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IL NUOVO GIOCO DI TRUMP: il Risiko…

  • oposservatoriopoli
  • 20 gen
  • Tempo di lettura: 7 min

Risiko, è un famoso gioco da tavolo di strategia militare, variante italiana dell'originale Risk, in cui l'obiettivo è conquistare il mondo o un obiettivo segreto tramite tattiche di posizionamento e combattimento con dadi, usando armate rappresentate da carri armati su una mappa del mondo, divisa in territori e continenti, con turni scanditi da rinforzi, attacchi e spostamenti strategici. 

Chi non ha giocato a Risiko?

Obiettivi folli.

Conquistare 24 territori.

Conquistare 18 territori tenendoli però tutti occupati con almeno due armate ciascuno.

Conquistare il Nord America e l'Africa, conquistare il Nord America e l'Oceania.

Conquistare l'Asia e il Sud America, conquistare l'Asia e l'Africa.

Conquistare la Groenlandia.

No, non mi sembra ci fosse, non ricordo bene però è un obiettivo che gira nell’aria.

L'idea che la Groenlandia appartenga agli Stati Uniti è una proposta storica e geopolitica, non una realtà, che nasce da motivi strategici, economici e di controllo territoriale, nonostante la Groenlandia sia politicamente danese, ma geograficamente in Nord America e questo dualismo genera spesso dibattiti sulla sua possibile cessione, anche se resta un'idea più di fantasia politica che concreta.

E Trump, di certo, non si fa mancare il gioco.

Gli Stati Uniti vedono la Groenlandia come un territorio strategico per il controllo artico, la sua posizione geografica, le risorse naturali (petrolio, gas, minerali) e le rotte marittime.

Ci sono stati presidenti americani, come Donald Trump, che hanno pubblicamente discusso l'idea di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, ma queste proposte sono state respinte con decisione dal governo danese e dalla popolazione groenlandese.

La Groenlandia è una nazione costitutiva del Regno di Danimarca, ma gode di ampia autonomia.

Geograficamente è in Nord America, ma politicamente legata all'Europa, ma questo non fermerà il biondo conquistatore.

L'idea è una suggestione geopolitica che emerge periodicamente, ma la Groenlandia rimane danese, sebbene con una forte spinta all'indipendenza e una crescente attenzione internazionale per il suo ruolo strategico.

Chissà se Trump è dello stesso parere?

Sembra che non ci siano molte barriere o leggi che impediscano agli Stati Uniti di penetrare un paese estero, allo stesso modo, nessuno vieterà alla danimarca di difendersi.

Ma, sarà in grado di farlo?

Se gli Stati Uniti attaccassero la Danimarca per prendere la Groenlandia, entreremmo subito nel territorio di scenari geopolitici estremamente complessi e delicati, con conseguenze quasi certamente catastrofiche a livello diplomatico e militare.

Ecco una panoramica pratica di cosa succederebbe, di sicuro la reazione della Danimarca.

La Groenlandia è un territorio “autonomo” della Danimarca.

Qualsiasi aggressione militare verso la Danimarca o i suoi territori sarebbe considerata un atto di guerra.

L’esercito danese, pur piccolo, resisterebbe inizialmente, soprattutto tramite difese costiere e radar.

Inoltre, la Danimarca è membro della NATO, quindi invocherebbe l’articolo 5, un attacco a un membro della NATO è considerato un attacco a tutti i membri.

Qui la situazione diventa critica.

La NATO è composta da potenze come Germania, Francia, Regno Unito, Canada e altri.

La maggior parte di questi paesi non tollererebbe che gli USA agissero unilateralmente contro un alleato.

Si arriverebbe a una crisi interna enorme, e la credibilità degli USA verrebbe distrutta all’interno dell’alleanza.

Alcuni scenari ipotetici parlano persino di sanzioni o isolamento diplomatico degli USA.

Poi arriverebbe la risposta della Cina, Russia e altre potenze.

Potrebbero approfittarne per destabilizzare ulteriormente la situazione, aumentare la pressione sugli USA e rafforzare la loro influenza geopolitica.

Non sarebbe una “guerra locale”, sarebbe uno scontro che minaccia l’ordine mondiale.

Ma non sarebbe la prima volta.

In breve, l’attacco porterebbe a una guerra totale con la NATO, isolamento internazionale degli USA e disastro economico e politico globale.

Non è realistico pensare che Washington lo farebbe, perché i rischi supererebbero di gran lunga qualsiasi beneficio strategico della Groenlandia (che già oggi ospita basi militari statunitensi tramite accordi, quindi ottengono ciò che vogliono legalmente).

Eppure Trump non manca mai all’appuntamento con l’esternazione di volere a tutti i costi del pezzo di terra freddo e isolato.

Trump, come fa spesso, non aspetta la diplomazia, twitta davanti a centinaia di giornalisti: “La Groenlandia è strategica, la Danimarca non la protegge abbastanza…

Noi la prenderemo! Grande idea, grande America!”

Beh, allora che la Meloni riferisca in parlamento.

E sì, perché spesso si punta il dito contro l’attuale premier che, a dire dell’opposizione, non ferma l’avanzata degli yankee.

Trump attacca Maduro.

La Meloni riferisca in parlamento.

Trump non ferma Israele.

La Meloni riferisca in parlamento.

Trump sorride in tv?

La Meloni riferisca in parlamento.

Gaza è esposta agli attacchi di Israele?

La Meloni riferisca in parlamento.

In questi giorni gli Stati Uniti, guidati dal condottiero Donald Trump hanno lanciato una vasta operazione militare, su larga scala, contro il Venezuela, che come sappiamo, ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e alla sua incriminazione in tribunale a New York su accuse di narcotraffico e armi.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

Sotto c’è dell’altro.

Sotto c’è molto altro.

Ma Trump non solo rivendica l’azione come un “successo brillante”, infatti, ha perfino parlato di prendere controllo degli interessi venezuelani (come il petrolio) come se fosse cosa naturale, alla fine la conquista è affar loro.

Quindi, della sua personalissima marcia sulla Groenlandia e sul Messico non si può protestare, altrimenti si fa la fine dei venezuelani dissidenti.

Signori, questo non è uno scenario diplomatico normale, è un salto di qualità verso un interventismo diretto, che scuote alleanze e istituzioni internazionali, e ovviamente, accende dibattiti feroci nei parlamenti europei.

E la Meloni?

La Meloni ha già dovuto intervenire più volte sulla politica estera globale, non perché lo faccia per diletto, ma perché gli eventi lo impongono.

Ad esempio, ha condannato la morte di giornalisti a Gaza sotto il fuoco israeliano, prendendo posizione senza circumnavigare la questione ma rimane sempre e solo il premier italiano, un premier delle 44 nazioni che compongono l’UE.

E gli altri 43 premier?

Tacciono.

Ovvio.

E dal fronte mediorientale?

La situazione di Gaza resta estremamente delicata.

Anche se Trump ha lavorato, almeno a parole, su piani di tregua e negoziati e ha incontrato Netanyahu per spingere una “fase 2” di cessate-il-fuoco, la striscia di Gaza rimane esposta agli attacchi israeliani e alla violenza.

Non è una novità.

Trump agisce da protagonista senza freni istituzionali forti.

Ma non è il solo perché il mondo è pieno di leader che giocano a fare lo stesso, spesso senza guardare le regole internazionali o i costi umani delle loro azioni.

Pensa a governi che ignorano risoluzioni ONU, che invadono territori per interessi strategici o economici, che muovono eserciti e flotte come pedine di scacchi mentre la popolazione civile paga il prezzo.

L’esempio più vicino è quello di Russia in Ucraina o Israele a Gaza, decisioni di pochi al vertice che trasformano intere aree in zone di guerra.

In pratica, Trump è solo la versione americana e spettacolare di una tendenza globale, l’uso del potere come show mediatico e politico, dove il confine tra diplomazia e azione unilaterale diventa labile, e altri leader, dall’Europa all’Asia, dal Medio Oriente all’America Latina, seguono logiche simili, anche se meno visibili o teatrali.

Il problema è l’opposizione in Italia.

Si.

Sissignori, l’opposizione.

Che due palle, non smettono mai di lagnarsi.

Ogni volta che succede qualcosa all’estero, Trump attacca Maduro, Israele fa fuoco su Gaza, o anche solo il Sole sorge male, loro devono salire in piedi e strillare in Parlamento come se stessero salvando la patria.

Non importa quanto la situazione sia complessa, la narrazione è sempre la stessa. “Scandalo! Vergogna! L’esecutivo non fa abbastanza!”

Mai un’analisi seria dei rischi reali, mai un’idea costruttiva.

È un continuo giochino politico, fatto di urla, comunicati e hashtag, mentre il mondo va avanti e l’Italia si trova nel mezzo di decisioni prese da altri paesi con eserciti, missili e petrolio in mano.

Che palle.

Insomma, l’opposizione italiana è il classico commentatore nervoso davanti a un uragano globale: grida, sbraita, fa la morale… ma il disastro continua lo stesso.

Gaza, Israele, Palestina, Maduro … ogni scusa è buona per scioperare, manifestare, attaccare il Governo.

Ma che c’entra il Governo?

Piove - Governo ladro.

No, non funziona più così.

Anzi, non ha mai funzionato così.

È vero che siamo nell’Italia dei cachi ma la razionalità, vince sempre sulla demenza.

Insomma, l’opposizione italiana è il classico commentatore nervoso davanti a un uragano globale, grida, sbraita, fa la morale… ma il disastro continua lo stesso.

Non ci credete?

Uno per tutti.

La protesta di piazza per il “Venezuela libero” indetta dalla sinistra estrema italiana (Potere al Popolo, Rifondazione Comunista ecc ecc) è ormai slogan da social contro l’imperialismo americano che inneggia “Maduro libero”.

Purtroppo però, la nostra piccola realtà rossa si è scontrata con una serie di comitati autoctoni, fra i quali, ad esempio i “Venezuelani a Genova” che non l’hanno mandata a dire, contrastando la piazza italiana con frasi del tipo: “Inaccettabile parlare di noi e ignorare l’oppressione del regime”, "Non spiegateci cos'è la democrazia" … mentre la sinistra insiste con i propri slogan, del tipo: “L’azione voluta dall’amministrazione Trump rappresenta un atto criminale e l’ennesima, gravissima violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.”

Risultato?

Un gigantesco spettacolo di posture morali, tutti pronti a mostrarsi indignati, tutti pronti a prendere la piazza come se fossero loro i padroni della verità, senza che nessuno glielo abbia chiesto.

Anzi.

La domanda che nasce spontanea è proprio: ma chi cazzo gliel’ha chiesto?

Nessuno!

Non hanno mandato nessuno a fare quella figura di merda, si sono autoinvitati sul palco dell’indignazione internazionale.

È l’ossessione della sinistra italiana per l’apparire “morale” più che per l’efficacia politica, più urli e più sei rispettabile nel loro mondo, anche se il risultato è solo confusione e imbarazzo altrui.

In sintesi, sono come quei tifosi che urlano dalla tribuna anche se non hanno la palla in mano, pronti a fare la scena per dimostrare che esistono, anche se nessuno gli ha chiesto niente.

E dalla kefiah al sombrero, come al solito, c’è voluto un attimo...

Hasta Viviani...



a cura di Mino e Fidi@s


Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana
Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana


 
 
 

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