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REPORT: LA "MITICA" PISTA NERA...

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  • Tempo di lettura: 6 min

Quando il rischio è noto, ma si finge di non vederlo, può accadere l'imprevedibile...


La pista nera non è un incidente.

 

È una scelta.

 

Nel linguaggio della montagna indica il massimo grado di difficoltà, un tracciato riservato a sciatori esperti, segnalato, classificato, noto.

 

Chi ci entra sa, o dovrebbe sapere, a cosa va incontro.

 

Ed è proprio qui il punto, il rischio dichiarato non elimina la responsabilità di chi gestisce.

 

E ancora una volta Report torna a battere una pista nera già battuta, una pista logora e mai dimostrata, riesumando addirittura Delle Chiaie attraverso un audio del 2007.

 

Un frammento, un interrogatorio, una suggestione.

 

E poco altro.

 

Parliamo del dimenticato.

 

Dell’oblio.

 

Nel niente che diventa notizia.

 

Nel servizio, Donadio interroga Lo Cicero.

 

Il problema, però, è evidente e imbarazzante, si tratta di un pentito che della strage non sapeva nulla.

 

Nulla di diretto, nulla di verificabile, nulla che possa reggere il peso di una ricostruzione seria.

 

Eppure le domande sono lì, suggestive, orientate, costruite per accompagnare lo spettatore verso una conclusione già scritta.

 

Ma è possibile?

 

Si, perché non è informazione, è regia narrativa.

 

Un audio del 2007 viene presentato come se fosse una rivelazione, quando in realtà è l’ennesimo tentativo di tenere in vita una pista che non ha mai superato il vaglio della prova.

 

Si confonde il dubbio con l’indizio, l’ipotesi con il fatto, la suggestione con la verità storica.

 

E dai...porca troia...

 

Il risultato è sempre lo stesso, si riaccende il rumore, si oscura la chiarezza, si spaccia per inchiesta ciò che è riciclaggio di materiale vecchio, già valutato e già rivelatosi inconsistente.

 

Le stragi di mafia non hanno bisogno di piste nere mediatiche.

 

Hanno bisogno di rigore, di documenti, di fatti.

 

Non di pentiti che parlano per sentito dire, né di domande che insinuano ciò che non possono dimostrare.

 

Ma chi controlla le domande?

 

Chi, gestisce certe trasmissioni.

 

Chi le dirotta?

 

A chi giova tutto questo?


A chi cazzo giova tutto ciò?

 

Di certo non alla verità, né alla ricostruzione storica di ciò che è realmente accaduto.

Serve solo a tenere in vita un format stanco, che ha bisogno del mistero perché la realtà, da sola, non basta più.

 

La verità è che la cosiddetta pista nera su Capaci non esiste.

 

Non nei fatti, non negli atti, non nelle sentenze.

 

Esiste solo come costruzione televisiva, gonfiata a forza fino a sembrare una rivelazione.

 

Un vuoto assoluto trasformato in narrazione, un nulla cosmico spacciato per verità alternativa.

 

Un’operazione che Report padroneggia con consumata abilità.

 

Si prende l’assenza di prove e la si riveste di sospetti.

 

Si rimescolano vecchie suggestioni, si rispolverano nomi già scartati, si insinua senza dimostrare.

 

E il gioco è fatto, il dubbio diventa contenuto, l’insinuazione diventa informazione.

 

Ma il peggio deve ancora arrivare.

 

Nel prossimo capitolo di questo romanzo dell’irreale, entra in scena la presunta telefonata di Bruno Contrada del 1992, quella in cui avrebbe ordinato di “non indagare” sulla pista nera.

 

Bruno Contrada.

 

Una telefonata evocata, mai prodotta.

 

Raccontata, mai documentata.

 

Ripetuta, mai verificata.

 

Domanda semplice, brutale, inevitabile, chi l’ha tirata fuori?

 

Continuare a farlo non è coraggio giornalistico.

 

È accanimento narrativo.

 

Ed è l’ennesima illusione venduta come verità.

 

Ma com’è possibile tutto questo?

 

Perché continuare a costruire interi impianti narrativi su voci, racconti di seconda mano e memorie posticce non è giornalismo d’inchiesta.

 

È mitologia televisiva.

 

E le stragi, quelle vere, meritano molto di più di questo.

 

Ma cosa significa davvero quell’audio?

 

Che abbiamo una pista?

 

No, significa che Report ha costruito un servizio su un materiale che non vale nulla sul piano giudiziario e che non ha mai prodotto alcuna indagine, perché non prova nulla.

 

Un colloquio “investigativo” del 2007, irrituale, privo di garanzie, mai confluito in un atto formale.

 

Tanto che lo stesso magistrato che lo conduceva non lo ha mai usato per chiedere approfondimenti, sequestri o imputazioni.

 

E questo basterebbe già a chiudere la questione.

 

Ma c’è di più.

 

Il metodo, suggerire per ottenere risposte è un classico.

 

Dall’audio emerge un metodo preciso, domande che anticipano le risposte, scenari proposti dall’interrogante, dettagli che non nascono spontaneamente ma vengono introdotti a forza.

 

Non è l’indagato che racconta, è l’interrogatore che costruisce il racconto.

 

La testimone Maria Romeo, oggi sotto processo per falsa testimonianza, cambia versione più volte.

 

Lo Cicero non conferma i passaggi chiave che altrove gli vengono attribuiti.

 

Eppure da questo materiale si pretende di ricavare una “pista”.

 

Non è inchiesta.

 

È suggestione guidata.

 

Un copione già visto

 

Questo metodo non è un’eccezione.

 

È una prassi già contestata.

 

Lo stesso magistrato è stato segnalato al CSM da due procure siciliane per colloqui analoghi, in altri contesti, con altri nomi, con tesi tra loro contraddittorie.

 

Prima la “pista nera”, poi “faccia da mostro”.

 

Tutto e il contrario di tutto.

 

Il caso del pentito Lo Giudice è emblematico, domande talmente orientate da portare il dichiarante a contraddirsi nel giro di pochi secondi, cambiando luoghi, vittime, fatti, perfino nomi, seguendo il flusso delle domande.

 

Non memoria ma eco.

 

Non verità ma ripetizione suggerita.

 

Il punto politico e giornalistico è che dare spazio a questo materiale significa legittimare un metodo pericoloso, quello in cui il sospetto diventa prova,

 

la suggestione diventa fatto, e l’audio grezzo diventa verità televisiva.

 

È una porcheria perché non chiarisce nulla; confonde tutto; sporca la memoria delle stragi e, soprattutto, inganna il pubblico.

 

Chi fa informazione dovrebbe smontare questi meccanismi, non amplificarli.

 

Perché così non si cerca la verità, la si fabbrica.

 

Non solo Capaci.

 

La stessa tesi, già smentita pubblicamente dal capo procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca davanti alla Commissione Antimafia, sostiene che Paolo Borsellino sarebbe stato ucciso perché, incontrando Lo Cicero, stava per arrivare alla cosiddetta pista nera.

 

Una ricostruzione priva di qualsiasi appiglio reale.

 

Una fantasia che tocca fantasie mai raggiunte prima, però fa clamore.

 

Però fa rumore.

 

Però anima l’antifascismo dilagante.

 

Però punta il dito contro il Governo.

 

Insomma, ne fa di rumore …

 

Ma niente riscontri.

 

Nessun atto giudiziario.

 

Nessuna nota investigativa.

 

Nessuna memoria, testimonianza o appunto di colleghi di Borsellino che confermi anche solo lontanamente questa ipotesi.

 

Niente.

 

Nulla.

 

Zero.

 

Un cazzo.

 

Eppure la si continua a riproporre, come se ripetere una menzogna abbastanza a lungo potesse trasformarla in verità.

 

È lo stesso meccanismo delle fake storiche: si costruisce un racconto, lo si alimenta con suggestioni, e poi lo si spaccia per “pista alternativa”.

 

Il rischio, oggi come trent’anni fa, è sempre lo stesso, nutrire confusione, non conoscenza.

 

Sovrapporre romanzi alle indagini.

 

Sostituire i fatti con le narrazioni.

 

La cosiddetta “pista nera” sulla strage di Capaci non ha alcun fondamento.

 

Non uno.

 

Non perché non si siano trovate prove o connessioni ma solo perché non ce ne sono.

 

È tutto qui.

 

È come voler riscrivere un omicidio basandosi su chi “ha sentito dire”, su chi cambia racconto a seconda delle domande, su chi viene guidato passo dopo passo verso una conclusione già decisa.

 

Non è inchiesta, è sceneggiatura.

 

E questo non è giusto, significa mentire.

 

Immaginate se questo metodo fosse applicato a qualsiasi altro fatto storico, basterebbe un testimone fragile, un audio ambiguo e un paio di domande orientate per ribaltare sentenze, processi, verità acquisite.

 

Sarebbe il caos.

 

Sarebbe la fine di qualsiasi criterio di prova.

 

Ma le stragi non sono un format televisivo.

 

Falcone e Borsellino non sono personaggi di una serie.

 

E non si può continuare a violentare la storia con piste che non esistono, solo per riempire il vuoto con il nulla.

 

Solo per fare rumore.

 

Solo per tornare sul podio.

 

Questa pista non è debole, è inesistente.

 

E continuare a sostenerla non è coraggio, è irresponsabilità.

 

D’altronde però, quando si ha dalla propria parte un sistema che ci tutela, che ci protegge, che ci mette sotto l’ala protettiva, beh, possiamo dire ciò che vogliamo.

 

Quando siamo protetti e ci sentiamo protetti, beh, possiamo raccontare quello che vogliamo, nessuno ci ferma.

 

Se abbiamo dalla nostra le sentenze che ribaltano ogni concetto di logicità perché fermarci?

 

In fondo la TV è spettacolo e lo spettacolo deve andare avanti.

 

“The Show Must Go On”...

 

Ma, in campana...il mondo prima o poi tornerà dritto...e di questi spettacoli se ne farà volentieri a meno...

 

Addormiteve con Report...



a cura di Mino e Fidi@s


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