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Federico Umberto D’Amato: lo sbirro della CIA…

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  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Se andate su Wikipedia (e sappiamo che lo farete...), Federico Umberto D'Amato è nato a Marsiglia il 4 giugno 1919 e morto a Roma il 1º agosto 1996 e si legge che è stato un poliziotto, agente segreto e gastronomo italiano, dirigente generale di pubblica sicurezza, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'interno dal 1971 al 1974.

 

Quindi Federico Umberto D’Amato è una figura che emerge in modo controverso nella storia italiana del secondo dopoguerra, spesso associata a dinamiche opache tra sicurezza dello Stato, intelligence e poteri informali.


Controverso perché come agente segreto e gastronomo italiano ha fatto e servito dei “piattini” al popolo e allo Stato niente male...

 

Ma, scriviamolo meglio, leggiamo quello che in pochi sanno…

 

Nato a Marsiglia da padre napoletano, Federico – questore di Pubblica Sicurezza – e da madre piemontese, Cristina Godio, figlia di un muratore socialista, Federico Umberto D’Amato trascorse la giovinezza tra Parigi, Taranto e Roma, muovendosi fin da subito in contesti sociali e culturali molto diversi tra loro.

 

Molto.

 

Entrato in polizia durante la Seconda guerra mondiale, iniziò la sua carriera come giovane vicecommissario di Pubblica Sicurezza a Roma.

 

Dopo l’8 settembre 1943, in un momento di totale disgregazione dello Stato italiano, risulta abbia operato anche come agente al servizio degli Alleati, lavorando sotto la supervisione di James Angleton*, figura di primo piano dell’intelligence statunitense legata all’OSS (Office of Strategic Services).

 

(*James Jesus Angleton, noto anche con il soprannome The Kingfisher, in italiano Il martin pescatore…)

 

Quindi ha lavorato per la CIA.

 

Tra il 1943 e il 1945 avrebbe preso parte ad attività di controspionaggio, in un contesto in cui i confini tra collaborazione, opportunità e ambiguità operative risultavano spesso difficili da distinguere.

 

Con la fine della guerra, nel 1945, venne assegnato all’ufficio politico della Questura di Roma, un settore particolarmente delicato perché incaricato di ‘monitorare’ movimenti politici e sociali in una fase di ricostruzione istituzionale ma anche di crescente tensione ideologica.

 

Negli anni Cinquanta ne divenne dirigente, consolidando una posizione di rilievo all’interno degli apparati di sicurezza.

(Quali?)

 

Successivamente fu nominato sovrintendente alla Segreteria speciale Patto Atlantico, struttura chiave nei rapporti tra Italia, NATO e Stati Uniti, un incarico strategico che lo collocava in una rete internazionale di intelligence e cooperazione politico-militare, ma che proprio per questo ha alimentato, nel tempo, interrogativi sulla natura reale delle sue funzioni e sull’autonomia delle sue scelte.

 

Nel 1957, infine, fu trasferito alla Questura di Firenze dal ministro dell’interno Fernando Tambroni.

 

Un passaggio che, letto a posteriori, appare come una tappa formale di carriera, ma che alcuni hanno interpretato anche come parte di dinamiche interne più complesse, difficili da ricostruire con chiarezza.

 

Nel complesso, il percorso di D’Amato si inserisce in una fase storica in cui apparati statali, intelligence internazionale e interessi politici si sovrapponevano frequentemente.

 

Proprio per questo, il suo operato continua a suscitare interrogativi, più che offrire certezze, la sua biografia lascia aperti dubbi su quanto le sue attività rispondessero esclusivamente a logiche istituzionali e quanto, invece, a equilibri meno trasparenti.

Un profilo ambiguo.

 

Federico Umberto D'Amato fu un funzionario di polizia italiano, noto soprattutto per il suo ruolo nell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.

 

Questo ufficio, attivo durante gli anni più tesi della Guerra Fredda, si occupava di sicurezza interna, intelligence e controllo dei movimenti politici ritenuti pericolosi.

(L’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno non esiste più come struttura autonoma: è stato sciolto nel 1974, dopo gli scandali legati al suo operato negli anni della strategia della tensione.)

 

Oggi, per “natura”, le sue funzioni sono state assorbite e ridefinite dentro organismi ufficiali e regolati dell’intelligence e della sicurezza dello Stato.

In pratica, quello che faceva (raccolta informazioni sensibili, attività informativa interna, prevenzione) è stato redistribuito in modo più trasparente e normato.

 

Un inciso.

L’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno può essere considerato un antenato “di fatto” di alcune strutture moderne, ma non un padre diretto e lineare.

UCIGOS: qui il legame è più forte!

L’UCIGOS nasce proprio nel 1974, subito dopo lo scioglimento dell’Ufficio Affari Riservati.

Tradotto?

beh, stesso momento storico, stessa esigenza (controllo terrorismo e sovversione interna)

ma con una struttura più formalizzata e meno “ombra”.

Quindi sì, l’UCIGOS è il vero erede operativo, da cui poi derivano la DIGOS (a livello territoriale) e le strutture antiterrorismo moderne mentre con la DCPP il legame è forse più indiretto, la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione (DCPP), infatti, è la struttura che coordina proprio DIGOS e prevenzione...

 

Bene.

Nel corso della sua carriera, D’Amato acquisì una reputazione ambivalente, da un lato servitore dello Stato impegnato nella lotta contro il terrorismo e l’instabilità politica; dall’altro, figura circondata da sospetti e accuse legate a rapporti con ambienti opachi e strutture parallele.

 

I legami con i servizi e le zone d’ombra.

Diversi osservatori e inchieste giornalistiche hanno suggerito che D’Amato fosse in contatto non solo con i servizi ufficiali italiani, ma anche con reti informali di potere.

In particolare, il suo nome è stato talvolta accostato a contesti come quello della cosiddetta “strategia della tensione”, un periodo segnato da attentati, depistaggi e conflitti ideologici estremi.

Secondo alcune ricostruzioni, D’Amato avrebbe avuto un ruolo nel gestire informazioni sensibili, mantenendo relazioni con ambienti dell’estrema destra e con settori dei servizi segreti, sia italiani sia internazionali. Tuttavia, molte di queste accuse non hanno mai trovato una conferma definitiva in sede giudiziaria.

 

Tra accuse e mancanza di prove definitive.

Definire D’Amato semplicemente come “delinquente di Stato” è una semplificazione che non riflette pienamente la complessità storica della sua figura.

È più corretto dire che fu un protagonista controverso di un’epoca segnata da forti tensioni politiche, in cui i confini tra legalità, “ragion di Stato” e attività clandestine erano spesso sfumati.

Le indagini e i processi legati agli anni di piombo non hanno mai stabilito in modo univoco responsabilità penali dirette a suo carico per attività criminali. Tuttavia, il suo nome continua a emergere in molte ricostruzioni storiche come simbolo di quella “zona grigia” in cui operavano funzionari, informatori e apparati paralleli.

 

Un simbolo della storia nascosta italiana.

Oggi, Federico Umberto D'Amato resta una figura emblematica per chi studia i rapporti tra Stato e poteri occulti in Italia.

Il suo caso rappresenta bene le difficoltà nel ricostruire la verità su un periodo in cui segreto, politica e sicurezza si intrecciavano in modo complesso.

Più che una figura definibile in termini netti, D’Amato appare come un prodotto del suo tempo, un uomo inserito in meccanismi di potere difficili da decifrare, ancora oggi oggetto di dibattito tra storici, giornalisti e opinione pubblica.

Ragion di Stato.

Quante volte l’avete sentita dire?

Ma sapete cosa significa?

La Ragion di Stato è una teoria politica (diffusa tra il XVI e il XVIII secolo) che giustifica azioni governative contrarie alle leggi morali o giuridiche, pur di preservare, aumentare o difendere la sicurezza e la stabilità dello Stato.

Il concetto, legato a Machiavelli, implica che l'interesse pubblico supremo prevalga sulle norme comuni, talvolta giustificando azioni segrete.

Ripetiamo: GIUSTIFICA AZIONI GOVERNATIVE CONTRARIE ALLE LEGGI MORALI O GIURIDICHE.

Si avete letto bene, azioni segrete di Stato che giustificano azioni governative contrarie alle leggi morali o giuridiche, in sintesi, in parole povere, possono fare quel cazzo che vogliono, bombe, assassini, attentati, terrissimo a fin di ragion di Stato, a fon di bene.

 

Altro che il fine giustifica i mezzi, roba da oratorio.

 

Quello che descriviamo rientra in ciò che storici e giornalisti spesso chiamano la “zona grigia dello Stato” o i “servizi deviati”, settori dei servizi segreti o apparati di sicurezza che operano al di fuori della trasparenza e, spesso, anche della legge, giustificando le proprie azioni come “necessarie” per la sicurezza nazionale o per interessi di Stato.

 

Interessi di Stato…

 

Nel contesto italiano del dopoguerra e degli anni di piombo, figure come Federico Umberto D'Amato diventano emblematiche di questo fenomeno: uomini dello Stato con accesso a informazioni segrete e reti di potere, che potevano – almeno in teoria – autorizzare o coprire operazioni illegali, dai depistaggi agli attentati, fino a eliminazioni mirate di soggetti considerati “scomodi” per la sicurezza nazionale o per equilibri politici delicati.

 

In pratica, in certe circostanze la distinzione tra legalità, moralità e ragion di Stato diventava labile: azioni che normalmente sarebbero considerate crimini (assassini, attentati, sabotaggi) potevano essere giustificate come “necessarie per il bene dello Stato”.

 

Questo è il motivo per cui molti giornalisti investigativi, come Mino Pecorelli, che indagavano su queste reti, finivano spesso nel mirino.

Tanto che la sera del 20 marzo del 1979 sono bastati 4 colpi di pistola sparatigli in faccia per fargli capire a Mino che forse stava per scrivere ciò che nessuno doveva leggere…

 

D’Amato non esce sui libri di gastronomia…

Il suo nome emerge inevitabilmente parlando dell’omicidio di Mino Pecorelli, giornalista che scavava troppo a fondo nei segreti dei potenti.

D’Amato aveva accesso a informazioni delicate e a uomini pronti a muoversi nell’ombra.

Non ci sono prove, non è lui che ha premuto il grilletto ma la sua posizione lo colloca al centro di operazioni che andavano oltre le regole, il diritto e la coscienza.

In Italia, certe figure potevano davvero fare quel che cazzo volevano, lo Stato come copertura, la legge come semplice formalità, e il potere occulto come unica bussola.

D’Amato rappresenta questa capacità dello Stato di muoversi nell’ombra, tra intelligence, servizi deviati e omicidi politici, dove il confine tra ordine pubblico e crimine scompare.

 

E poi la CIA, sempre in mezzo la CIA.

 

In Italia la CIA è sempre “più in mezzo” della Digos e del Mossad.

Gli piace proprio l’Italia, gli piace davvero muoversi tra i corridoi del potere italiano alla CIA.

Nei corridoi dell’Ufficio Affari Riservati e nella Segreteria speciale del Patto Atlantico (= CIA), muoveva uomini, informazioni e decisioni come fosse il centro di un sistema invisibile.

Chi indagava troppo, come Mino Pecorelli, rischiava di incrociare la sua rete, dossier sparivano, piste venivano chiuse, testimoni dimenticati.

E la CIA era lì, dietro le quinte, coordinata ma mai visibile, pronta a coprire operazioni che ufficialmente non esistevano.

Bombe, depistaggi, omicidi politici: tutto poteva essere tollerato se giustificato come “ragion di Stato”.

In Italia, D’Amato e pochi altri potevano agire praticamente senza controllo, la legge era uno strumento, non un limite.

Quasi come Gelli ma con meno potere economico, più operativo.

Basta girarci intorno.

Ora ve la raccontiamo come va raccontata!

Federico Umberto D'Amato è il filo nero che attraversa decenni di misteri italiani, altro che Gelli, altro che Pazienza.

 

Polizia, servizi deviati, intelligence americana, James Jesus Angleton…

Dietro la facciata istituzionale si muoveva una rete invisibile, dove la CIA, mai lontana, coordinava movimenti, copriva operazioni e osservava l’Italia come un laboratorio di influenza.

Qui l’ordine pubblico e il crimine politico diventavano la stessa cosa.

Gli anni di piombo, la strategia della tensione, gli omicidi di Aldo Moro e Mino Pecorelli non sono eventi isolati, sono tasselli di un mosaico più grande, dove bombe, depistaggi e assassinii servivano a proteggere segreti troppo ingombranti per la legge.

D’Amato conosceva dossier e connessioni, muoveva informazioni, chiudeva piste, mentre chi scavava troppo a fondo – giornalisti, magistrati, politici – finiva nel mirino.

E poi ci sono gli scandali vaticani, finanze opache, intrecci tra alti prelati e poteri economici, coperture e silenzi orchestrati.

Tutto passa attraverso le stesse mani, le stesse connessioni.

 

D’Amato, i servizi deviati, la CIA, la strategia della tensione, un’unica macchina invisibile che decideva chi poteva vivere, chi doveva tacere e chi sparire.

L’Italia reale, quella del dopoguerra, quella che non appare nei libri di storia, era e resta un territorio dove il confine tra Stato e crimine politico è dissolto, e dove i segreti valgono più della vita delle persone.

Eccolo un ritratto “full rouge”, condensato e diretto, che mette in fila i principali attori della Prima Repubblica italiana e li lega in un unico filo oscuro tra servizi americani e massoneria britannica.

 

Nel grande mosaico dei misteri italiani della Prima Repubblica, i nomi si intrecciano come fili di un’unica rete invisibile, Licio Gelli, Gran Maestro della P2, architetto di connessioni tra politica, economia e servizi deviati; Vincenzo Pazienza, legato a dossier riservati e operazioni politiche oscure; Federico Umberto D’Amato, polizia e intelligence, nodo centrale tra servizi deviati italiani e CIA; Aldo Moro, politico scomodo che conosceva troppo; Roberto Calvi, il “banchiere di Dio”, tra scandali finanziari e misteri vaticani; Michele Sindona, maestro di finanza nera e intrecci internazionali; Paul Marcinkus, arcivescovo americano e uomo chiave dello IOR; Ortolani, mediatore occulto tra Stato e affari; Flavio Carboni, uomini dello Stato più o meno “iscritti” e a contatto con trame oscure; Calò, contatti con mafia e politica; Tommaso Buscetta, testimone dei legami tra mafia e apparati; Abbruciati, Rosone e figure minori ma centrali nella rete del controllo; un Kennedy (David Matthew Kennedy) simbolo della politica americana e della CIA (che ebbe contatti con figure chiave del crack Ambrosiano come Michele Sindona, il banchiere che introdusse Calvi nel giro del Vaticano e della P2 e l'arcivescovo Paul Marcinkus, allora presidente dello IOR…); Don Pasquale Macchi, segretario personale di Giovanni Paolo II, collante tra Vaticano e apparati segreti.


Tutti questi nomi, e molti altri ancora, si trovano al crocevia di una rete che lega servizi americani, intelligence britannica, massoneria e settori deviati dello Stato italiano.

Bombe, omicidi politici, scandali finanziari, coperture vaticane e depistaggi: tutto funziona come un’unica macchina invisibile.


La CIA e la massoneria inglese osservano e coordinano, i servizi deviati italiani eseguono, e figure come D’Amato e Gelli garantiscono che nulla sfugga al controllo.


È un sistema dove le regole legali e morali diventano superflue, e dove il potere reale si esercita nell’ombra, decifrando dossier, orientando elezioni, coprendo scandali e decidendo chi deve vivere, chi tacere e chi sparire.


Pecorelli doveva morire.


Punto.


E prima o poi …capiremo perché…


Nel frattempo…


Addormiteve…


a cura di Fidias e Mino


Federico Umberto D'Amato, poliziotto, agente segreto e gastronomo italiano...e sbirro della CIA!
Federico Umberto D'Amato, poliziotto, agente segreto e gastronomo italiano...e sbirro della CIA!

 
 
 

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