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OLTRE IL QUINTO POTERE...

  • oposservatoriopoli
  • 17 ore fa
  • Tempo di lettura: 11 min

(Nella rete giudiziaria italiana non esistono vincitori, solo sopravvissuti...)


Dov’eravamo rimasti?

Ah sì...allo scontro tra il Governo in carica e la Magistratura.

 

O meglio, nello specifico, tra le  toghe dell’Associazione Nazionale Magistrati ed il  Ministro della Giustizia che chiede dove arrivino i fondi per la campagna del no...

 

Se la stampa è definita “quinto potere” perché esercita un controllo sull’informazione e sulla politica senza essere formalmente istituzionale, la Magistratura è un potere molto più concreto e vincolante: è il potere giudiziario, uno dei tre pilastri dello Stato, insieme a quello legislativo e quello esecutivo.

 

Ma se vogliamo leggere tra le righe, la Magistratura non si limita a giudicare, spesso interpreta le regole, influenza la politica e può condizionare gli equilibri sociali.

 

In certe situazioni può comportarsi quasi come un “quasi-potere” extra-istituzionale, perché decide chi è perseguibile, cosa conta come reato e quali regole valgono davvero.

 

In breve, la stampa denuncia e influenza; la Magistratura decide e condiziona concretamente.

Se la stampa è il “quinto potere”, la magistratura può essere vista come il “potere che pesa”, quello che mette la parola fine.

 

Fine alla vita di chiunque.

 

E quando si parla di potere esecutivo... beh... viene facile pensare ad una esecuzione...

 

Vuoi giustizia in Italia?

 

Bene, sarai giustiziato...

 

Questo non è iperbole, è la realtà di chi si muove all’interno di un sistema in cui le gerarchie si rispettano ed i ruoli si consolidano.

Spesso a scapito di chi dovrebbe essere tutelato.

 

Shylock, l’Ebreo del Mercante di Venezia, lo sa bene.

 

La legge, nella sua freddezza, non guarda alla misericordia, pretende il “peso” della parola scritta e firmata, senza eccezioni.

 

E chi crede di poter trattare con essa come se fosse negoziabile, scopre presto che la giustizia italiana può essere spietata quanto precisa.

 

Non si tratta di accuse generiche.

 

Basta guardare ai casi recenti in cui figure politiche, imprenditoriali o giornalistiche si sono trovate a subire pressioni legali, indagini e processi che hanno cambiato la loro vita in un attimo.

 

Non è più solo una questione di diritto o torto, ma di chi detiene il potere e chi decide quando applicarlo.

 

In questo contesto, la Magistratura non è un arbitro neutrale, è un attore che può plasmare la realtà, talvolta a prescindere dai principi di equità.

 

E allora, cosa resta per il cittadino?

 

La percezione che ogni passo sia osservato, ogni scelta potenzialmente giudicabile, ed ogni errore non perdonato.

 

Il “potere che pesa” è silenzioso, invisibile ma onnipresente.

Si manifesta nei processi, nei sequestri di beni, nelle archiviazioni o nelle mancate indagini.

Ogni decisione sembra muoversi in una logica propria, distante dalle dinamiche democratiche.

 

La domanda è semplice, questa è giustizia o è controllo?

 

E soprattutto, in che misura il cittadino è davvero tutelato, quando chi giudica ha anche il potere di condizionare chi racconta e chi esegue?

 

La risposta, purtroppo, non è consolante.

 

Chi vuole vivere al di fuori di queste logiche scopre presto che in Italia il confine tra legge e condanna è sottilissimo.

 

Non possiamo più ignorare questa realtà.

 

Se il potere è una macchina, la Magistratura ne è uno degli ingranaggi più pesanti.

 

Non c’è diritto senza rischio, non c’è legge senza conseguenze.

 

E chi cerca di affermare la propria libertà, la propria voce, si trova spesso intrappolato in un meccanismo dove giustizia e punizione si confondono in un’unica parola: esecuzione.

 

Per chi legge, resta un monito, osservare, comprendere, denunciare, ma con la consapevolezza che in questo sistema il peso del giudizio non è mai simbolico.

 

La giustizia italiana non perdona leggerezze, non concede scorciatoie, e soprattutto non dimentica chi osa mettersi di traverso.

 

È il prezzo della libertà in un Paese dove il “potere che pesa” continua a decidere chi può vivere e chi no.

 

Questo è il vero potere dei magistrati.

 

Gli Efori.

 

Nessuno di loro paga, tranne tutti gli altri.

 

Ma che esempio diamo ai nostri figli?

 

-        "Papà, non so cosa fare da grande, mi piacerebbe fare l’astronauta, l’esploratore, il medico, l’avvocato, lo scienziato…"

 

-        "Amore di papà, dai retta a papà tuo, da grande fai il magistrato, potrai fare quello che vuoi e come lo vuoi, tanto se sbagli o meno, non pagherai mai per i tuoi errori…".

 

Bella la vita, eh?

 

La Magistratura è disciplinata nel Titolo V della Costituzione.


Nel primo comma dell’art. 101 la funzione è definita come giustizia; nel secondo comma dell’art. 101 -nella sua stesura iniziale- si faceva riferimento ai magistrati e non alla Magistratura, perché andava tutelata l’indipendenza dei singoli.

 

Per l’art. 102 sono i magistrati ordinari, “istituiti e regolati dalla norme sull’ordinamento giudiziario”, ad esercitare la funzione giurisdizionale.

 

Nell’art. 104 la Magistratura, composta dai magistrati ordinari, costituisce un “ordine”.

 

Per l’art.107, primo comma, i magistrati (quelli ordinari) sono inamovibili, mentre per l’ultimo comma il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite dall’ordinamento giudiziario.

 

Si prevede, poi che l’autorità giudiziaria disponga direttamente della forza pubblica ai sensi dell’art. 109.

 

Quindi non solo un potere “temporale”, ma anche quello di un esercito di Polizia Giudiziaria al “proprio” servizio e comando.

 

Ci ricorda un film di fantascienza che portò alla prima legge anti-hacker negli Stati Uniti. 

Ronald Reagan, infatti, vedendo "WarGames", film del 1983,  capì che bisognava contenere i rischi dei crimini informatici.

 

Che c’entra con la Magistratura?

 

Un giovane hacker in "WarGames" penetra in un computer militare e mette in moto un pericoloso gioco che rischia di causare la terza guerra mondiale.

 

Calza bene ma se vogliamo eccellere, allora dirottiamoci sul noto film Terminator.

 

Ricordate la trama?

 

Il sistema di difesa militare Skynet entrò in funzione il 4 agosto 1997, iniziò ad autoistruirsi imparando a ritmo esponenziale e diventò autocosciente alle 2:14 del giorno 29 agosto.

 

Prese dal panico le autorità gli ordineranno di disinserirsi ma Skynet si era già impossessato di tutti i missili nucleari, robot e computer del mondo ed agendo in autonomia, senza controllo, per il bene del paese, “per il Superiore interesse della Giustizia” diede vita ad una guerra nucleare.

 

Non vi suona nessun campanello?

 

Avete rotto il cazzo col perbenismo...


In Italia sono morte decine, centinaia, migliaia di persone “per” e “a causa” del “sistema giustizia” ed ancora ce lo neghiamo?

 

Chi entra nel sistema giudiziario italiano scopre presto che non è un terreno neutro, ma un campo minato.

 

Senza mappa.

 

O meglio, la mappa dele mine ce l’hanno in pochi.

 

Non vince chi ha ragione, ma chi resiste di più.

 

Il tempo diventa un’arma, il procedimento una pena anticipata, l’indagine una condanna sociale che prescinde dall’esito finale.

 

Anche quando arriva un’assoluzione, se arriva, spesso è solo un timbro su una vita già compromessa.

 

Il punto non è negare la necessità della Magistratura.

 

Senza giustizia, lo Stato collassa.

 

Il punto è un altro, più scomodo, chi controlla il controllore quando il potere smette di essere garanzia e diventa forza autonoma?

 

Voi vi fidate?

 

Noi, no…


Perché un potere che non risponde a nessuno, che si autolegittima e si autoassolve, prima o poi smette di essere servizio e diventa dominio.

 

La Magistratura italiana non è solo un potere dello Stato, è un ecosistema chiuso, attraversato da correnti, appartenenze, carriere, alleanze.

 

Quindi fallace, avariato e minato.

 

Le toghe non sono tutte uguali, ma fanno finta di esserlo.

 

Dietro la retorica dell’indipendenza si muove una politica parallela, più silenziosa e più efficace di quella elettiva.

 

Non chiede voti, ma obbedienza.

 

Non promette consenso, ma sopravvivenza.

 

Ed è qui che il cittadino smette di essere soggetto di diritto e diventa oggetto di procedura.

 

Un fascicolo.

 

Un nome su una copertina.

 

Un numero di ruolo.


Da quel momento in poi, la verità conta meno della versione processuale della verità.

 

L’innocenza non è uno stato naturale, ma qualcosa che va dimostrato, pagato, negoziato, spesso diluito negli anni fino a perdere significato.

 

La pena non è più la sentenza, è l’attesa.


È il sospetto permanente.

 

L’insulto costante.


È la gogna indiretta, alimentata da fughe(?) di notizie, titoli allusivi, mezze frasi che non assolvono mai davvero.

 

In questo schema, il potere esecutivo appare quasi come un dettaglio tecnico.

Firma, notifica, esegue.

 

Ma l’ordine morale è già stato impartito prima, nei corridoi, nelle decisioni che “non fanno notizia”, nei silenzi che contano più delle parole.

L’esecuzione, appunto, non è sempre fisica, è sociale, economica, psicologica.

 

Il paradosso è che tutto questo avviene in nome della legge.

 

Com’era?

 

Ah si, era “nel superiore interesse della Giustizia”, l’avete già sentita, no?


Una legge che non conosce misericordia, perché non è programmata per conoscerla.


Una legge che, quando diventa fine a sé stessa, smette di essere giustizia e si trasforma in meccanica del potere.

 

E allora la domanda vera non è “sei colpevole o innocente?”, ma un’altra, molto più brutale, sei abbastanza forte e ricco e potente da attraversare il sistema senza esserne distrutto?


Perché chi cade nella rete giudiziaria italiana, impara presto che non esistono vincitori, solo sopravvissuti.

 

Questo non è uno Stato di diritto fragile.

 

È uno Stato di diritto sbilanciato, dove un potere ha accumulato più peso degli altri senza che nessuno abbia avuto il coraggio - o la forza - di riequilibrare il sistema.


E finché questa asimmetria resterà intoccabile, la giustizia continuerà a essere percepita non come tutela, ma come minaccia latente.

 

Non serve abolire nulla.

 

Serve guardare in faccia la realtà.


Un potere che può decidere il destino delle persone, deve essere trasparente, responsabile e limitato.


Quando non lo è, non amministra giustizia, amministra paura.

 

E la paura, in uno Stato che si dice democratico, non dovrebbe mai essere uno strumento di governo.

 

Vi raccontiamo una storiella.

 

Fa ridere.

 

Ma solo finché non vi capita.

 

Scenario uno…

Nel vostro condominio, sul vostro pianerottolo, arriva un nuovo dirimpettaio.

È un funzionario della Polizia di Stato.

 

Per la favola va bene anche un carabiniere, un finanziere o un graduato qualsiasi: divisa, grado e tesserino assicurati.

Peccato che come essere umano sia un concentrato di arroganza, prepotenza e cafonaggine.

 

ll cane abbaia?

È colpa vostra.

 

Le feste le fa lui.

I rumori li fate voi.

 

Le regole del condominio valgono per tutti, tranne che per lui, perché lui “è dello Stato”.


Ogni discussione privata diventa improvvisamente pubblica.

 

Ogni diverbio si chiude con un sottinteso: “io so come funzionano le cose”.

 

Passano i mesi.

Vi sentite sotto pressione.

 

Ma siete gente normale, avete appena finito di pagare casa, vi fate coraggio, chiedete pareri legali, vi confrontate con amici e colleghi e fate quello che in uno Stato di diritto si fa: lo denunciate.

 

La denuncia parte, arriva in Procura, finisce sul tavolo di un magistrato che fa il suo mestiere.

Reati qualificati, accertamenti, indagini.

 

Se serve, sospensione dal servizio, arma ritirata, processo.


Insomma: fastidio, timore iniziale… ma la giustizia funziona.

Fine della storiella.

Applausi.

 

Ora cambiamo favola.

 

Scenario due…

Stesso pianerottolo.

 

Stessa casa appena finita di pagare.

 

Stessa vita tranquilla.


Ma il nuovo dirimpettaio è un magistrato.

 

Un pubblico ministero.

 

Toga in armadio e potere incorporato.

 

Come persona?

 

Identico al precedente.

 

Arrogante, presuntuoso, prepotente.

 

Solo che al posto del grado usa la toga.

 

E non la indossa: la evoca.


Discussioni private?

 

Mai.

 

Ogni cosa diventa una lezione.

Ogni dissenso un atto ostile.

 

Ogni parola vostra potenzialmente “mal interpretata”.

 

Passano i mesi.

 

Vi sentite all’angolo.

 

Vi fate forza, chiedete pareri legali, parlate con amici e colleghi.

 

E qui arriva il colpo di genio.

 

Che fate?


Lo denunciate?

 

Ma siete impazziti?

 

Certo, potete farlo.

 

Potete andare in Commissariato o in una Caserma.

 

Se siete proprio temerari, potete depositare la denuncia direttamente in Procura, all’Ufficio primi atti.

 

Un gesto eroico.

Definitivo.


Sapete dove finisce la denuncia?


Sul tavolo di un suo collega.

 

E il collega che fa?


Lo indaga?


Chiede il rinvio a giudizio?


Manda la polizia giudiziaria a fare luce?

 

No.

 

Fa luce su di voi.


Controlliamo un attimo se avete pagato tutte le multe dal 1998.

 

Se avete parcheggiato male nel 2007.

 

Se avete respirato fuori tempo massimo.

 

Morale della favola: non denunciate.


Fate la cosa più intelligente, più razionale, più italiana possibile.

 

Agenzia immobiliare.


Vendita rapida.

 

Anche sotto prezzo.


Trasloco lampo.


E via.

 

Avete perso casa?

 

Sì.


Avete perso soldi?

 

Sicuro.


Avete salvato la pelle?

 

Assolutamente sì.

 

Perché vincere con la giustizia italiana non significa avere ragione.


Significa non doverci mai avere a che fare.

 

E questa non è una storiella.


È una strategia di sopravvivenza.

 

Perché chi cade nella rete giudiziaria italiana impara presto che non esistono vincitori, ma solo sopravvissuti…

 

Questa storia non dovrebbe esistere.

 

Ne lo scenario uno, ne lo scenario due.

(Ma non preoccupatevi ...è solo frutto della nostra fantasia...)


Non dovrebbe essere normale avere paura di chi esercita un potere pubblico.


Non dovrebbe essere razionale scappare, vendere casa, rinunciare ai propri diritti per semplice istinto di sopravvivenza.

 

In uno Stato giusto, la legge protegge, non intimorisce.


In uno Stato equilibrato, il potere è una responsabilità, non uno scudo personale.


In uno Stato maturo, nessuno è troppo in alto per essere controllato, soprattutto chi controlla gli altri.

 

Il problema non è la Magistratura come istituzione.

 

Il problema è l’idea - mai detta ma spesso praticata - che chi giudica sia per definizione immune da errori, abusi, squilibri, derive personali.

(Già...anche le derive personali...)

 

Questa è una favola pericolosa.

 

Perché il potere senza verifica non è autorevolezza, è rischio sistemico.

 

Cambiare le carte in tavola non significa delegittimare la giustizia.


Significa rafforzarla.

 

Serve un sistema in cui merito, equilibrio e lucidità mentale non siano presunti, ma dimostrati nel tempo.

 

Perché giudicare vite, libertà, patrimoni e reputazioni richiede non solo preparazione giuridica, ma tenuta psicologica, autocontrollo, empatia istituzionale.

 

Per questo l’idea di test psico-attitudinali periodici per i magistrati non è una provocazione, né tantomeno una punizione.

 

È una misura di civiltà.

 

Così come esistono per chi porta un’arma, per chi pilota un aereo, per chi opera in contesti ad alta responsabilità, devono esistere per chi esercita il potere più delicato di tutti: decidere sul destino degli altri.

 

Una mente lucida.


Una personalità stabile.


Una capacità comprovata di non cedere a stress, rancore, senso di onnipotenza.

 

Non è un favore ai cittadini.


È una tutela per la giustizia stessa.

 

Perché la giustizia non deve mai far paura.


Deve fare chiarezza.


E quando un sistema costringe le persone a fuggire invece che a fidarsi, allora il problema non è chi scappa, ma chi ha reso la fuga una scelta razionale.

 

Questa storia fa sorridere amaramente.


Ma la morale è semplice, una giustizia forte è una giustizia controllata, equilibrata e umana.


Tutto il resto non è ordine.

 

È solo potere lasciato a sé stesso…

 

Vi salutiamo con qualche pensiero degli antichi latini, grande popolo senza tempo, intramontabili...e, da queste parti,  particolarmente rimpianti...

 

 

Lex est araneae tela, quia, si in eam inciderit quid debile, retinetur; grave autem pertransit tela rescissa.

La legge è come una ragnatela: se vi cade qualcosa di leggero essa lo trattiene, mentre ciò che è pesante la rompe e scappa via.

(Valerio Massimo)

 

Leges neminem in paupertatem vivere neque in anxietate mori permittunt.

Le leggi non consentono che nessuno viva in povertà o muoia in angoscia.

(Quintiliano)

 

Corruptissima re publica plurimae leges.

Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto.*

(Tacito)

 

 * Si stima che l’insieme di norme vigenti e abrogate dall’Unità d’Italia in avanti superi le 200.000 atti normativi, ma molti sono caduti in disuso, abrogati o non più rilevanti.

Il database ufficiale della normativa italiana contiene oltre 75.000 atti legislativi pubblicati dal 1946 ad oggi.

Secondo alcune stime, ci sono circa 160.000 norme tra statali, regionali e locali (71 000 nazionali e 89 000 regionali/locali).

Alcune fonti parlano di oltre 250.000 leggi e atti normativi totali, includendo anche quelli non più in vigore.


Per dire...


a cura di Mino e Fidias

Vendi casa e vattene! Fidate, ntè fidà!
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