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Garlasco: Dove inizia e finisce il dovere di cronaca?

  • oposservatoriopoli
  • 14 minuti fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Chiudo gli occhi.


Provo a pensare.

 

Il caso di Garlasco è tornato, ancora una volta, al centro dell’attenzione pubblica.


Titoli, speciali televisivi, interviste, ipotesi, opinionisti e cosiddetti esperti.


Un flusso incessante che sembra non conoscere tregua.

 

Ed è proprio qui che, a mio avviso, dovrebbe nascere una riflessione necessaria: esiste ancora un limite tra il diritto di informare e la trasformazione di un efferato evento in spettacolo?

 

Sia chiaro: il giornalismo d’inchiesta resta uno degli strumenti più importanti di una società democratica.


Molti casi sono stati riaperti, approfonditi o persino risolti grazie al lavoro rigoroso di giornalisti capaci di scavare dove altri non avevano cercato.

 

Informare è un dovere, così come è un diritto dei cittadini essere informati.

 

Ma ciò che sta accadendo attorno al caso Garlasco sembra andare oltre.


Molto oltre.


Il confine si è rotto: la cronaca è diventata metafora della legge di domanda in microeconomia.


Ogni indiscrezione genera traffico, ogni nuova ipotesi si traduce in clic, visualizzazioni, ascolti.


Più si legge, più gli algoritmi premiano, più si trasmette e più cresce l’audience.

 

È il meccanismo perfetto, specchio della quotidianità contemporanea: il mistero affascina, il sangue versato richiama, ciò che appare incomprensibile ci ossessiona.

 

I casi di cronaca nera colpiscono, generano emozioni, talvolta rabbia e sdegno, altre volte risucchiano il midollo, ipnotizzano il lettore e lo spettatore.


Spesso, senza che ce ne rendiamo conto, ci costringono a guardare dentro le nostre paure più profonde: la morte improvvisa, il male nascosto nella normalità, l’idea che l’orrore possa vivere accanto a noi senza avere un volto riconoscibile.


Forse è proprio questo il motivo per cui non riusciamo a distoglierne lo sguardo.

 

Il trauma si traduce in narrazione, il racconto genera l’illusione di comprendere ciò che, in realtà, continua a sfuggirci.

 

Ma quando la ricerca della verità lascia spazio alla ricerca compulsiva dell’attenzione, qualcosa si spezza, decisamente.

 

Un caso drammatico come quello di Chiara Poggi sta lentamente assumendo le caratteristiche di un prodotto mediatico seriale.


Si susseguono volti, ipotesi, un nuovo indagato, ricostruzioni senza fine, alimentate dalla suspense e dalla necessità continua di offrire un nuovo dettaglio al pubblico.

 

La domanda allora diventa inevitabile: quale sarà il prossimo passo? Una nuova serie Netflix?

 

Probabilmente, il primo e inconsapevole carnefice siamo proprio noi che guardiamo, leggiamo, consumiamo.


Finché continueremo a trasformare la sofferenza altrui in intrattenimento, ci sarà sempre qualcuno disposto a venderla.

 

Nonostante tutto, in mezzo a questo rumore, trovo un interrogativo nascosto, importante, che raramente compare nei titoli, in TV o nelle infinite analisi di addetti ai lavori: quando Chiara troverà davvero pace?


In cielo come in terra?

 

"Sparpajateve a sblindo..."

 

a cura di Mara Cozzoli e Mino


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