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BOLOGNA E LA VIGNA DEI CAZZARI: la pista che non portava da nessuna parte...

  • oposservatoriopoli
  • 27 nov 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

(La targa farlocca sull’omicidio Mattarella: anni buttati e una verità ancora inchiodata)

 

Per anni ci è stata raccontata e propinata come una pista solida.

 

Una targa.

 

Una città.

 

Un collegamento che prometteva di aprire porte, incastrare responsabilità, magari arrivare finalmente a una verità piena sull’assassinio, efferato, di Piersanti Mattarella.


E invece no.

 

Tutto fumo.

 

La famosa “targa di Bologna” non esisteva nei termini in cui è stata venduta all’opinione pubblica.

 

Venduta, svenduta, liquidata in saldo …


Tacci vostra.

 

Quella che veniva evocata come chiave decisiva era in realtà una costruzione fragile, un castello logico poggiato sulla sabbia in un giorno di tempesta, la targa dell’auto usata per l’omicidio era falsa, composta dall’unione di due targhe rubate, entrambe di Palermo.

 

Un trucco vecchio quanto i delitti organizzati, ovvero confondere, rallentare, disperdere.

 

Ma è possibile che tutto questo non susciti indignazione e attenzione da parte di altre procure?

 

Ma possibile che non ce ne sia uno buono che …

 

Vabbè.


Lasciamo perdere...

 

Eppure questa circostanza farlocca non è mai stata il cuore del racconto mediatico.

 

Anzi, per anni si è insistito su tutt’altro.

 

Si è lasciato intendere che l’elemento “Bologna” fosse decisivo, misterioso, risolutivo.

 

Il risultato?

 

Una montagna di articoli, sospetti, dietrologie.

 

E oggi scopri che quella montagna stava su fondamenta marce.

 

Non è solo un errore investigativo.


È una sconfitta dello Stato.

 

Che poi chiamarlo errore…

 

Perché quando un’ipotesi sbagliata viene tenuta in vita per anni, non è distrazione: è ostinazione!

 

Quando una pista inefficace viene martellata nell’immaginario collettivo, non è caso: è scelta narrativa.

 

È insistenza.

 

È fare ciò che si vuole a discapito del ruolo che si ricopre.

 

Bisogna urlarlo...è depistare...

 

E quando nessuno, dentro i palazzi, sente il bisogno di dire “abbiamo sbagliato”, allora non è più solo inefficienza.

 

È mancanza di coraggio.

 

Il danno più grave non è quello giudiziario.


È quello civile.

 

Anche perché qualcuno dovrebbe ammettere che “ha voluto sbagliare!”

 

Il che è diverso …

 

Perché ogni volta che una falsa pista regge più a lungo della verità, il messaggio è uno solo: la verità non è prioritaria.

 

È negoziabile, adattabile, discutibile,opinabile, rinviabile.

 

E in questo Paese i rinvii diventano tombe.

 

Il punto non è Bologna come città.


Il punto è il meccanismo.

 

Un meccanismo che trasforma un dettaglio tecnico in leggenda, una verifica mancata in mito, un errore in strada obbligata.

 

Un sistema in cui certe narrazioni sopravvivono più delle prove e le inchieste diventano romanzi, mentre i fatti restano a guardare.

 

Oggi quella targa è quello che era fin dall’inizio: un diversivo.

 

Ma perché?

 

Più che altro, per chi?


E il fatto che ci si sia arrivati così tardi è una colpa collettiva.

 

Non servono nuove commissioni.


Non servono celebrazioni.


Serve una parola che in Italia fa paura: responsabilità!

 

Responsabilità di chi indaga.


Responsabilità di chi comunica.


Responsabilità di chi ha preferito riempire pagine invece che fare pulizia.

 

E se questa storia deve insegnare qualcosa, è semplice e brutale, le menzogne investigative non crollano da sole.


Vanno fatte cadere.

 

Perché ogni giorno che una pista falsa resta in piedi, una verità resta in ginocchio.

 

Chiudiamo l’articolo con un finale che non accarezza nessuno e non insinua a vuoto, ma ragiona, collega i fatti e li porta dove fanno male: al potere!

 

Eccolo il finale che nessuno vuole scrivere.

 

A questo punto una domanda non è solo legittima.

 

È obbligatoria: a chi ha fatto comodo?

 

Perché errori così non sono mai neutri.

 

No.

 

Non sono incidenti isolati.

 

Non sono sviste da correggere con una nota a piè di pagina dopo trent’anni.

 

Quando una pista sbagliata viene tenuta in vita per decenni, non è più una svista: è una funzione ...

 

Deviare un’indagine non significa solo “non trovare il colpevole.

 

Significa soprattutto proteggerne altri.

 

Significa spostare l’attenzione, congelare responsabilità più grandi, impedire che alcune domande arrivino troppo in alto, troppo vicino, troppo dentro le stanze giuste.

 

Inseguire una targa che non esiste serviva a questo, a “non guardare altrove”

 

Tutto questo è terribile.

 

Inseguire una targa che non esiste a non guardare le complicità vere.


A non guardare i livelli superiori.


A non guardare i rapporti indicibili.

 

Quando l’investigazione si consuma su un dettaglio fasullo, il resto del quadro resta al buio.

 

E il buio, in Italia, non è mai casuale: è amministrato.

 

È amministrativo …

 

E poi c’è l’altra parte della storia.

 

La più amara.

 

In questi anni qualcuno non ha “perso tempo”.


Qualcuno ha costruito carriere.

 

C’è chi è diventato esperto mediatico.


Chi ha fatto convegni.


Chi ha scritto libri.


Chi ha parlato a reti unificate.


Chi ha ricevuto riconoscimenti, incarichi, avanzamenti di carriera.

 

Mentre la verità restava ferma, le biografie avanzavano.

 

Per seguire una pista falsa non si paga mai il prezzo dell’errore.


In questo Paese, lo si incassa.

 

Il paradosso è tutto qui: chi ha sbagliato ha trionfato.


E chi cercava davvero la verità è stato lasciato indietro.

 

E oggi?


Oggi nessuno paga.


Nessuno risponde.


Nessuno restituisce.

 

Resta la targa finta.


Resta il tempo rubato.


Restano le promozioni.


E resta una verità mutilata.

 

Questa non è giustizia tardiva.


È giustizia mai cominciata.

 

Perché in Italia le inchieste non sempre falliscono.


A volte riescono perfettamente.


Ma nel loro vero obiettivo: non scoprire, bensì coprire...

 

Tacci vostra...



a cura di Mino e Simone Floriti

image - repertorio Rai3
image - repertorio Rai3

 

 
 
 

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