelle cazzo di teste.
La gente si è stancata.
Pari diritti, pari doveri.
Per tutti.
Famo basta…
a cura di Mino e Fidias






Commenti