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IL SINDACO ed IL SIMBOLISMO. INTANTO IN IRAN…

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  • Tempo di lettura: 10 min

Il giuramento sul Corano: gesto simbolico o atto politico calcolato?

 

Non è stato un inciampo, né una svista protocollare.

 

Il giuramento di un sindaco sul Corano non è un dettaglio folkloristico né un’espressione privata di fede, è un atto pubblico, carico di significato politico, compiuto in piena consapevolezza.

 

Chi governa una comunità non parla solo con le delibere, ma con i simboli.

 

E i simboli, specie quelli religiosi, non sono mai neutrali.

 

Perché lo ha fatto davvero?

 

La spiegazione “ufficiale” è rassicurante, integrazione, rispetto, dialogo interculturale.

 

Parole buone per ogni stagione.

 

Ma la realtà è più concreta e meno nobile, quel gesto parla a un elettorato preciso, manda un segnale a una parte della popolazione e, allo stesso tempo, si propone come bandiera ideologica nel dibattito nazionale.

 

Non è un atto di fede personale, se lo fosse stato, sarebbe rimasto privato.

 

Anche se ha organizzato una cerimonia privata, non lo è stata, vi ha partecipato tutto il mondo.

 

Questo è un sindaco calcolatore.

 

Il suo è un messaggio pubblico, studiato per produrre reazioni.

 

E infatti le ha prodotte.

 

Il messaggio implicito?

 

Il punto non è il Corano in sé.

 

Il punto è sostituire un piano istituzionale con uno identitario.


Lo Stato, e le sue articolazioni locali, sono laici non per ostilità verso le religioni, ma per garantire uguaglianza tra tutti i cittadini.

Quando un rappresentante pubblico sceglie un testo sacro diverso dalla cornice costituzionale, sposta l’asse, dalla legge comune alla rappresentazione simbolica.

 

Il messaggio che passa è pericolosamente ambiguo, che l’appartenenza religiosa possa entrare nella sfera istituzionale, che la neutralità sia negoziabile, che l’integrazione passi dalla visibilità religiosa e non dal rispetto delle regole comuni.

 

Dove vuole andare a parare?

 

Chi compie gesti del genere punta a tre obiettivi accreditarsi come “sindaco del cambiamento”, anche a costo di spaccare, ogni cosa, poi guadagnare visibilità mediatica, nazionale e internazionale e infine, occupare uno spazio politico lasciato scoperto, quello del simbolismo identitario travestito da inclusione.

 

Ma quale inclusione?

 

Non è coraggio.

 

È calcolo.

 

Il rischio reale?

 

Si, è il messaggio sbagliato!

 

Qui sta il nodo più delicato, che molti evitano per paura di essere etichettati.


Il rischio non è “l’islamizzazione” in senso sloganistico.

 

Il rischio è normalizzare l’idea che l’istituzione debba adattarsi alle religioni, invece del contrario.

 

Questo non aiuta l’integrazione, non rafforza la convivenza, anzi, indebolisce la laicità, che è l’unico spazio dove tutte le fedi, e anche chi non ne ha, possono convivere davvero.

 

A pagare il prezzo, alla lunga, sono proprio i cittadini musulmani integrati, quelli che chiedono diritti, non concessioni simboliche.

 

La vera domanda?

 

Un sindaco giura per rispettare la legge e la Costituzione, non per rappresentare una fede.

 

Quando il simbolo supera la funzione, la politica smette di amministrare e inizia a fare propaganda identitaria.

 

E questo, in una democrazia fragile e polarizzata, non è un segnale di apertura.

 

È un azzardo.

 

E gli azzardi, quando si giocano sulle istituzioni, li paga sempre la collettività.

 

Perché approfondire?

 

Perché il giuramento di Zohran Mamdani incrina lo Stato, eccolo quando il simbolo diventa potere.

 

Non è una questione di fede.

 

Chi insiste su questa linea o non capisce, o finge di non capire.

 

Il giuramento di un sindaco su un testo religioso diverso dalla cornice costituzionale non riguarda Dio, riguarda il potere.

 

E l’islam ha preso potere, troppo, in occidente!

 

Il punto che nessun giornalista, pubblicista, autore, blogger vuole toccare?

 

Eccolo, in uno Stato laico, il rappresentante pubblico non ha il diritto di “personalizzare” il rito istituzionale.

 

Se lo fa, non sta includendo, sta scegliendo!

 

Oggi è il Corano.

 

Domani cos’altro?

 

Un giuramento “etnico”? “culturale”? “valoriale”?

 

La politica dei simboli non conosce argini, o la fermi subito, o ti travolge.

 

È lo stesso meccanismo che, in altri Paesi europei, ha prodotto tribunali paralleli, zone grigie di diritto e comunità chiuse che trattano lo Stato come un ospite “tollerato”.

 

Non è integrazione.

 

È ritirata.

 

È una puttanata.

 

Il rispetto è garantire libertà religiosa nel privato e nel sociale.

 

La rinuncia è importare il simbolo religioso nel cuore dello Stato.

 

Ma, il signor Zohran Mamdani, esattamente, chi vuole prendere per il culo?

 

Il messaggio che passa (ed è devastante)  è che “non siete i benvenuti”.

 

Il messaggio è ancora “le regole sono negoziabili se siete abbastanza visibili, abbastanza rumorosi, abbastanza strategici.”

 

È il contrario dell’uguaglianza.

 

È la trasformazione della cittadinanza in peso politico identitario.

 

La domanda che nessuno osa fare è: “Se un sindaco giurasse su un testo religioso per compiacere un’altra comunità, il sistema lo accetterebbe allo stesso modo?”

 

O esistono simboli che oggi sono intoccabili e altri che vengono difesi solo per paura?

 

Perché la paura non costruisce convivenza.

 

Costruisce silenzio forzato.

 

E il silenzio, nella storia europea, non ha mai prodotto nulla di buono.

 

Sindaco, lei non ha giurato: ha provocato!

 

Chiariamolo subito, il suo non è stato un gesto spirituale, né un atto di integrazione.

 

È stato un atto politico deliberato, compiuto sapendo perfettamente che avrebbe spaccato, fatto rumore e acceso polemiche.

 

Lei non ha amministrato.

 

Lei ha messo in scena sé stesso.

 

Un sindaco non giura per raccontare chi è, ma per garantire cosa farà.

E ciò che lei ha fatto è stato usare un momento solenne dello Stato come palcoscenico ideologico.

 

Non provi a rifugiarsi dietro l’ingenuità.

 

Un primo cittadino conosce il peso dei simboli.

 

Sa che il giuramento non è una formalità, ma un patto pubblico. Scegliere un testo religioso al posto del riferimento istituzionale non è un dettaglio, è una rottura.

 

E lei l’ha voluta.

 

Perché il suo obiettivo non era unire.

 

Era marcare.

 

Dire io sono diverso, io sfido, io porto lo scontro sul terreno simbolico.

 

Sindaco, hai pisciato il terreno …

 

Il problema non è il Corano.

 

È lui.

 

E poi gli islamici di divieti, proibizioni, interdizioni e negazioni ne sanno molto, tanto, è inutile fare barriera.

 

Lei governa una città, non una comunità

 

Un sindaco non è il rappresentante di una parte, né il portavoce di un’identità.

 

È il garante di tutti, anche di chi non applaude, anche di chi dissente, anche di chi chiede solo che le regole restino uguali per tutti.

 

Quindi i cristiani di New York non sono più i benvenuti?

 

Quando si legittima un impianto culturale fondato su divieti, proibizioni e negazioni, non si costruiscono ponti, si abbassano le difese dello Stato.

 

Il sindaco ha scelto il simbolo sbagliato nel luogo sbagliato.

 

E poi ha chiesto applausi in nome dell’inclusione.

 

È un paradosso che si regge solo finché nessuno lo smonta.

 

O è un paraculo finché qualcuno non s’incazza, e in America è facile.

 

Giura come atto di libertà ciò che nasce come atto di obbedienza.

 

Il giuramento pubblico serve a vincolare chi governa alla legge comune; lei lo trasforma in un segno identitario.

 

È come proclamare pluralismo imponendo un’unica chiave simbolica.

 

Non è apertura, è confusione istituzionale.

 

Dice di voler unire, ma sceglie un gesto che divide.

 

E lo fa platealmente.

 

Se l’obiettivo era includere, perché farlo con un atto che spezza la neutralità dello Stato?

 

È come spegnere un incendio con benzina e chiamarlo dialogo.

 

Predica convivenza usando simboli che, nella loro traduzione politica, hanno storicamente prodotto separazione tra ciò che è consentito e ciò che è vietato.

 

Non parliamo di fede privata.

 

Parliamo di un impianto normativo-culturale che, quando entra nello spazio pubblico, porta con sé liste di permessi e interdizioni.

 

Portarlo al centro dell’istituzione e chiamarlo integrazione è un errore logico prima ancora che politico.

 

Lo Stato laico nasce per non scegliere tra le fedi.

 

Lui sceglie, e pretende che la scelta venga scambiata per coraggio.

 

È come se un arbitro scendesse in campo con la maglia di una squadra e poi rivendicasse imparzialità…

 

Gli esempi che nessuno vuole fare?

 

Nei Paesi dove la politica ha iniziato a legittimare simboli religiosi come scorciatoia per il consenso, il risultato non è stato più libertà ma più eccezioni, più rivendicazioni, più zone grigie.

 

Prima il simbolo, poi l’eccezione.

 

Prima l’eccezione, poi il diritto parallelo.

 

È una china nota.

 

Fingere di non vederla non è prudenza, è rimozione.

 

Rimozione come il presepe, i canti di natale, il crocifisso e l’ora di religione in Italia, cristiana a per natura e per nascita, islamizzata dalla sinistra!

 

La verità che fa male?

 

E le concessioni simboliche, in politica, non chiudono mai il conto. Lo aprono.

 

Perché lo Stato non è un laboratorio identitario.

 

È una diga.

 

E quando una diga viene bucata “per dare un segnale”, l’acqua non chiede permesso, passa.

 

Questo è il punto che lui ha scelto di ignorare.

 

Ed è per questo che il suo gesto non è inclusivo.

 

È irresponsabile.

 

Sembra proprio un gesto pericoloso e azzardato ma non lo è, è calcolato.

 

Mostrare disprezzo o sfidare simboli religiosi in luoghi pubblici può scatenare reazioni molto forti, soprattutto se ci sono tensioni politiche o sociali già in corso.

 

In termini pratici, è un esempio di come l’incoscienza individuale possa avere ripercussioni ben oltre il contesto locale.

 

E il fatto che oggi in Iran ci siano barricate o proteste rende il gesto ancora più rischioso, è un atto che può essere percepito come provocazione intenzionale e alimentare ulteriormente la violenza o la repressione.

 

Le proteste che attraversano l’Iran non sono un semplice sfogo contro l’aumento dei prezzi, sono un’esplosione contro un regime islamico che opprime da decenni.

 

Regime islamico …

 

Nelle strade e nei campus universitari, si grida la fine della repubblica islamica, mentre la repressione del potere teocratico diventa ogni giorno più feroce e spietata.

 

C’è chi smaschera senza mezzi termini l’Occidente, per convenienza o ignoranza, evita di chiamare l’Iran per quello che è davvero, una dittatura religiosa corrotta e sanguinaria, in piena crisi di legittimità, capace di reprimere chiunque si opponga senza pietà.

 

Nelle strade e nei campus universitari, si grida la fine della repubblica islamica, mentre la repressione del potere teocratico diventa ogni giorno più feroce, spietata e sistematica.

 

Donne, studenti, intellettuali rischiano la vita per chiedere libertà, e la risposta dello Stato è sempre più brutale: gas, manganelli, arresti sommari, sparizioni.

 

L’Occidente tace, finge neutralità, ma ogni giorno che passa consente al regime di strangolare la speranza di un popolo intero.

 

Eppure, mentre in Iran la gente paga con la vita il diritto di dissentire, a New York il sindaco presta giuramento sul Corano come gesto simbolico, incurante delle tensioni globali e delle provocazioni che ne derivano.

 

È un gesto di superficialità politica, di incoscienza morale, che appare quasi beffardo rispetto a chi soffre sotto un regime sanguinario guidato dall’'āyatollāh seyyed ʿAlī Ḥoseynī Khāmeneī, politico, religioso ed ex militare iraniano, attuale guida suprema dell'Iran, di cui è stato presidente dal 1981 al 1989, nonché il massimo esponente nazionale del clero Sciita.

 

Si, Sciita.

 

Gli sciiti vogliono un Islam che pone l'accento sulla giustizia di Dio e sul libero arbitrio dell'uomo, credendo nella guida spirituale degli Imam, discendenti di 'Ali, cugino del Profeta Maometto, e aspirano a una società islamica giusta, sebbene le loro pratiche e visioni politiche varino, con correnti che vanno dal moderatismo al radicalismo, spesso in contrasto con i Sunniti che accettano i primi califfi.

 

Ci spieghiamo meglio.

 

Gli sciiti non sono solo credenti, vogliono un Islam che governi ogni aspetto della vita, basato sulla “giustizia di Dio” e sull’autorità indiscussa dei loro leader spirituali, gli Imam, discendenti diretti di ‘Ali.

 

Non si tratta solo di fede, ma di politica e potere, le loro correnti vanno dal moderatismo al radicalismo, pronte a imporre la loro visione.

 

Spesso in conflitto con i Sunniti, che riconoscono i primi califfi, gli sciiti mirano a modellare società secondo regole religiose rigidissime, con una determinazione che può cambiare equilibri interi e minacciare chi non si allinea.

 

Ancora più facile.

 

Chi non comprende la portata di questo movimento rischia di trovarsi davanti a cambiamenti irreversibili, confini stravolti, alleanze traballanti, e una cultura politica internazionale che può venire riscritta secondo regole religiose severe.

 

È un monito inquietante, la religione, se intrecciata al potere, non conosce compromessi.

 

Peggio dei Sunniti?

 

No.

 

È importante non cadere nella semplificazione secondo cui uno è peggiore dell’altro.

 

Nella storia e nella realtà geopolitica contemporanea ci sono esempi di estremismi sia tra gruppi di matrice Sunnita che Sciita (come è accaduto con gruppi violenti riconducibili a entrambe le tradizioni), ma questo non permette di dire che “gli sciiti sono peggio” o viceversa.

 

Le differenze tra Sunniti e Sciiti sono innanzitutto teologiche e storiche, non un bilancio morale netto di meglio o peggio.

 

La stragrande maggioranza degli attentati terroristici violenti attribuiti a milizie islamiste sono stati compiuti da gruppi che si rifanno all’Islam Sunita (come Al‑Qaeda, ISIS e varie affiliate).

 

Questi gruppi hanno rivendicato o sono stati collegati a migliaia di attacchi con centinaia di migliaia di vittime in Asia, Medio Oriente, Africa e Europa negli ultimi decenni.

 

Però, Hezbollah è legato allo Sciismo, ed è considerato organizzazione terroristica da diversi Paesi e ha compiuto attacchi rilevanti, specialmente contro obiettivi israeliani e occidentali, anche in Italia.

 

Quindi attenzione, perché abbiamo “importato” questo concetto e modello in Italia, pro-Pal, flottiglie e “architetti” come Mohammad Hannoun.

 

Ah, per la cronaca, Osama bin Laden ha studiato principalmente “ingegneria civile” all'Università Re Abdulaziz di Gedda, in Arabia Saudita, dove ha conseguito una laurea.

 

Durante gli anni della scuola superiore, ha frequentato anche un istituto prestigioso a Gedda dove studiava l'inglese con professori madrelingua e ha avuto esperienze di studio a Beirut e Oxford.

 

Architetti, ingegneri civili, laureati e professionisti che finiscono per fare gli stessi lavori, competere sugli stessi cantieri, sugli stessi progetti …

 

Comunque.

 

Nel frattempo, in Italia, la realtà è altrettanto inquietante, basi operative, cellule dormienti e network jihadisti si muovono silenziosi sul territorio, pronti a sfruttare ogni tensione internazionale.


L’Occidente finge neutralità, ignora la minaccia reale, e applaude gesti simbolici che non proteggono nessuno e che rischiano solo di provocare reazioni violente.

 

E arriveranno.

 

E come se arriveranno.

 

È uno schiaffo alla realtà, chi protesta per la libertà viene massacrato, chi applaude gesti simbolici non ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

 

L’Italia si trova tra due fuochi, da una parte un’Europa e un’Occidente paralizzati dal politicamente corretto, dall’altra chi, sfruttando la debolezza culturale e politica, prepara basi operative per l’estremismo islamico sul nostro territorio.

 

Non è più tempo di diplomazia a bassa voce o di compromessi da salotto, servono occhi aperti, coraggio politico e una cultura della difesa che protegga le nostre libertà prima che sia troppo tardi.

 

L’Occidente può continuare a fingere neutralità e a guardare dall’altra parte, ma la verità rimane, chi tace davanti alla violenza, alla menzogna e alla svendita dei valori, è complice.

 

E l’Italia, se non si sveglia, rischia di essere la prossima a pagare il prezzo più alto.

 

Ora servono mani sporche e decisioni scomode.

 

Ora servono mani sporche e decisioni scomode.

 

Cazzo, ora servono mani sporche e decisioni scomode.

 

Niente mezza misure.

 

Fine della resa.

 

Fine del politicamente corretto.

 

Fine dell’ingresso in Italia da parte di chi non porta nulla di buono.

 

Basta con la politiche sinistre finalizzata allo sfascio totale...



a cura di Mino e Fidi@s


Zohran Mamdani, i have a dream...
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