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IL SINDACO DI NEW YORK GIURA SUL CORANO...

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  • Tempo di lettura: 3 min

Mamdani alla cerimonia di insediamento  come sindaco di New York, presta giuramento sul Corano del nonno e su quello appartenuto ad Arturo  Schomburg, storico afro-americano.

 

Una splendida e sentita cerimonia privata.

 

Ma come privata?

 

Certo, privata ed esclusiva.


Come si conviene ai VIP, ai radical chic.

 

Le cerimonie private si fanno per vivere momenti intimi, autentici e senza stress, concentrandosi sull'essenza dell'evento (come un matrimonio, un anniversario o un compleanno) piuttosto che sulla grande festa, grazie a una maggiore personalizzazione, costi ridotti che permettono di investire in esperienze di lusso e la libertà di scegliere location e dettagli esclusivi, lontano dalle pressioni sociali.

 

Cazzo... sei il sindaco di new York... ma quale cerimonia privata?

 

Quasi 9 milioni di Newyorkesi e lui fa una festa privata per governare la popolazione.


E come lo fa?

 

Giurando sul Corano del nonno e su quello appartenuto a Schomburg.

 

Ma no, infatti... ma che cazzo ce ne frega della Costituzione americana.


Quella  legge fondamentale degli Stati Uniti, promulgata nel 1787, che stabilisce una repubblica presidenziale federale basata sulla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e su un sistema di pesi e contrappesi, ispirata a idee illuministe e di Montesquieu.


No, lui parte con Arturo Schomburg, uno storico e attivista afroamericano cruciale per la Rinascita di Harlem (Harlem Renaissance), il cui Corano è stato utilizzato dal nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, per il suo giuramento, insieme a quello del nonno.

 

L'uso di questi testi sottolinea la diversità culturale e storica della città, poiché Schomburg fu un importante collezionista e promotore della storia e cultura nera.

 

D'altronde Trump non negozia: bombarda.

 

Se sei un narcos, sei un obiettivo militare.

 

Processo abbreviato: esplosivo.

 

Gaza è diventata una parola che ognuno usa per dire qualcos’altro.

 

Nessuno parla più dei civili, tutti parlano per tifoserie.

 

Israele combatte per sopravvivere, ma ogni bomba gli costa un pezzo di legittimità internazionale.

 

Vincere la guerra, perdere il mondo.

 

L’Occidente predica diritti umani di giorno e li sospende di notte “per ragioni strategiche”.

 

Le piazze europee scelgono sempre il colpevole più semplice.

 

Capire è faticoso, urlare è gratis.

 

La politica non risolve: prende posizione.

 

È più veloce, rende meglio sui social.

 

La pace è l’unica cosa che tutti nominano e nessuno pratica.

 

Troppo scomoda, non fa hashtag.

 

La realtà va a destra, a sinistra si discute, al centro si rimanda.

 

Intanto il mondo accelera.

 

E come se non bastasse, nel teatrino globale nel 2026 entra pure il giuramento.


Non più sulla Costituzione, che è noiosa, vecchia, piena di limiti.


Meglio il simbolo.

 

Fa più click.

 

Fa più identità.

 

Fa più rissa.

 

Il punto non è il Corano.

 

Chiariamolo subito, prima che parta la fanfara degli indignati professionisti.


Il punto è la sostituzione del principio con il gesto.


Lo Stato non ti chiede in cosa credi.

 

Ti chiede a cosa obbedisci.


E se il messaggio che passa è “la legge viene dopo, la fede prima”, allora non è inclusione.

 

È confusione istituzionalizzata.

 

La Costituzione serve proprio a questo: a far convivere chi crede in Dio, chi in Allah, chi in niente e chi solo nel mutuo a tasso fisso.


È il patto minimo comune, non il simbolo massimo personale.

 

Ma oggi funziona così, se giuri sulla Costituzione, sei grigio, se giuri su un testo religioso sei “coraggioso”, se metti in discussione la cosa sei automaticamente fascista, islamofobo, medievale e probabilmente pure mal pettinato …

 

È la stessa logica vista a Marassi, la stessa vista ovunque, la morale a consumo, l’indignazione selettiva, il diritto piegato alla narrazione.

 

Marassi?

 

Si, a Genova, il carcere di Marassi, davanti alla struttura si è svolto un presidio di solidarietà con Mohammad Hannoun e bla, bla, bla …

 

E intanto la politica diventa cosplay.


Non governa, rappresenta.


Non decide, segnala virtù.


Non unisce, divide meglio.

 

Il paradosso finale è questo, nel nome dell’inclusione stiamo togliendo di mezzo l’unica cosa che include davvero tutti.


La legge uguale per chiunque, senza aggettivi, senza tappeti, senza altari.

 

Poi ci chiediamo perché il mondo è sempre più tribale, più nervoso, più stupido.


Non è un mistero.

 

È un metodo.

 

Fine.


Sipario.


E buon anno davvero, che con queste premesse, ce ne sarà bisogno più di quanto vogliamo ammettere...

 

E da New York, filiale di Teheran, è tutto...

 

Sparpajateve...


a cura di Mino e Fidi@s


image mix dal web
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