OMICIDIO PECORELLI: ennesimo colpo di scena...ma...
- oposservatoriopoli
- 4 dic 2025
- Tempo di lettura: 6 min
“Sono passati decenni, e l’arma che ha ucciso Mino Pecorelli - secondo quanto emerge dalle ultime indagini di Raffaella Fanelli - giace nascosta in un tribunale.
Più precisamente nell'ufficio reperti del Tribunale di Milano.
Ma prima era quello di Monza.
Da dove la pistola era sparita.
Senza che si sapesse perché.
Ma non è tutto.
Perchè questa pistola ha fatto anche un giro a Roma, negli uffici dell'Ucigos per fare delle comparazioni.
Ma anche di questo non si trova più traccia.
Non è solo un caso di sciatteria: è un monumento vero e proprio all’impunità.
Quando una Procura non riesce a ricostruire, o non vuole, neanche l’identità di chi ha premuto il grilletto, avendo l'arma, siamo davanti ad una colpa, non ad una dimenticanza.
Si chiama complicità.
"Mannaggiallaputtana"...direbbe Chicco...
La giornalista Fanelli, nel suo articolo, pone delle domande.
Noi ne facciamo altre.
Se davvero la pistola usata per uccidere Pecorelli è dentro un tribunale (Monza, Roma, Milano...poco importa...), così come emerso da accertamenti, perché nessuno l’ha estratta, repertata e analizzata fino ad oggi?
Come è possibile che, in tutti questi anni, non si sia mai fatta una perizia balistica definitiva confrontando quella pistola con i bossoli dell’omicidio?
Perché, nonostante una dichiarazione, decisiva ai fini dell'indagine, di un ex terrorista Vincenzo Vinciguerra (nel 1992) che indicava un custode dell’arma, la magistratura non ha tratto alcuna conseguenza significativa?
Senza nemmeno peritarsi di ascoltare lo stesso?
Se l’archiviazione del caso (prima nel 1991, poi definitivamente nel 2003) ha riconsegnato la libertà a chi era indagato, com’è possibile che un’arma potenzialmente determinante sia rimasta letteralmente alla polvere?
Visti i molteplici possibili mandanti - mafia, servizi segreti, terrorismo, Loggia P2, Stato - non era dovere della procura scegliere almeno una pista e verificarla fino in fondo, anziché lasciare tutto in sospeso?
Se la ragione dell’omicidio risiedeva nelle rivelazioni scottanti che Pecorelli minacciava di fare, perché non sono mai emersi interessi reali ad approfondire quelle minacce?
In presenza di nuove piste e nuovi elementi (tra cui il sequestro armi del 1995 a Monza ad una persona sospetta), come si giustifica l’apparente inerzia della magistratura?
Se dopo decenni una scrittrice-inchiestista come Raffaella Fanelli scopre elementi tali da chiedere la riapertura, non vuol dire che qualcuno ha voluto "volutamente" insabbiare tutto finora?
Se si, allora chi è stato?
Perché, nonostante l’evidente gravità politica e criminale dell’omicidio di un giornalista impegnato in inchieste su mafia, P2, servizi segreti e scandali politici, lo Stato non ha mai ritenuto di mobilitare “mezzi straordinari” per trovare la verità?
E oggi, quali garanzie ci sono che questa riapertura (avvenuta nel 2019) non resti l’ennesimo “colpo a vuoto”, destinato a finire fra faldoni impolverati, come le decine che l’hanno preceduta?
Infine, se non si riesce neppure a recuperare un’arma - oggetto materiale, concreto, repertabile - come si può seriamente sperare di accertare responsabilità morali o politiche?
Perché cazzo nessuno vuole indagare sul serio sulla morte di Mino Pecorelli?
Qualche risposta ce la siamo data...
Alcune altre...le aspettiamo...
Perché questo non è un cold case.
È una fossa comune di verità imbarazzanti.
Il problema non è che non ci siano piste.
Il problema è che tutte portano troppo in alto.
E sempre nello stesso punto...
Eccolo il problema.
Quando un omicidio coinvolge mafia, servizi segreti, stato, massoneria, politica, terrorismo nero e BR, non sei più in un’indagine penale: sei in una zona di guerra istituzionale.
E proprio lì, le Procure imparano un verbo che nei manuali giuridici non c’è: smettere.
Smettere di cercare.
Smettere di collegare.
Smettere di farsi domande.
Non perché non sappiano farlo.
Ma perché forse, sanno cosa succede se lo fanno davvero.
La verità è che…
Non hanno indagato sul serio perché la morte di Mino portava ai piani alti, non ai balordi…
Pecorelli non è stato ucciso da un rapinatore o da un esaltato.
È stato eliminato come si eliminano i testimoni scomodi.
E quando la pista risale le scale del potere, le inchieste si rompono.
Avrebbe fatto crollare troppe versioni ufficiali.
Una verità sporca distrugge archivi costruiti ad arte, sentenze comode, assoluzioni politiche e narrazioni televisive pulite.
E lo Stato italiano, da sempre, in odore di Prima Repubblica, ama una cosa più della verità: la stabilità dell’apparenza.
I nomi sono più pericolosi delle pistole.
L’arma la puoi consegnare a un perito.
Un nome lo devi scrivere su un atto.
E scriverlo significa scatenare vendette trasversali, azzoppare carriere, far saltare equilibri e toccare persone ancora vive e potenti.
Il problema non è l’arma.
Il problema è a chi apparteneva davvero.
Perché “riaprire” è un gesto mediatico, non investigativo.
Riaprire un fascicolo fa titoli.
Scendere davvero sotto la superficie fa danni.
È molto più sicuro fare una conferenza stampa, promettere “nuova luce” e non arrivare mai al giorno in cui devi accendere la lampada sul volto giusto...
Perché questa storia non è solo un delitto, è uno schema criminale.
Pecorelli non è una vittima isolata.
È un tassello di una strategia.
Si uccidevano giornalisti, magistrati, carabinieri, poliziotti e politici disallineati.
Ma indagare su Pecorelli davvero significa ammettere che in certi anni lo Stato non fu solo vittima ma anche strumento.
E questo in Italia è un tabù, più grande della mafia.
Perché l’apparato si protegge sempre.
Nessuna istituzione ama ammettere errori, confessare omissioni e riconoscere complicità.
Molto meglio dire: “Mancano elementi sufficienti.”
Che è il modo elegante per dire: “Sappiamo troppo per andare avanti.”
Perché c’è paura vera.
Non metaforica.
Non letteraria.
Paura fisica.
Paura di essere isolati, delegittimati, trasferiti, rallentati e lasciati soli.
In Italia chi insiste troppo spesso: diventa il problema.
Non chi ha sparato.
Perché la verità su Pecorelli non è archiviabile.
Non finisce in una sentenza.
Non entra in una riga di dispositivo.
È una verità che travolge reputazioni, riapre ferite e ridisegna storia nazionale.
Non la puoi “chiudere”.
Puoi solo seppellirla.
Perché conviene più il mistero della verità.
Il mistero non accusa, non condanna, non riscrive …
La verità sì.
E la verità su Pecorelli non è neutra: ha indirizzo, cognome, interessi.
Perché alla fine resta la frase più sporca di tutte...
Quella che nessuno dice, ma tutti pensano: “Lasciamo perdere. Certe cose è meglio non saperle.”
Che è la tomba definitiva della giustizia.
Mino Pecorelli non aspetta più giustizia.
Ha aspettato per più di quarant’anni, insieme a una lunga processione di nomi, giornalisti, magistrati, carabinieri e cittadini qualunque, che hanno creduto che lo Stato fosse una casa, non un labirinto.
E invece era un dedalo.
Anzi, una fossa comune.
E chi ha seguito il filo… spesso è finito impiccato ad esso.
Qui non siamo davanti a un “caso irrisolto”.
Siamo davanti a un caso risolto che non si può raccontare.
Si dice che non si sappia perché la verità non arriva.
È falso.
Lo si sa benissimo.
Non arriva perché non deve arrivare.
Perché la verità su Pecorelli oggi non aggiusterebbe nulla, anzi, come Capaci, via D’Amelio, Bologna e le grandi burle italiane spaccherebbe tutto.
Aprirebbe archivi che non si vogliono aprire, nomi che non si vogliono pronunciare, carriere che non si vogliono sporcare, istituzioni che non si vogliono svelare per quello che sono state davvero.
La giustizia non tarda.
Viene tenuta fuori.
E allora Pecorelli non è solo morto: è stato sequestrato dalla storia.
Imbavagliato nei faldoni, murato nei tribunali, dissolto nelle formule di rito.
E non è solo lui.
Aspettano con lui tutti quelli che non hanno avuto l’onore di un colpevole.
Tutti quelli che hanno avuto in cambio solo archiviazioni, silenzi e commemorazioni ipocrite.
Il perché non si sa.
Eppure si sa.
Si sa che qui la verità fa più paura del delitto.
Si sa che certe risposte non si cercano, si evitano.
Si sa che chi dovrebbe scavare, spesso guarda altrove.
Si sa che la legge arriva sempre…ma non ovunque.
E allora questa non è un’attesa.
È una condanna.
Una giustizia che non arriva non è lenta.
È complice.
Quindi colpevole...
Adesso sparate pure a noi...
Oppure sparpajateve...
Perchè noi non ci fermiamo...
a cura di Mino e Fidi@s










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