MIRELLA GREGORI (Parte 2): una scomparsa con tante ombre...
- oposservatoriopoli
- 11 dic 2025
- Tempo di lettura: 9 min
Ripartiamo dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, perché le due storie si assomigliano.
Per quanto riguarda le telefonate giunte immediatamente dopo la scomparsa della ragazza, quelle attribuite ad un certo “Mario” e all’“Americano”, l’investigatore Marchionne osserva in atti che “i soggetti coinvolti sembrano appartenere allo stesso nucleo operativo.”
Sembrano?
Un elemento che, secondo l’ex commissario, apre interrogativi rilevanti, poiché se l’obiettivo fosse stato fin dall’inizio un sequestro finalizzato alla liberazione di Ali Agca, quale logica avrebbero avuto quelle prime chiamate?
Tentativi preliminari per verificare una possibile disponibilità?
Un test per misurare la reazione della famiglia o delle autorità?
Marchionne stesso ammette che “non è chiaro”, lasciando emergere l’ipotesi di un’azione preparatoria più complessa di quanto inizialmente apparso.
Anche le cassette recapitate dopo la sparizione, con da un lato una voce che invocava la liberazione di Agca e dall’altro la voce di Emanuela, suscitano ancora oggi tante perplessità.
Per Marchionne, chi le ha prodotte non può essere un semplice mitomane, per questo disse: “Secondo me, queste persone avevano avuto a che fare direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva”.
Una valutazione che suggerisce un legame concreto tra i presunti interlocutori e la vittima, o almeno con l’ambiente a lei vicino, delineando uno scenario in cui la messinscena mediatica potrebbe essere stata costruita da un gruppo organizzato con accesso a informazioni e materiali non alla portata di chiunque.
Bene, allora proviamo a tirare noi qualche somma.
Partiamo di nuovo dalla Questura, con la Digos in caccia di indizi e arriviamo all’apice, ovvero, al Presidente del Consiglio dei Ministri che deteneva la responsabilità politica e il coordinamento generale per poi salire al CESIS (Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza), l’Organo tecnico-politico che coordinava SISMI e SISDE, supervisionava le operazioni e gestiva le risorse, guidato da un Segretario Generale.
Allora come oggi, il CESIS (oggi DIS), avrebbe avuto il compito di raccogliere e “filtrare” informazioni utili sulla sicurezza nazionale, anche tramite le agenzie interne (all’epoca SISDE e SISMI).
Beh, ce n’era di gente da scomodare all’epoca, per i casi Gregori e Orlandi.
Nel 1983, prima del 4 agosto, il Presidente del Consiglio era Amintore Fanfani (fino al 4 agosto 1983) e dal 4 agosto 1983 in poi la carica passò a Bettino Craxi, che guidò il governo durante la seconda metà del 1983.
E che sia chiaro, gli archivi pubblici e le inchieste ufficiali non mostrano che CESIS abbia svolto un ruolo dichiarato nelle indagini sulla Gregori e la Orlandi.
Non mostrano ma non vuol dire che non sia successo...
Le informazioni note provengono solo dalla magistratura, da testimonianze, da scandali legati al mondo criminale (come il fenomeno della banda della Magliana) e da voci mediatiche.
Ma, allora, le indagini chi le ha svolte?
Ci state dicendo che le indagini di questa portata, internazionale, le ha svolte un uomo solo?
Marchionne? da solo contro tutti?
Ebbene no. Non è cosi.
Non ha indagato solo Marchionne.
Ma il problema è come si indagava negli anni ’80.
Marchionne è solo uno dei funzionari più citati dai media, ma a noi risulta che Polizia italiana, Carabinieri, Procura della Repubblica, Magistrati inquirenti, SISDE, SISMI e CESIS (in vari momenti, per informazioni collaterali) furono coinvolti, a livelli diversi ed a vario titolo.
Il vero problema?
“Gli standard investigativi dell’epoca non erano quelli di oggi”, questo emerge.
Allora mancavano protocolli chiari per le persone scomparse, coordinamento tra forze dell’ordine, archiviazione centralizzata di prove e tabulati, competenze specialistiche (profilazione, criminologia moderna) e gestione corretta delle testimonianze.
È documentato che molte piste non furono approfondite, che immediatamente la scomparsa di Mirella fu considerata "fuga volontaria" e che si perse tempo cruciale in attesa di notizie che non arrivavano.
Non è incompetenza di un singolo, era un sistema molto diverso da quello attuale.
Non è che l’attuale “sistema” investigativo brilli per eccellenza, ma basterebbe mettere a confronto il fascicolo Gregori con un’indagine contemporanea - prendi pure casi come Chiara Poggi o Yara Gambirasio - per rendersi conto che siamo davanti ad un abisso o davanti al baratro.
E non un abisso tecnico, ma un abisso di volontà.
Perché qui non si parla semplicemente di carenze professionali, di protocolli mancanti o strumenti obsoleti.
No.
Qui parliamo di un filo rosso che attraversa quarant’anni di opacità, omissioni sistematiche, buchi “inspiegabili” e decisioni talmente irrazionali da risultare “quasi sospette”.
Quando un fascicolo d’indagine sembra fatto “male”, nonostante la presenza di più forze dell’ordine, più magistrature, più livelli istituzionali, più archivi e più testimoni, non ha più senso parlare di “incapacità”.
L’incapacità può spiegare un errore, due errori, perfino una gestione caotica.
Ma non può spiegare quarant’anni di vuoti consecutivi, sempre negli stessi punti, sempre sulle stesse prove, sempre sugli stessi snodi.
A un certo punto è lecito - anzi inevitabile - chiedersi se quel caos sia davvero frutto del caso.
E che cazzo.
Rafforzativo di concetto per Raffaella, altrimenti ci sgrida...
Perché se in un’indagine moderna ogni dettaglio viene setacciato, incrociato, verificato, mentre nel caso Gregori (così come in altri casi coevi) intere piste sono state lasciate cadere, materiali ignorati, testimonianze non approfondite, documenti persi, allora la domanda non è più “Perché sono stati incompetenti?” ma “Perché non hanno voluto fare di meglio?”
Perché se un sistema può indagare bene - e negli anni successivi lo ha dimostrato - ma in quel momento sceglie di indagare male, allora non si tratta più di mezzi mancanti: si tratta di scelte.
Scelte fatte da qualcuno, da qualche livello, da qualche ufficio.
Scelte che hanno avuto l’effetto di non chiarire, non collegare, non approfondire.
Scelte che hanno reso “impossibile” ciò che, in qualsiasi fascicolo odierno, sarebbe routine.
Oppure, scelte fatte per coprire qualcuno...
E quando la ripetizione dell’errore diventa sistematica, il dubbio non è solo legittimo: diventa inevitabile.
Insomma, qui (e non solo qui) c’è il dolo.
Ed è chiarissimo come è chiaro in centinaia di fascicoli giudiziari italiani.
Sembra che l’Italia, quando si parla di giustizia, sia diventata un enorme cesto di vipere.
Un Paese dove è impossibile indagare fino in fondo, dove ogni verità viene strozzata prima di nascere, dove nessuno è mai colpevole e tutti, per qualche miracolo oscuro, finiscono sempre per cadere in piedi.
È un luogo dove gli intrecci di conoscenze contano più delle prove, dove gli amici degli amici aprono porte e chiudono bocche, dove si favorisce chiunque tranne la verità.
Un Paese in cui i rapporti personali pesano più dei fascicoli, dove ogni indagine sembra scontrarsi contro muri invisibili fatti di convenienze, di silenzi, di scambi sotterranei.
Corruzione, tangenti, interessi privati travestiti da decisioni pubbliche, una palude che da decenni ha paralizzato tutto.
Non c’è settore che non ne abbia almeno l’odore, non c’è procedimento che non venga rallentato, deviato, ostacolato da qualche mano che si infila dove non dovrebbe.
E la gente, fuori, guarda e si chiede come sia possibile vivere in un Paese dove i nodi non vengono mai al pettine, perché qualcuno si occupa sempre di tagliarli prima.
E alla fine resta solo la stanchezza.
Una stanchezza feroce, collettiva, che viene da anni e anni in cui i cittadini sentono di essere presi in giro, di essere trattati come spettatori ingenui in un teatro di ombre.
Resta la sensazione che qui non ci sia spazio per la giustizia, perché la giustizia, in mezzo a queste vipere, non riesce nemmeno a respirare.
La gente ne ha pieni i coglioni, perché non si può vivere all’infinito in un Paese dove la verità è sempre un’ospite indesiderata.
Un esempio?
Facciamo le indagini.
Possiamo fare in cronaca narrata, esattamente quello che un buon sbirro farebbe, come ad esempio creare un cappello investigativo serio, credibile, professionale, impostare una metodologia reale da indagine complessa, elencare punti, cluster, nodi oscuri, connessioni da verificare e costruire una linea logica investigativa basata sui fatti noti a patto che l’indagine la si voglia fare e che questa voglia portare esattamente alla verità vera.
La forza non sta nell’accusa ma nella struttura investigativa che inchioda i fatti.
Se avessimo il carteggio ufficiale sottomano, sarebbe trattato con logica, il caso verrebbe analizzato e collocato in un periodo storico caratterizzato da reti criminali ibride (criminalità comune + ambienti deviati), influenze internazionali, tensioni politiche, finanziarie e religiose e apparati statali frammentati e non sempre cooperativi.
Questo, pressappoco, è il campo da gioco.
Si parte con la presenza documentata di depistaggi, omissioni e informazioni inconsistenti, il contesto è, quindi, ad alta interferenza, dove ogni fatto va trattato come parte di un mosaico e non come un evento isolato.
Siamo pronti?
L’indagine non parte da “chi” ma da cosa è successo, come, dove e perché.
Ogni interferenza, anomalia, omissione o ritardo è da trattare come evento investigativo in sé.
Le prime telefonate?
Beh, c’è una tempestività anomala, poi i linguaggi codificati e la conoscenza dettagliata del caso.
C’è anche un coordinamento implicito tra diversi interlocutori e un riferimento a questioni internazionali.
Cari signori, questo indica un gruppo organizzato e non un mitomane.
Passiamo alle cassette.
Le cassette sono state realizzate con una produzione tecnica non improvvisata, il materiale sonoro appare autentico però manipolato in più, c’è uno strano ed imprevisto “accesso a voce, materiali o ambienti vicini alla vittima”.
Signori, questo è un gruppo con risorse, contatti e capacità operativa.
Arriviamo alle prime ore -e giorni- delle indagini.
Abbiamo sul tavolo atti con ritardi inspiegabili, atti non verbalizzati, piste abbandonate senza motivo logico e incoerenze nella gestione della scena e dei testimoni, il tutto condito con presenza di ostacoli e interferenze esterne.
Da quei l’intersezione tra piste locali e piste internazionali.
C’è infatti, la presenza contemporanea della criminalità romana, di gruppi stranieri, di soggetti legati a cause geopolitiche e, non in ultimo, pesantissime pressioni mediatiche.
Questo ci porta ad avere in mano una dinamica da indagine multilivello, non dà un caso di “semplice” scomparsa ordinaria.
Analizziamo chi abbiamo di fronte, perché qui c’è una struttura importante, c’è un “gruppo operativo” con del potenziale evidente.
Per ora, senza fare nomi, l’analisi finora fatta evidenzia un livello esecutivo locale (logistica, contatti, appostamenti), un livello intermedio (organizzazione, comunicazioni, messaggi) e soprattutto, un livello superiore (motivazioni, coperture, obiettivi).
E no, cari amici lettori, la “piramide” non è compatibile con un rapimento improvvisato.
Da qui e solo da qui dobbiamo partire se vogliamo arrivare fino alla fine.
Ora dobbiamo seguire i cosiddetti “flussi di interesse”, è qui che un vero sbirro si ferma e si fa le classiche tre domande più due di riserva:
1. Chi si muove?
2. Perché si muove?
3. Chi beneficia del fatto?
Ogni volta che un’indagine viene frenata, deviata o resa confusa c’è una “longa mano” che agisce fuori fascicolo pur avendone una dentro il fascicolo ...
Quelle di riserva?
1. Contro chi mi ci stiamo mettendo?
2. Di chi ci possiamo fidare?
Queste due domande, purtroppo, non avranno risposta.
E credeteci sulla parola, noi siamo pratici, i punti d’interferenza sono ricorrenti!
In tutti i grandi casi irrisolti degli anni ’70, ’80 e ’90 compaiono gli stessi vuoti, gli stessi ritardi, le stesse omissioni, le stesse “coincidenze” e le stesse zone d’ombra tra istituzioni, finanza, ambienti esteri e criminalità.
Il connubio era sempre un quadrilatero perfetto: politica, Cia, banche e criminalità organizzata che su “licenza”, occupa gli spazi lasciati liberi.
Un quadrilatero che non appare nei fascicoli, ma compare in ogni singolo punto in cui un’indagine si blocca, devia, evapora.
Questo non prova nulla contro singole persone, ma prova una cosa enorme, ovvero, che esisteva un livello di interferenza sistemica che “ostacolava” certi filoni investigativi.
Altrimenti non c’è spiegazione.
Possiamo partire dalla “Strage di Piazza Fontana” del 12 dicembre 1969 nella quale, che dopo decenni di processi, condanne in primo grado e successive assoluzioni non è mai stato identificato in modo definitivo l’esecutore materiale.
Checché se ne dica, lo stesso vale per la “Strage della stazione di Bologna” del 2 agosto 1980.
Vale per il ”Rapimento e omicidio di Aldo Moro” del 1978.
Vale per il “Caso Roberto Calvi” risalente al 1982.
E così sia per Sindona, Gardini e per Papa Giovanni Paolo I (Albino Luciani) nel 1978.
Possiamo andare avanti per ore perché il “processo fluido, sereno e pulito” è del tutto assente in Italia.
Il cliché è sempre lo stesso, nei casi più gravi (stragi, omicidi eccellenti, scandali come Calvi), spesso non si è mai fatta piena luce su mandanti e esecutori materiali e certe responsabilità rimangono sospese, con assoluzioni per insufficienza di prove o condanne solo parziali.
La maggioranza dei processi hanno subito lunghi rinvii, cambi di aula, depistaggi, perdite di documenti, di bossoli e di pistole, ritardi, riconoscimenti tardivi di responsabilità storiche, cioè non è stata rispettata la logica del processo corretto e trasparente.
Nei casi con sentenze definitive, come la strage di Bologna o l’omicidio di Moro, c’è comunque una persistente sospettosa ragnatela di ipotesi parallele tra servizi segreti deviati, complicità occulte, “piste secondarie” e le immancabili influenze esterne.
Che per mezzo secolo sono state impresse sia dagli Stati Uniti che dal Blocco Sovietico in egual misura.
Questo rende la “verità ufficiale” spesso insufficiente a chi cerca il quadro completo.
Bologna: condanne definitive.
Ma rimangono dubbi su mandanti, contesti, possibili complicità esterne.
Aldo Moro: lo Stato ha riconosciuto i responsabili materiali; tuttavia le ipotesi alternative (servizi deviati, logge, collusioni) non sono mai scomparse del tutto.
Ustica.
Fiumicino.
Se la domanda è “C’è almeno un grande caso degli anni ’70, ’80 e ’90 in cui possiamo dire: processo perfetto, verità accertata, giustizia compiuta?”
La risposta onesta è: no!
Ogni vicenda presenta limiti, omissioni, zone d’ombra, e in alcuni casi impunità completa.
Che dire, ad esempio, dello “scannatoio” di Via Massimi 91?
Vi ricordate di chi era?
E nella stessa palazzina c'erano le BR.
C'era la Cia.
Il Vaticano pure.
C'erano i Servizi.
C’era anche Aldo Moro.
E c'era anche un particolare via vai di giovani ragazze...
Ma questa è un'altra storia…
Ma è veramente un'altra storia?
Sparpajateve...

a cura di Mino e Simone Floriti










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