Caso Moro: Sapevano dov'era …ma doveva morire...
- oposservatoriopoli
- 11 nov 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Partiamo da quello che raccontava favolette, prendendo per il culo il popolo italiano: Romano Prodi.
Ma sì, proprio quello che ci raccontò che con l’euro “avremmo lavorato un giorno in meno e guadato come se avessimo lavorato un giorno in più.”
Proprio lui, il 10 giugno 1981, chiamato a testimoniare davanti alla “Commissione Moro”, dichiarò che, a seguito di una seduta spiritica avvenuta nel 1978 (alla quale parteciparono anche il politico Mario Baldassarri e l’ex Ministro dell'Industria e del Commercio Alberto Clò), ebbe contatti sede indicazioni da entità attraverso dei sogni riguardanti proprio il caso Moro, tra cui l'ubicazione del covo di via Gradoli, che si rivelò poi un vicolo cieco.
O meglio, che si rivelò un vicolo volutamente accecato.
Sebbene l'episodio abbia avuto risvolti enigmatici, Prodi , che non era un politico al momento dell'evento, le indagini della seduta portarono a un'errata perquisizione a Gradoli (Viterbo), mentre la via omonima a Roma, dove Moro era realmente tenuto prigioniero, fu ignorata.
Per la serie..."quando le cose si fanno a cazzo...".
O forse no...
Orbene, arriviamo al nostro “pezzo” d’inchiesta di oggi.
Il volume intitolato "Mi sento abbandonato. La vera storia della trattativa per salvare Aldo Moro", scritto a due mani da Martelli e De Leo e pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Solferino Editore, propone una rilettura del sequestro Moro (dal 16 marzo al 9 maggio 1978) che focalizza due elementi chiave: la trattativa interrotta, e le lettere di Moro non considerate nella loro potenziale valenza investigativa.
Martelli si occupa della parte politica: le scelte dietro la linea della fermezza e la tensione fra le forze politiche dell’epoca.
De Leo esplora i retroscena e ricostruisce testimonianze inedite, documenti fino ad allora poco considerati.
L’elemento “scoperchiato” che richiama l’attenzione è una lettera inviata da Moro a Francesco Cossiga (allora ministro degli Interni) nella quale, secondo alcuni studi citati nel libro, compare una frase che - letta come anagramma potrebbe indicare l’indirizzo esatto dove Moro era stato tenuto prigioniero.
L’anagramma: cosa dice e perché è importante?
Lo studio citato dal duo Martelli/De Leo rimanda al lavoro del saggista Carlo Gaudio, secondo il quale la frase “che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato”, contenuta nella lettera del 29 marzo 1978, sarebbe un anagramma perfettamente leggibile come:
“e io so che mi trovo dentro il p.o. uno di Montalcini n.o otto”.
Se fosse vero, ciò significherebbe che Moro aveva individuato – o intuito – l’esatto luogo della sua detenzione (via Montalcini, numero 8, 1 piano) e l’aveva comunicato tramite un messaggio cifrato, che però non venne compreso o forse non si volle comprendere.
La passione di Moro per gli anagrammi e i giochi di parole è ben documentata, il libro segnala che amici e studiosi dell’epoca avevano già ipotizzato che le sue lettere avessero un contenuto nascosto.
Ma nessuno se ne accorse. Con tutte quelle forze messe in campo non si trovò qualcuno in grado di comprendere.
Strano...no?
Perchè poi, a distanza di tanti anni, il buon Carlo Gaudio trova facilmente la soluzione...
I lati oscuri e le “combriccole” della politica e dello Stato …
Il racconto di Martelli e De Leo indica una serie di omissioni, errori e possibili volontà di non scavare a fondo.
Alcuni dei temi che emergono la linea della fermezza contro la trattativa, il partito della fermezza – che secondo il volume trainava la posizione della Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano (PCI) – non avrebbe voluto che le lettere di Moro fossero prese sul serio, perché riconoscerle avrebbe implicato una trattativa e dunque un’ammissione di debolezza dello Stato.
E le omissioni investigative?
Vengono riportati casi come lo scandaglio del lago della Duchessa dove si cercò perfino Moro senza risultato; oppure l’episodio in cui la polizia, arrivata davanti a un appartamento dove si pensava fosse detenuto, non entrò per l' assalto finale credendo che fosse uno scherzo.
Analizziamo il comportamento delle BR e il covo.
Secondo l’analisi, Moro non era trattato come un prigioniero in condizioni estreme ma conservava capacità di scrivere, ragionare e inviare segnali – come suggerisce il presunto anagramma.
Questo potrebbe indicare che i sequestratori erano confidenti, erano protetti o avevano coperture interne.
Lo studio cita un’intervista fatta a membri delle Brigate Rosse in cui si afferma che Moro “poteva lavarsi quattro volte al giorno, scrivere quando voleva, muoversi” all’interno del covo.
Non vi appare tutto molto strano?
La politica che sceglie il silenzio…
Martelli riporta che la moglie di Moro, Eleonora, lamentò la scarsissima risposta dello Stato alle richieste di mediazione della Croce Rossa Internazionale e della Caritas.
Un documento parlamentare citato nel volume fa emergere lo “scoraggiamento” verbale o pratico nei confronti degli organismi umanitari che volevano intervenire.
In sostanza, ora ne abbiamo le prove, diciamolo chiaramente: Stato, apparati investigativi, partiti politici erano tutti attivi - ma soltanto per proteggere sé stessi ed i propri equilibri. Non per salvare Moro.
Noi di OP ci facciamo molte domande, forse troppe, ed ora ve ne giriamo alcune.
Se Moro aveva indicato dove si trovava, perché non è stato salvato?
La risposta non può essere solo tecnica: è politica, strategica, morale.
È plausibile che alcune istituzioni o forze politiche abbiano preferito che la vicenda finisse così – con la morte dello statista – piuttosto che mettersi in gioco o aprire una crisi istituzionale?
Il libro pone questa domanda senza darne piena risposta.
Se la carta dell’anagramma fosse davvero valida, c’è stato solo un fallimento degli organi di intelligence oppure si è trattato di una decisione consapevole nel non agire?
Le Brigate Rosse, nell’ombra, potevano contare su coperture più ampie di quanto si crede: silenzi politici, filtri investigativi inefficaci o connivenze latenti.
Perché le lettere di Moro sono state così a lungo discreditate?
Il libro sostiene che fu avviata una campagna per minare “non solo la moralità del prigioniero, ma perfino la sua integrità mentale”.
Quindi, a nostro modesto avviso, il libro di Martelli e De Leo impone una riflessione scomoda: il dramma di Aldo Moro non fu solo rapimento, non fu solo terrorismo, non fu solo un fallimento investigativo.
Fu anche un fallimento politico dello Stato che non volle salvare uno dei suoi uomini più rappresentativi.
L’anagramma presunto nella lettera diventa simbolo di qualcosa che poteva essere ma non è stato: una pista, un segno, un appello.
Che sia stato “non capito” per incompetenza o “non voluto capire” per strategia resta una domanda che ancora oggi scuote la memoria e la fiducia delle Istituzioni italiane.
La “nostra” breve conclusione.
Nel caso Moro non ci fu solo un sequestro, ci fu una resa coordinata dello Stato, un gioco di omissioni, silenzi e verità manovrate in cui si intrecciarono politica, magistratura, servizi segreti e interessi internazionali.
Dietro le parole di facciata - “linea della fermezza”, “ragion di Stato”, “non si tratta con i terroristi” - si muoveva un labirinto di bugie, fughe d’informazioni, ordini contraddittori e coperture reciproche.
I servizi segreti italiani si dividevano fra chi voleva agire e chi aspettava segnali da Washington (CIA); la magistratura oscillava tra l’obbedienza istituzionale e il timore di toccare fili scoperti; la politica, infine, usava Moro come pedina per tenere in piedi equilibri di potere che il suo rapimento rischiava di far crollare.
La CIA e altre centrali d’intelligence osservavano, sapevano, e forse - come sostengono molti studiosi - non avevano alcun interesse che Aldo Moro tornasse vivo.
Un Moro libero avrebbe cambiato l’Italia e l’Europa: avrebbe aperto al compromesso storico, incrinato la NATO e messo in discussione il controllo americano sul Mediterraneo.
Meglio un martire che un negoziatore scomodo.
Si, meglio un martire …
Così, mentre Moro scriveva dal suo carcere di via Montalcini lettere dense di disperazione e di indizi, lo Stato “fingeva” di cercarlo.
Lo cercava nei laghi, nei boschi, negli scantinati, ma non in quella via Montalcini n. 8 che lui stesso - secondo l’ipotesi dell’anagramma ricostruita da Martelli e De Leo - aveva indicato in una delle sue lettere.
D’altronde, se lo Stato permette ad un allora giovane Prodi, professore di economia all’Università di Bologna e simpatizzante dell’area cattolico-democratica di prenderlo per il culo pubblicamente tramite una seduta spiritica dove provarono a evocare “gli spiriti” di Giorgio La Pira e don Sturzo per chiedere dove fosse tenuto Moro, beh, il resto è tutta una commedia, compresa la risposta dello “spirito” che riferì loro: “Gradoli” …
Forse non lo capirono.
Forse non vollero capirlo.
Ma il risultato non cambia: Aldo Moro fu sacrificato da tutti...
E non fu l'unico.
Perché dopo di lui sono morti tutti coloro che provarono a cercare la verità...
Strano...no?
a cura di Mino e Fidi@s
(image: Aldo Moro, foto di repertorio)










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