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OP Osservatorio Politico

ACCOGLIENZA CRISTIANA O SOSTENITORI DEL TERRORISMO ISLAMICO?

  • oposservatoriopoli
  • 19 dic 2025
  • Tempo di lettura: 9 min

Probabilmente chi sostiene l’islamizzazione non ne conosce la virtù e neanche i difetti...


Sono due sistemi religiosi fondati su presupposti inconciliabili, che si escludono a vicenda nel loro nucleo più profondo.

 

Non è una questione di dialogo, di buona volontà o di diplomazia interreligiosa: è una questione di dottrina.

 

Per l’islam Gesù non è Dio; per il cristianesimo lo è.

Per l’islam la rivelazione si chiude con Maometto.

Per il cristianesimo è definitiva in Cristo.

Uno nega ciò che l’altro considera verità assoluta.


Da qui nasce una frattura che non può essere ricucita senza snaturare l’una o l’altra fede.


La convivenza civile è possibile.

Forse.

 

L’accordo teologico, no.

 

E non lo sarà mai.

Islam e cristianesimo possono dialogare, convivere, e persino collaborare su singoli interessi. 

 

Ma andare davvero d’accordo, no.

 

Non oggi, non domani, non mai.

 

Non per cattiva volontà, bensì per incompatibilità strutturali.

 

Le due religioni poggiano su visioni opposte dell’uomo, di Dio, della libertà e del potere.

 

Dove il cristianesimo - almeno nella sua evoluzione storica - separa fede e legge, coscienza e Stato, l’islam li fonde.

 

Dove il cristianesimo accetta il dubbio come spazio umano, l’islam lo considera una frattura da sanare.

 

Non è una questione di fanatismi o di estremismi: è teologia che diventa cultura, e cultura che diventa politica.

 

Fingere che queste differenze siano marginali non è dialogo, è autoinganno.

 

La pace non nasce dalla confusione delle identità, ma dal riconoscimento onesto dei limiti.

 

E il primo limite è questo: islam e cristianesimo non parlano la stessa lingua morale, anche quando usano parole simili.

 

Questa è la base di partenza.

 

Ogni Stato protegge I propri cittadini e l’Italia?

 

NO!


L’Italia è stata resa fertile all’invasione islamica dalla possibilità di immigrazione concessa indiscriminatamente negli ultimi vent’anni, soprattutto clandestina.


E non c’è colpa, c’è dolo!


Sinistra, democratici e Vaticano, precursori, finanziatori e benefattori non dell’islamismo ma della Jihad non intesa come uno sforzo spirituale interiore di miglioramento, la Jihad “superiore” quanto invece quella “inferiore” ovvero la resistenza contro l'aggressione o un impegno totale nella causa di Dio, con interpretazioni che variano dal personale all'attivismo politico-militante, come quello dei movimenti jihadisti contemporanei, che spesso rivendicano una difesa dall'Occidente. 

 

Sissignori la “difesa dall’Occidente”.

 

Loro si “difendono da noi” e come si difendono?

 

Grazie all’unico modo che hanno di difendersi, con gli attentati terroristici, soprattutto quelli suicidi.

 

Quindi loro si difendono da noi, ma noi non solo non ci difendiamo, gli apriamo le porta di casa, o peggio, gli abbiamo abbassato il ponte levatorio e gli abbiamo permesso l'ìnfiltrazione capillare nel castello “Italia”.

 

Sono in mezzo a noi, sono tanti, sono silenziosi e non sono come noi.

Sono quelli che mirano alla resistenza contro l'aggressione Occidentale, con un impegno totale nella causa di Dio.

 

La vicenda dell’imam di Torino - al di là dei singoli profili personali - è emblematica di un problema più grande che l’Italia continua a rimuovere.

 

Predicazione ambigua, linguaggio doppio, una linea che ufficialmente parla di pace ma che, nei fatti o nei contesti, strizza l’occhio a una visione incompatibile con i valori laici e costituzionali dello Stato.

 

Non serve l’apologia esplicita del terrorismo: basta normalizzare l’idea di una comunità separata, di una legge “superiore” a quella civile, di un Occidente colpevole per definizione.

 

È così che si prepara il terreno.

 

Il punto politico è un altro, ed è più grave: le istituzioni spesso sanno, ma scelgono di non vedere.

 

Per paura di essere accusate di islamofobia, per calcolo elettorale, per pigrizia culturale.

 

La sinistra, in particolare, continua a confondere la difesa dei diritti individuali con la tolleranza verso strutture ideologiche che quei diritti li negano.

 

E quando qualcuno solleva il problema, la risposta è sempre la stessa: minimizzare, derubricare, silenziare.

 

Così l’imam di turno non diventa un’eccezione da vigilare, ma un sintomo.

 

Il terrorismo non nasce nelle moschee ufficiali, ma prospera nelle zone grigie che la politica rifiuta di illuminare.

 

E finché l’Italia continuerà a trattare queste situazioni come “casi isolati” o polemiche strumentali, continuerà a muoversi disarmata dentro un conflitto che altri, piaccia o no, hanno già dichiarato.

 

Si, siamo in pericolo.

 

I nostri figlio sono in pericolo.

 

Le nostre donne e I nostri anziani sono in pericolo, noi tutti siamo in pericolo.

 

Vogliamo ricordare qualche passo del film “Raqa”?

 

Non lo avete visto?

 

Vi esortiamo nel vederlo, anzi, vedetelo con tutta la famiglia e ragionateci su, specialmente nella compravendita delle donne schiave che servono a fare figli e che non devono essere curate se ammalate, che possono essere stuprate, seviziate e infine uccise perchè se un Mujahidin stupra una schiava comprata, beh, allora questo è il volere di Allah...

 

Questo è l’Islam di oggi, non ce n’è un altro.

 

E noi dovremmo importare questa cultura?

 

Com’è che diceva la signora Boldrini?

 

Si, non la ricordate?

 

Una posizione spesso espressa da Laura Boldrini, che vede i migranti -islamici- come una risorsa e un'avanguardia per il futuro stile di vita e culturale dell'Italia, sostenendo un'integrazione che valorizzi la diversità e il "capitale umano", ma che è stata spesso oggetto di critiche e polemiche, con oppositori che temono una perdita dell'identità culturale italiana e strumentalizzazioni.

 

Capitale umano?

 

Risorse?

 

Forse per le cooperative rosse della raccolta dei pomodori?

 

Non possiamo elencarle tutte però …

 

Karibu & Consorzio Aid - cooperative di Latina.

 

Gestite dalla moglie e dalla suocera di Aboubakar Soumahoro (ex deputato Verdi-Sinistra).

 

Indagate dalla Procura di Latina per omessi pagamenti, irregolarità contrattuali e sfruttamento di lavoratori migranti, con denunce di stipendi non pagati e condizioni igienico-sanitarie precarie.

 

La vicenda ha coinvolto familiari e ha portato a ipotesi di reati come frode, bancarotta fraudolenta e auto-riciclaggio.

 

Nota: qui la contestazione riguarda anche aspetti gestionali e finanziari, oltre allo sfruttamento del lavoro.

 

Cooperative dell’accoglienza a Cuneo - quattro coop finite sotto indagine.

 

Denunciate per aver falsificato ospitalità di migranti per ottenere rimborsi pubblici e per sfruttamento lavorativo dei migranti stessi.

 

I responsabili sono stati denunciati e il tribunale ha disposto sequestri per equivalente su fondi percepiti indebitamente.

 

Cooperativa in Veneto (Padova/Pianiga) - indagine recente.

 

Presidente di una cooperativa è stato indagato (oltre a violazioni su immigrazione) per caporalato e sfruttamento di migranti irregolari, costretti a lavorare senza contratto in cambio di ospitalità e pratiche di regolarizzazione.

 

Andiamo avanti?

 

No, non serve, abbiamo già scritto “quasi” tutto …

 

Il cortocircuito italiano sta tutto qui: cooperative ideologizzate, una sinistra che ha trasformato l’accoglienza in dogma e un pezzo della magistratura che, in nome dell’equilibrio politico, finisce per spostare l’asse della sicurezza nazionale.


Per anni il sistema delle cosiddette “cooperative rosse” ha gestito flussi migratori senza trasparenza, spesso senza controlli seri su chi entrava e su cosa portava con sé: non solo miseria e bisogno, ma anche identità religiose rigide, incompatibili, talvolta ostili allo Stato laico. In questo vuoto, le comunità islamiche più radicali hanno trovato spazio, silenzio e talora copertura indiretta.

 

Il problema non è l’immigrazione in sé, ma l’ideologia che la circonda.

 

Una sinistra che rifiuta di distinguere, che bolla ogni allarme come razzismo, che nega persino la possibilità di cellule dormienti sul territorio pur di non dare ragione all’avversario politico.

 

E quando il nodo arriva nelle aule giudiziarie, accade che decisioni indulgenti, garantismi selettivi e interpretazioni estensive dei diritti vengano lette - dall’opinione pubblica - come scelte politiche più che giuridiche. Il risultato è devastante: uno Stato che appare debole, diviso, incapace di difendere se stesso, mentre il conflitto ideologico avanza sotto traccia.

 

Non serve gridare al complotto.

 

Basta osservare gli effetti: frontiere porose, controllo intermittente, messaggi contraddittori. In questo contesto, ogni liberazione “tecnica”, ogni giustificazione astratta, ogni minimizzazione diventa benzina su un fuoco che non è simbolico ma reale.


E se la sicurezza viene sacrificata sull’altare dello scontro col governo di turno, il prezzo non lo paga la politica: lo paga il Paese.

 

La “Quinta colonna” il potere giudiziario in mano a persone che, troppo spesso, dimenicano il loro ruolo per transitare in altri ruoli che poco gli competono, perchè la politica dev’essere fuori dalla toga, altrimenti non è uguale per tutti la legge e di seguito, allora nessuno è al di sopra della legge tranne qualcuno.

 

Il giudice della Corte d'appello di Torino che due giorni fa ha ordinato la "cessazione del trattenimento nel Cpr" dell'imam Mohamed Shahin ha deciso sulla base di "elementi nuovi" presentati dalle difese, fra cui l'andamento di due procedimenti penali della procura subalpina (uno dei quali già archiviato).

 

E' quanto si legge in una nota diffusa dalla presidente reggente dell'ufficio, Alessandra Bassi, Presidente della Sezione II penale della Corte d'appello di Torino , per "fornire elementi di conoscenza utili a fare chiarezza sulle ragioni della decisione".

 

Nel comunicato si osserva che gli atti dei 2 fascicoli "non risultano essere stati secretati, né in relazione agli stessi sono stati posti limiti conoscitivi".

 

Quindi, se I fascicoli non sono secretati, allora non c’è pericolo per la sicurezza nazionale?

 

La sinistra esulta nella liberazione di un Imam, schierato Jhidista, che incoraggia la strage degli Israeliani vista come una “resistenza”, la stessa parola “resistenza” che, durante e subito dopo la guerra, ha graziato 30.000 persone innocenti, massacrate in Italia dai partigiani in nome della liberazione!

 

Questa è giustizia?

 

Come dite?

 

Troppo duri?

 

Daccordo, la scriviamo meglio, più “politicamente corretta”.

 

La sinistra esulta nella liberazione di un imam apertamente schierato su posizioni jihadiste, che giustifica la strage di civili israeliani definendola “resistenza”.


Una parola pesante, caricata di valore morale, usata per assolvere la violenza quando conviene alla propria narrazione.


La stessa parola che, nella storia italiana, è stata brandita per coprire zone d’ombra mai davvero chiarite: vendette, regolamenti di conti, innocenti travolti in nome di una causa che, da liberazione, si è talvolta trasformata in giustificazione assoluta.

 

Va meglio cosi?

 

Forse no, è qui che il cortocircuito diventa evidente.

 

Quando la violenza è “nostra”, cambia nome.

 

Quando è “degli altri”, diventa terrorismo.

 

In tutti i casi ...

 

Non conta più la vittima, non conta più il fatto.

 

Conta l’etichetta.

 

Conta stare dalla parte “giusta” del racconto.

 

Così un predicatore che legittima massacri viene relativizzato, contestualizzato, quasi assolto sul piano morale, mentre chi solleva il problema viene accusato di odio, razzismo o propaganda.

 

Questa non è giustizia.


È ideologia applicata al diritto.


È memoria selettiva.


È una torsione del linguaggio che serve a non guardare in faccia la realtà.

 

Una giustizia seria non applaude, non milita, non strizza l’occhio.

 

Protegge i diritti senza rinunciare alla responsabilità, e la libertà senza sacrificare la verità.

 

Quando invece le sentenze diventano bandiere e le bandiere coprono i fatti, lo Stato smette di essere arbitro e diventa parte in causa.

 

E a quel punto il danno non è politico, ma strutturale.

 

Perché un Paese può sopravvivere a governi sbagliati.


Ma non sopravvive a una giustizia piegata al racconto del momento.

 

Ricordatevelo tutti, per sempre, il terrorismo è solo un punto di vista.

 

Quando un terrorista islamico fa una strage di innocenti europei, infedeli, cristiani o israeliani è considerato un eroe per il suo popolo.

 

Lo stesso vale per un soldato o poliziotto Occidentale, un infedele per l’islam, il quale uccide più terroristi islamici possibili, beh, dal proprio popolo è considerato un eroe.

 

Soldato, poliziotto o Mujhaidin, tutti eroi comuni per I propri popoli, basta solo cambiare il punto di vista.

 

Solo che noi Occidenatli, a differenza degli islamici radicali, non facciamo attentati dinamitardi suicidi nè investiamo una folla di musulmani inn ocenti al mercato con un camioncino.

 

Feltri disse nel 2017: 'Non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici'

 

Beh, c’è altro da aggiungere?

 

Forse si.

 

Uno Stato che chiama “resistenza” ciò che colpisce civili, che minimizza chi predica odio armato, che trasforma la giustizia in un terreno di scontro politico, non è più neutrale: è vulnerabile.

 

Vulnerabile al ricatto ideologico, alla manipolazione del linguaggio, all’autoassoluzione permanente.

 

La sicurezza non si difende con gli slogan, né la libertà con i paraocchi. Si difendono scegliendo, ogni volta, la verità dei fatti contro la comodità del racconto.


Perché quando tutto diventa “giustificabile”, nulla è più giusto.

 

E il conto, prima o poi, lo paga sempre chi non ha voce: i cittadini innocenti.

 

C’è da aggiungere una cosa sola, ed è quella che fa davvero male.

 

Il confronto non è tra civiltà “buone” e “cattive”, ma tra modelli di violenza.

 

In Occidente la violenza politica esiste, ma non viene sacralizzata, non diventa rito, non viene promessa come premio ultraterreno.

 

Nel jihadismo radicale sì.

 

Ed è questo il punto che troppi fingono di non vedere: la specificità del fenomeno, non la generalizzazione sugli individui. Negarlo non è tolleranza, è cecità.

 

La frase di Feltri era brutale, volutamente provocatoria, ma serviva a rompere un tabù: quello per cui nominare un dato ricorrente equivale automaticamente a colpire una fede intera.

 

Non è così.

 

Riconoscere una matrice ideologica non significa criminalizzare milioni di persone, significa smettere di raccontarsi che tutti i problemi siano equivalenti, simmetrici, intercambiabili.

 

La chiusura più adatta, allora, è questa: “Finché l’Occidente continuerà a confondere l’analisi con l’odio e la prudenza con la colpa, resterà disarmato.Non moralmente, ma culturalmente. E una civiltà che rinuncia a capire ciò che la minaccia, per paura di sembrare “scomoda”, ha già fatto mezzo passo indietro. Non verso la pace. Verso l’impotenza.”

 

Addormiteve...



a cura di Massimiliano De Cristofaro e Mino


Lord Father may you bless us in battle -  Signore Padre, che tu possa benedirci nella battaglia - 'ayuha alrabu alaba, barakna fi almaeraka - أيها الرب الآب، باركنا في المعركة
Lord Father may you bless us in battle - Signore Padre, che tu possa benedirci nella battaglia - 'ayuha alrabu alaba, barakna fi almaeraka - أيها الرب الآب، باركنا في المعركة


 
 
 

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