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OP Osservatorio Politico

L’EDITORIALE DI OP…di tutto un pò...

  • oposservatoriopoli
  • 19 nov 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

Nicola Gratteri: paladino o profeta stonato? Un commento sul suo teatrino mediatico...

Nicola Gratteri torna in scena, sempre più a suo agio sotto i riflettori.

Non solo procuratore antimafia, ma megafono di allarmi istituzionali, ideologo di riforme e - perché no - opinionista sulla sicurezza globale.

 

Ma sotto la corazza del 'Giustiziere d’Acciaio', qualcosa comincia a scricchiolare, tra verità scomode, vuoti di responsabilità e una retorica che a volte suona più da show di bassa rama che da elemento di sostanza.

 

Prendiamo le sue proteste contro la riforma della separazione delle carriere fra giudici e Pm.

Gratteri la definisce “inutile e dannosa” perché, secondo lui, non risolve i reali problemi della giustizia, ma anzi, rischia di “mettere i Pm al servizio del governo”.

 

Insomma, appare come se il grande paladino avesse puntato i riflettori su di sé, dipingendosi non più come guardiano dello Stato, ma come vittima sacrificale di una presunta congiura istituzionale.

 

Un’accusa generale forte quella che circola nel web, certo, anche se l’impressione è che l’argomentazione principale non sia tanto la tutela dell’indipendenza giudiziaria, quanto il protagonismo.

 

Però, se davvero vuol essere il riformatore…  si devono abbassare i toni da ‘protesta solitaria’ e cominciare a costruire.

Non solo denunciare…

 

 

 

Scandalo Colle del Piano: la resa dei conti tra il Quirinale e Meloni.

È esplosa una bomba istituzionale.

Secondo un articolo de La Verità, alcuni consiglieri di Sergio Mattarella starebbero tramando per mettere in difficoltà la premiership di Giorgia Meloni, progettando una “grande lista civica nazionale” tipo  stile Ulivo per spaccare il centrodestra.

 

Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha chiesto a gran voce che si faccia chiarezza, e che il consigliere Francesco Saverio Garofani smentisca o confermi.

 

Se non lo fa - avverte - “prendiamo atto che è l’opinione di Garofani”.

 

Il Quirinale risponde a muso duro.

Lo definisce “un ennesimo attacco” e parla di accuse che «sconfinano nel ridicolo».

 

La tesi di una cospirazione interna sembra al momento più sceneggiata che concreta, potrebbe essere davvero il Colle l’ombra dietro un colpo di palazzo… oppure solo un tentativo di dare fuoco alle polveri politiche.

 

Ma vale la pena farsi una domanda: se davvero qualcuno dentro il Quirinale medita di sabotare la maggioranza, con quali strumenti reali intende farlo?

Si parla di “scossoni”, ma che significato ha questa parola se non c’è un piano esplicito, né un’azione concreta?

 

Siamo davanti all’ennesimo pericoloso bivio istituzionale.

 

E se invece si tratta solo di propaganda?

 

Forse il centrodestra rischia di trasformare questo conflitto in uno spettro anti-Quirinale per raccogliere consensi.

 

Ma se, invece, fosse vero?

 

Se davvero alcuni consiglieri del Quirinale stessero lavorando per indebolire Meloni questo sarebbe un atto politico mascherato da ruolo tecnico.

 

Ed è esattamente il tipo di comportamento che in Italia si finge di non vedere finché non esplode…

 

Se fosse davvero in preparazione sotto “regia quirinalizia”, sarebbe la conferma che qualcuno sta lavorando per costruire un “centro tecnico” da tirare fuori al momento giusto, stile Monti 2.0.

 

Non un colpo di Stato, ma un elegante ribaltone in giacca e cravatta…

 

Del resto, in questo paese è già successo più volte.

 

Il Presidente Scalfaro chiese aiuto al Cardinal Ruini per far fuori Berlusconi.

 

Il Presidente Napolitano, insieme al mitico Draghi si fece appoggiare da interventi europei esterni.

 

Ed ora, vengono tirati in ballo il nostro Presidente Mattarella, area Pd, insieme al buon Garofani, sempre del Pd.

 

Casualità?

 

Coincidenze?

 

Magari con l'aiuto esterno del buon Macron. Che farebbe carte false per chiudere il suo mandato almeno con un successo: fare fuori la Meloni.

E  la reazione stizzita del Quirinale sembra la classica "excusatio non petita" di chi mente sapendo di mentire.

 

Ricordiamoci che il nostro attuale Presidente, quando era Ministro della Difesa, spergiurò il falso sull'utilizzo dell'uranio impoverito in Jugoslavia.

Utilizzo che cagionò malattia e morte per molti nostri soldati.

 

Se il buongiorno si vede dal mattino...

Sparpajateve...

 



Ranucci: qualcosa non torna. O almeno …è sospetto.

Ranucci accusa il Garante della Privacy italiano di agire su “input politico”, insinuando che venga “armato” per silenziare Report.

 

È un’accusa molto pesante: non basta dire “qualcuno vuole mettere il bavaglio”, serve una prova.

 

Al momento, le sue parole suonano anche come una costruzione narrativa che rafforza la sua immagine di giornalista perseguitato…

 

Secondo indiscrezioni, la Rai starebbe riducendo le puntate di Report nella prossima stagione, se fosse vero, è strano che Ranucci parli di attacchi politici ma non di una battaglia interna concreta contro la sua rete. Che tipo di potere ha davvero, se la sua trasmissione può essere “sforbiciata”?

 

La retorica drammatica e l’identità da “martire” dopo l’attentato (alla sua auto e alle proprietà della figlia), Ranucci ha parlato di “escalation” e “clima di delegittimazione” molto forte.

 

Comunque sia, Ranucci gioca su due tavoli, da una parte è il cronista coraggioso che denuncia mafie, potere e intimidazioni.

 

Dall’altra, non disdegna una narrazione da “giustiziere mediatico”.

 

Le sue dichiarazioni di vittimismo, legate all’attentato, alle querele e al Garante funzionano benissimo come strumento di legittimazione e per rafforzare il morale dei suoi fan e della redazione.

 

È assolutamente legittimo denunciare minacce ma la sua narrazione è diventata un racconto epico, giornalista sotto attacco, “noi lottiamo per la libertà di informazione”, ecc.

 

Un peso retorico così grande può servire come scudo, qualsiasi critica fatta a lui può essere liquidata come “contro di lui perché lo vogliono zittire”.

 

Per questo si è garantito palco al Parlamento europeo dove però, dopo le varie accuse, non ha mai fornito una sola prova.

 

Niente da fare, i conti non tornano, con le congetture non si fanno processi e con i teoremi, si fa solo geometria…

 

 

 

Landini, il pompiere arrivato quando l’incendio è già cenere!

Maurizio Landini si risveglia sul dossier ILVA quando ormai la partita è persa.

Come sorprendersi?

Lui...ritardatario atavico a scoppio...

 

Anni passati a non firmare contratti, a fare il muro contro muro su qualsiasi trattativa, convinto che il sindacalismo si faccia a colpi di “no” più che con risultati.

 

E adesso?

 

Adesso corre a fare il pompiere dell’ultimo minuto, come se potesse rimettere assieme ciò che lui stesso ha contribuito a far marcire.

 

Palestina libera.

 

Abbasso Israele.

 

Abbasso il Governo.

 

Tutti in piazza.

 

Sciopero generale.

 

Sì, ma i lavoratori?

 

Il problema è semplice, un sindacalista che si muove solo quando la casa crolla non è un sindacalista, è un commentatore in ritardo.

 

Sull’ILVA servivano piani industriali veri, pressioni costanti su governo e proprietà, accordi pragmatici (non perfetti, pragmatici) e una linea chiara per salvare posti di lavoro e futuro produttivo.

 

Landini, invece, ha passato anni a fare il guru del “tanto peggio, tanto meglio”.

 

Adesso che la bomba esplode si presenta come difensore degli operai.

 

Tardi.

 

Fuori tempo massimo.

 

E soprattutto senza un’idea concreta se non la solita litania: “difendere la fabbrica”, “fermare la svendita”, “tutelare i lavoratori”.

 

Slogan, non soluzioni.

 

Se oggi il sindacato sembra irrilevante nei grandi dossier industriali è anche perché Landini ha preferito il ruolo da tribuno anziché quello da negoziatore.

 

D’altronde, se pensi alla Palestina non ti puoi occupare di Taranto!

 

Per fortuna che la “cortigiana” ne mette a segno una dietro l’altra.

 

E si, la fotografia è chiara, perché ad esempio, sulla Sanità Giorgia Meloni ha portato a casa quello che Landini predicava da anni senza combinare quasi nulla.

 

Anzi, diciamola tutta, Landini non ha fatto un beneamato cazzo però si accoda alle lagne della Schlein

 

Invece la “pesciarola”, opplà, contratto firmato, aumenti messi nero su bianco, arretrati sbloccati.

 

Cose concrete, soldi veri.

 

Non slogan.

 

E questo manda in tilt sia Landini che Schlein, perché li mette davanti allo specchio, loro parlano di “diritti”, Meloni intanto li finanzia.

 

Loro alzano pugni chiusi ai congressi, Meloni chiude un contratto che una parte del pubblico impiego aspettava da troppo tempo.

 

È paradossale, la premier di destra ha fatto una cosa che ci si sarebbe aspettati da una sinistra forte, pragmatica, capace di tutelare i lavoratori.

 

E invece la sinistra sta ancora litigando sui comunicati stampa…

 

Landini?

 

Fuori tempo massimo come sempre, non firma quando serve, protesta quando è tardi, rivendica quando hanno già fatto gli altri.

 

Schlein?

 

Occasioni perse in serie, comunica tanto (e male) e conclude poco.

 

Partiamo da Landini.


È diventato il sindacalista del “no” per sport.

 

Sempre in trincea, mai al tavolo.

 

Quando c’è da firmare un contratto serio?

 

Sparito.


Quando c’è da rivendicare meriti che non ha?

 

Presente, prontissimo.

 

Il risultato?

 

Una CGIL che sembra un museo del Novecento: tante parole, pochissimi risultati.

 

Gli operai chiedono soluzioni, lui offre comizi.

 

Il Paese cambia, lui resta fermo al nastro di Casarini.

 

E ora che la Meloni si porta a casa aumenti, arretrati e rinnovo per la sanità, lui cosa fa?


Reclama, protesta, si lamenta.

 

È come un vigile che arriva dopo l’incidente e sgrida chi ha già chiamato l’ambulanza.

 

In conclusione, la verità è che siamo nel pieno decadentismo.

 

 

 

Se l’ex cubista Elodie si permette di affermare pubblicamente che “la Meloni è una copia di un uomo del 1922”, significa che chiunque abbia un microfono pensa di poter fare il politologo, purché spari la frase giusta per finire in hype.


Mentre invece pensatori di sinistra veri - non influencer prestati alla politica - come Massimo Cacciari parlano chiaro.

 

E quando Cacciari dice: “Chi dovrebbe battere la Meloni? Schlein, Conte, Salis o Landini? Dai, non scherziamo…” non sta facendo sarcasmo, sta certificando il vuoto pneumatico di un’area politica che non ha classe dirigente, non ha visione e non ha più nemmeno una narrativa credibile.

 

A questo si aggiunge Marco Rizzo, che - piaccia o non piaccia - mette il dito nella piaga senza esitazioni.

 

La sua accusa è devastante nella sua semplicità, la sinistra ha tradito il popolo, si è venduta al globalismo neoliberista, ha abbandonato operai e lavoratori per inseguire salotti, ONG, convegni e cause identitarie lontane anni luce dalla vita reale.


E quando Rizzo dice: “Io non sono più di sinistra perché la sinistra mia era quella di Berlinguer, con gli operai della Fiat”, sta fotografando un passaggio storico, una sinistra che ha perso il suo popolo e nemmeno se ne accorge.

 

Tutto questo dice esattamente cosa sta accadendo in Italia: una sinistra che non rappresenta più chi lavora, che non sa più parlare alle periferie, che ha sostituito la concretezza con la morale, la politica con il marketing, la classe operaia con la classe ZTL!

 

Andava detto …



foto di repertorio dal web
foto di repertorio dal web

 

 
 
 

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"Comment is free, but facts are sacred. Comment also is justly subject to a selfimposed restraint. It is well to be frank. It is even better to be fair. This is an ideal."

È una frase di C.P. Scott, direttore del Guardian per 57 anni, dal 1873 al 1930.

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