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UCCIDERE UN FASCISTA NON È REATO...

  • oposservatoriopoli
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 15 min

L’epoca dell’“uccidere un fascista non è un reato” oggi, è proprio come allora...


Era l’epoca di Sergio Ramelli, era l’epoca di Paolo Di Nella.

Della strategia del terrore, delle opposte fazioni, degli anni di piombo.

 

Sinistra, destra, servizi italiani ed esteri, criminalità organizzata, forze armate regolari e deviate tutti insieme con un accendino in mano, tutti dentro un calderone pieno di benzina…  

 

Era l’epoca dei soldati politici, degli ideali, delle P38, della Hazet36 (famosa grossa chiave da meccanico), era l’epoca delle barricate, delle molotov, della rivoluzione e dei morti ammazzati.

 

Morti ammazzati, tanti.

Dall’una e dall’altra parte.

 

Era tanti, tanti anni fa?

 

Eppure non sembra sia trascorso tutto questo tempo.

 

Come?

 

Cos’è la Hazet36?

 

La Hazet36 è una chiave inglese da circa quarantacinque centimetri.


Si usa per stringere e allentare sulle tubazioni del gas o sotto i furgoni carichi di calce e laterizi, tra ponteggi e cantieri.

 

Sfiora i tre chili e mezzo di peso e nelle officine del triangolo industriale, passa di mano in mano tra palmi sporchi d’olio, segnati dalla fatica e dal caldo.

 

Uno strumento “popolare”, non è un attrezzo raffinato, non nasce per le vetrine, forse ancora oggi la trovi nei ferramenta veri, quelli che trattano strumenti fatti per lavorare sul serio.

 

Se il mondo funziona come dovrebbe.

 

Si perché quella chiave inglese è stata il simbolo della morte degli anni ’60 e ’70.

 

Negli anni Sessanta e Settanta la Hazet 36 smette di essere solo un attrezzo.

Diventa un simbolo.


Un oggetto qualunque, pesante e anonimo, che entra di traverso nella cronaca nera e ne esce marchiato.

 

Non spara, non taglia, non fa rumore.

 

Ma quando colpisce, non lascia scampo.

 

Pesa abbastanza da spaccare ossa e silenzi.

 

Pesa abbastanza da spaccare la testa con un solo colpo.

 

Sta in una mano, non attira sguardi, non chiede permessi.

 

È la violenza senza firma, quella che non ha bisogno di armi “nobili”.

 

Per questo, in certi ambienti, diventa lo strumento perfetto, improvvisato solo in apparenza, definitivo nei fatti.

 

Nelle periferie industriali e nei retrobottega dell’Italia che cresce male, quella chiave inglese - prodotta da Hazet - entra nell’immaginario come oggetto della morte.

 

Non perché nata per uccidere, ma perché scelta per farlo.

 

E quando un oggetto da lavoro diventa arma, il messaggio è chiaro, la violenza si mimetizza nella normalità, specialmente se quel modo di fare è colorato da un modo di pensare, ovvero, “uccidere un fascista non è un reato”.

 

Vorremmo realizzare un quadro storico e documentato sugli episodi di violenza politica in Italia (soprattutto negli anni di piombo) in cui persone legate ad ambienti di destra sono state uccise o ferite mortalmente da gruppi di sinistra o durante scontri politici - ma senza glorificare la violenza, né presentare l’elenco come una “classifica” perché qui si parla di vicende di cronaca storica che però, nessuno vuole scrivere.

 

Tipo le Foibe.

 

Queste vicende vanno contestualizzate, l’Italia degli anni ’70-’80 è stata segnata da scontri ideologici, gruppi armati, violenze di piazza, e molte morti non sono facilmente imputabili solo a “un lato” o all’altro.

 

Alcuni casi sono ancora oggetto di interpretazione giudiziaria e storiografica.

 

Sergio Ramelli (1975), Acca Larentia (1982) e tanti altri episodi che potremmo citare tuttavia non esiste un elenco ufficiale o catalogo unico di “tutti i fascisti uccisi con spranghe”, i casi si studiano uno per uno negli atti giudiziari e nelle ricostruzioni storiche.

 

A patto che si trovi traccia.

 

Difficile trovare tracce nei quotidiani dell’epoca, la TV poi non ne parlava proprio, i volantini e le veline, macché, niente, magari le veline però, quelle protocollate passavano di mano in mano, in silenzio, solo nei piani interrati o nella Palazzina “L”, o in archivi decentrati.

 

Cos’è la Palazzina L?

 

Domanda semplice, risposta scivolosa.

 

Viviamo in un’epoca in cui online trovi di tutto, dai referti medici di Barack Obama (veri o presunti, poco importa) fino ai dettagli più intimi della vita di chiunque.

 

Eppure, se digiti “Palazzina L” sui motori di ricerca, non trovi quasi nulla.

Vuoto pneumatico.

 

Nessuna scheda, nessuna voce ordinata, nessuna memoria condivisa.


E allora viene il sospetto, che fosse uno dei tanti “palazzi del potere”?

 

Il Quirinale, Palazzo Chigi, Montecitorio, Madama?

 

No.

 

Niente di tutto questo.

 

Non risulta.

 

La Palazzina L non era potere istituzionale.

 

Era potere simbolico.


Era un luogo minore, laterale, periferico.

 

E proprio per questo importante.

 

Per chi c’era dentro, la Palazzina L era il centro nevralgico del controllo della politica operativa, quella su strada.

 

Cosi come via Acca Larentia via era una sezione politica del Movimento Sociale Italiano, uno spazio di militanza, identità, appartenenza.

 

Per altri era solo un indirizzo.

 

Per altri ancora, un bersaglio...

 

Ma, andiamo avanti, torniamo ai fascisti.

 

Ancora oggi, nel 2026, non si trova una narrazione lineare, condivisa, esplicita della morte violenta di un “fascista”.

 

Le parole scivolano, si aggirano, si correggono.

 

Si parla di “militanti”, di “giovani”, di “scontri”.

 

La categoria scompare.


Come se nominare fosse già prendere posizione.

 

Ma allora fermiamoci un attimo.


Cos’è un fascista nel 2026?

 

Non è più - se mai lo è stato davvero - l’uomo in orbace, il saluto romano, il regime.

 

Nel linguaggio pubblico di oggi “fascista” è un’etichetta mobile, elastica, spesso polemica.

 

Un insulto pronto all’uso.

 

Un modo rapido per espellere qualcuno dal campo del dicibile.


Non descrive più un’ideologia precisa, marca un nemico.

 

E soprattutto, chi è un fascista nel 2026?

 

È chi vota male?


Chi dissente?


Chi non rientra nel perimetro morale approvato dalla sinistra?


O è semplicemente chi, quarant’anni fa, stava dalla parte “sbagliata” della storia e oggi non ha più diritto a essere ricordato come vittima?

 

Ma, altra domanda, quarant’anni fa, stava dalla parte “sbagliata” della storia?

 

Qui sta il nodo che fa male.


Perché una democrazia adulta non ha paura della memoria, nemmeno di quella scomoda.

 

E invece su certi morti cala ancora una nebbia selettiva.

 

Non un silenzio totale - sarebbe troppo evidente - ma una rimozione lessicale, una prudenza che confina con l’imbarazzo.

 

La Palazzina L allora oggi diventa questo, non solo un edificio, ma un buco nero della memoria pubblica.

 

Tiratele fuori quelle cazzo di carte e facciamola finita...

Magari scopriamo tante altre cose interessanti...

 

Un luogo che non si racconta perché costringe a una domanda che non piace, può esistere una vittima senza assoluzione politica?

 

Nel 2026 la vera frattura non è tra fascisti e antifascisti.


È tra chi accetta che la violenza politica è stata violenza, comunque, e chi continua a pesarla col bilancino dell’ideologia.

 

La Palazzina L non chiede celebrazioni.


Chiede solo una cosa, che fa ancora paura, essere chiamata per nome.


E ricordare che cancellare le parole è spesso il primo passo per cancellare i fatti.

 

Ma certi fatti, non si possono cancellare perché non sono mai stati scritti.

 

E questo è peggio.

 

Quello che diciamo non è una tesi neutra, ed è bene dirlo subito.

 

È la fotografia brutale di una percezione, diffusa e mai davvero affrontata, su come lo Stato e la memoria pubblica abbiano trattato una parte delle vittime della violenza politica dal dopoguerra in poi.

 

Dagli anni Settanta in avanti, una cosa salta agli occhi di chi guarda gli atti, non gli slogan, molti omicidi che hanno avuto come bersaglio esponenti della destra extraparlamentare non hanno mai avuto colpevoli certi, oppure hanno avuto indagini lente, monche, frettolose.

 

Fascicoli archiviati, piste lasciate a metà, testimoni evaporati.

 

Forse mai cercati …

 

Non sempre per dolo, non sempre per complotto.

 

Diciamo anche solo per moda.

 

Ma il risultato è stato uno solo, nessuna verità giudiziaria piena.

 

Ed è qui che nasce il sospetto - legittimo, anche se scomodo - che a nessuno importasse davvero fino in fondo.

 

Non perché quelle morti non fossero gravi, ma perché non erano “le morti giuste”.

 

Non rientravano nel racconto morale dominante.

 

Nel discorso pubblico italiano, per decenni, la griglia è rimasta questa, i partigiani, il Bene, ed i fascisti, il Male assoluto.


Tutto il resto, contorno.

 

Dentro questa semplificazione, la violenza diventa accettabile se colpisce dalla parte “sbagliata”.

 

Non dichiarata, certo.

 

Mai scritta nero su bianco.

 

Ma praticata nella forma più subdola, l’indifferenza.

 

L’idea, mai pronunciata ma spesso sottintesa, che “se la sono cercata”, che “era inevitabile”, che “era il prezzo della Storia”.

 

Il problema non è stabilire chi avesse ragione ideologicamente, quello è un dibattito infinito e sterile.


Il problema è un altro, molto più serio, uno Stato di diritto non può permettersi morti di serie A e morti di serie B.

 

Non può permettersi indagini a metà perché la vittima non è simpatica.

 

Non può permettersi una giustizia che si ferma quando l’opinione pubblica smette di battere le mani.

 

Dire oggi, nel 2026, che “i fascisti dovevano morire tutti” non è una provocazione intelligente, è la riproduzione dello stesso meccanismo disumanizzante che si dice di voler combattere.

 

È la scorciatoia morale che assolve la violenza a posteriori.

 

Ed è esattamente il motivo per cui su quelle morti non si è mai fatta piena luce.

 

La sinistra ha vinto sul piano culturale, questo è un dato.


Ma una vittoria culturale che ha bisogno del silenzio sui morti dell’altro campo non è una vittoria matura.

 

È una rimozione.

 

E le rimozioni, prima o poi, tornano a galla.

 

Il punto, alla fine, è semplice e fa paura proprio perché è semplice: o la legge vale per tutti, anche per chi perde, oppure non è legge, è racconto.


E i racconti, prima o poi, presentano il conto.

 

Ma, ce lo vogliamo ricordare cose fecero i partigiani?

 

Sì o no?

 

Questa è una parte della storia che pochi vogliono raccontare perché rompe il racconto eroico consolidato.

 

Non è retorica, i partigiani non furono solo eroi contro i nazifascisti.

Furono un movimento composito, con tante anime e interessi diversi, e le conseguenze del loro operato furono spesso dure, ambigue e tragiche.

 

La prendiamo alla lontana.

 

Durante la liberazione dell’Italia, alcune forme di resistenza furono coordinate con gli Alleati, in particolare negli sbarchi in Sicilia e nel Sud.

 

La mafia locale e quella italoamericana, giocarono un ruolo nel fornire informazioni e supporto logistico, e in cambio ottenne protezione e possibilità di ricostruire i propri interessi economici e politici nel dopoguerra.

 

Questa alleanza pragmatica ha un lato oscuro, favorì il rafforzamento di clan mafiosi che poi influenzarono la politica italiana per decenni.

 

Cos’è?

 

Non vi suona questa musica?

 

Proviamo con un altro strumento?

 

Proviamo con le esecuzioni sommarie e giustizia post-bellica?

 

Dopo la liberazione, si stima che decine di migliaia di fascisti e presunti collaborazionisti furono giustiziati senza processo.

 

Le fonti certe parlano di circa 30.000 esecuzioni sommarie, soprattutto nei primi mesi del dopoguerra, tra vendetta, regolamenti di conti e ritorsioni personali.

 

Molti di questi atti erano legalmente non giustificati, ma raramente perseguiti.

 

La memoria collettiva spesso li ha occultati o giustificati come “giustizia del popolo”.

 

E allora di che cazzo parliamo quando parliamo di “persone per bene”?


Che differenza reale c’era fra quelli che si dichiaravano partigiani e quelli che fino alla sera prima dell’8 settembre 1943 erano fascisti doc, o almeno pragmatici?

 

La differenza, a leggere certi resoconti, sembra solo di opportunità, ieri tesserati al regime, il giorno dopo eroi della Resistenza, pronti a combattere sotto nuove bandiere.

 

Non è una battuta, è la storia raccontata dai documenti, dalle testimonianze, dai processi sommari del dopoguerra.

 

E poi, diciamolo chiaro, contro chi combattevano davvero?

 

I Tedeschi, sì, ma spesso in ritirata, già sconfitti sul fronte italiano e spesso più preoccupati di andarsene che di resistere.

 

Come si può parlare di “resistenza” se la guerra l’hanno già persa?

 

L’idea di glorificare attacchi contro un nemico che sta abbandonando il campo suona più come vendetta posticcia o calcolo politico che come eroismo militare.

 

E ancora, quante di quelle operazioni erano mosse da ideali e quante da interessi personali o di gruppo?

 

La memoria ufficiale tende a cancellare gli eccessi, le esecuzioni sommarie dei fascisti catturati, le rappresaglie, la collaborazione con elementi criminali locali per ottenere vantaggi politici o logistici.

 

Tutto questo si racconta a bassa voce, se mai si racconta.

 

Insomma, i partigiani furono sì protagonisti della liberazione, ma non erano santi intoccabili, e raccontare la Resistenza come un grande atto morale puro è una semplificazione.

 

Come gruppo eterogeneo, spesso improvvisato, con motivazioni politiche, personali o opportunistiche, furono capaci tanto di coraggio quanto di violenze incontrollate.

 

Non stiamo negando l’importanza della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma è tempo di guardare in faccia la storia senza filtri.

La Resistenza fu anche ambigua, contraddittoria, a volte feroce, e le narrazioni eroiche che ci sono arrivate rischiano di farci dimenticare questa realtà.

 

E finché non lo ammetteranno, non ci sarà tregua.

 

Finché non si guarda la storia senza filtri, senza fare sconti a nessuno, non ci sarà tregua reale con il passato.

 

Non si tratta di prendere posizioni ideologiche, ma di riconoscere la complessità, gli errori, le violenze, le ambiguità.

 

Finché una parte rimane glorificata acriticamente e l’altra cancellata o demonizzata, la memoria resta mutilata e con essa ogni possibilità di chiudere i conti con quello che è stato.

 

La tregua non è politica, è morale.


E non arriva finché la verità viene filtrata da comodità o narrazioni eroiche: la verità storica completa, anche quella scomoda, è l’unica condizione per una chiusura vera.

 

Vogliamo parlare di storia contemporanea?

 

Scommettiamo che vi faremo toccare con mano che siamo ancora negli anni dell’immediato dopoguerra, mixati con gli anni ‘70 e ‘80?

 

Alla fine della guerra erano tutti talmente coinvolti e immischiati nel secchio del sangue innocente che nessuna mano era pulita, nessuna.

 

NESSUNA.

 

Sandro Pertini, simbolo della Resistenza e poi Presidente della Repubblica, era effettivamente un partigiano e dirigente del PSI, alcune interpretazioni storiche e giornalistiche sottolineano che la sua figura, come quella di altri leader, fu legata alla gestione politica e simbolica di quel periodo, tra celebrazione della Resistenza e gestione di tensioni post-belliche.

 

Se si cerca in rete si trova che: “Non significa che approvasse personalmente ogni azione illegale, ma che la memoria storica e politica tende a proteggere l’immagine dei protagonisti, lasciando fuori certi dettagli scomodi.”

 

“Gestione di tensioni post-belliche” le chiamano ancora oggi e a noi viene in mente l'attrice fucilata dai partigiani il 30 aprile 1945 a Milano, si chiamava Luisa Ferida (Luigia Manfrini Farné), ammazzata insieme al compagno Osvaldo Valenti, per “presunte collaborazioni” con la Repubblica Sociale Italiana e la Banda Koch.

 

Successive indagini negli anni '50 riconobbero la Ferida e il compagno, ammazzati, estranei alle torture e alle atrocità del periodo.

 

Come altri innocenti massacrati nel triangolo della morte, (o Triangolo rosso), indica un'area del nord Italia ove, tra il settembre del 1943 e il 1949, si registrò un numero particolarmente elevato di omicidi a sfondo politico, perpetrati da estremisti di sinistra e da militanti di formazioni di matrice comunista.

 

Il nord era l’Emilia, gli estremisti erano soprattutto partigiani militanti.

 

Bella la lingua italiana, puoi scrivere ciò che vuoi senza scrivere ciò che è vero, tipo le “implosioni” dei massacri, Ferruccio Parri, antifascista e presidente del Consiglio, valutò il numero degli uccisi in 30.000, il ministro degli Interni Mario Scelba in 17.000, Giorgio Bocca, più recentemente, in 15.000.

 

Allora, per la destra, mettiamocene uno in più di morto ammazzato però prima, facciamoci un giro in Europa, vediamo che aria tira.

 

Attualmente la destra in Europa è già al governo in sette Stati membri, Paesi Bassi, Croazia, Finlandia, Ungheria, Italia, Slovacchia e Svezia. 

 

Vogliamo ricordare che nel febbraio 2023, una certa Ilaria Salis viene arrestata a Budapest con l'accusa di aver aggredito tre militanti neonazisti.

 

La notizia viene portata all'attenzione pubblica nel dicembre dello stesso anno, quando viene condotta con costrizioni alle caviglie e ai polsi presso il tribunale ma attenzione, alle elezioni europee del 2024 in Italia, Ilaria Salis viene candidata presso le circoscrizioni nord-occidentale e insulare tra le file di Alleanza Verdi e Sinistra, risultando eletta e ottenendo quindi la liberazione e l'immunità parlamentare.

 

La sua “collega” di spranga, invece, è rimasta a Budapest, dove il Tribunale ha inflitto 8 anni di carcere all’attivista tedesca Maja T., anch’essa accusata di aver preso parte alle aggressioni contro militanti di estrema destra nel febbraio 2023 - lo stesso procedimento che ha coinvolto Ilaria Salis.

 

Nello stesso tribunale, in contumacia, sono stati condannati 7 anni al militante antifascista italiano Gabriele Marchesi e 2 anni e mezzo ad Anna Christina Mehwald, un’altra attivista di estrema sinistra.

 

Colleghi di spranga, torna alla ribalta la vecchia Hazet 36, questa volta sotto forma di “martello”, lo stesso tipo di arma usato dagli estremisti antagonisti durante gli scontri a Torino, quando tentarono di colpire un poliziotto in piazza, a sostegno del collettivo Askatasuna.

 

Cambia lo strumento, ma il ragionamento rimane lo stesso, secondo certi ambienti, “ammazzare un fascista non è reato”.

 

Ieri il sindaco di Genova Silvia Salis ha affermato che per lei e la sua amministrazione Dem, il problema della città è solo la presenza di una sede politica, quella di CasaPound.

 

Eppure, così come documentato dalla cronaca, a tenere in ostaggio la città di Genova, tra minacce pubbliche, danneggiamenti, azioni violente e lanci di fumogeni e petardi contro le forze dell’ordine è solo il gruppo antifà, gli antagonisti, e non quelli di destra.

 

Ed è bene che voi tutti sappiate che l’ultimo rapporto dell’Europol sugli attentati terroristici a sfondo politico, svela che sinistra e anarchici sono responsabili del 91 per cento degli attentati di natura politica, ben 71 su 78, dal 2022 al 2024 (alla fine dell’articolo, vi scriviamo il link dove scaricare il rapporto pubblico dell’Europol).

 

Non che a destra siano dei santi, per carità, ma i numeri sono numeri, e la storia, non la scriviamo noi, noi la raccontiamo solo così com’è.

 

Destra: 7 attentati e 118 arresti in Europa.

 

Sinistra e anarchici: 71 attentati e 61 arresti in Europa.

 

L’ultimo rapporto dell’Europol, ufficiale, sugli attentati terroristici in Europa mette nero su bianco l’impunità, dichiarata di cui godono ancora oggi gli antifà in tutta Europa, Italia compresa!

 

Ma perché tutta questa omertà?

 

Vi ricordate che abbiamo scritto di aggiungere un morto ammazzato all’elenco delle persone di destra?

 

Vi dice nulla il nome di Quentin Deranque?

 

No?

 

Un ragazzo di 23 anni, Quentin Deranque, è stato ucciso da un gruppo di antifascisti vicini al partito “La France Insoumise” di Mélenchon.

 

E i compagni italiani cosa fanno?

 

Condannano?

 

No, anzi, celebrano gli aggressori e istigano pubblicamente all’odio politico rosso.

 

Ricordiamo che, tra gli aggressori di Quentin Deranque, è stato identificato Jacques-Elie Favrot, collaboratore parlamentare del deputato Raphaël Arnault (La France Insoumise).

 

Già condannato per violenze, Raphaël Arnault, pensate, era a Roma il 7 gennaio scorso per partecipare al presidio degli antagonisti italiani “contro” la commemorazione di Acca Larentia.

 

Un caso?

 

Nossignori, c’è un filo rosso che lega queste persone in tutta Europa.

 

Se non la smettiamo di giocare a questo gioco, finisce male per tutti.

 

Non tira una buon’aria, il vento non fischia più ed è ora di smetterla, tutti.

 

Ci sono stati morti da entrambe le barricate, ognuno ha contato i propri morti e qualcuno, sembra non abbia ancora finito di contarli.

 

È ora di dire basta.

 

È ora di smetterla, è ora di interrompere la conta dei morti ammazzati prima che sia troppo tardi, prima che di morti ammazzati se ne contino a centinaia perché la strada intrapresa è quella, non c’è niente di buono all’orizzonte, siamo chiusi in una Santa Barbara e siamo stressati, esasperati, siamo al limite, basta una scintilla …  e salta tutto!

 

Non è retorica.

 

È dinamica storica.

 

È già successo, e chi finge di non riconoscerla sta mentendo sapendo di mentire.

 

Noi c’eravamo, e non vogliamo rivivere certe emozioni.

 

Quando le parole diventano categorie morali assolute, quando l’avversario smette di essere un essere umano e diventa un’etichetta “fascista”, “antifascista”, “nemico”, “traditore” allora la violenza smette di sembrare un crimine e inizia a sembrare una conseguenza.

 

“Se non ci fossero stati i fascisti, i partigiani non avrebbero commesso quelle atrocità…” si, l’abbiamo letto in giro.


Ma se non ci fossero stati i fascisti, probabilmente non sarebbero esistiti i partigiani...

 

Certo, se quella ragazza non si fosse messa la gonna corta, beh, nessuno l’avrebbe stuprata...

 

Anche questo l’abbiamo letto in giro.

 

Quel filo rosso che attraversa l’Europa non è ideologico, è psicologico.

 

È l’idea tossica che esistano morti giuste e morti sbagliate.

 

Che alcuni pestaggi siano “politica” e altri “criminalità”.

 

Che alcune spranghe siano strumenti di lotta e altre armi.

 

Non è così.

 

Non lo è mai stato.

 

Ci sono stati morti da entrambe le barricate.

 

Ed ognuno ha contato solo i propri, trasformando il lutto in munizione.

 

Ma c’è chi non ha ancora finito di contare perché ha bisogno che il conto continui.

 

Per giustificarsi, per legittimarsi, per sopravvivere politicamente.

 

È questo il punto che nessuno vuole dire ad alta voce.

 

Non tira una buona aria perché nessuno sta più frenando.

 

Le istituzioni balbettano, i media tifano, le piazze ribollono, e intanto si normalizza l’idea che colpire “quelli là” sia comprensibile.

 

Non giusto, magari, ma comprensibile.

 

È sempre così che comincia.

 

E non finisce mai…

 

Siamo chiusi in una Santa Barbara perché siamo stanchi, incazzati, precarizzati, umiliati, l’uno contro l’altro.

 

Perché viviamo di emergenze permanenti e di nemici comodi.

 

E in questo clima, chi gioca con il fuoco - a destra come a sinistra - non è più un combattente, è un irresponsabile.

 

È un coglione.

 

Dire “basta” non è vigliaccheria.

 

È l’unico atto razionale rimasto.


Basta con la mitologia della violenza buona.


Basta con la memoria selettiva.


Basta con l’idea che la storia assolva tutto.

 

Perché la storia non assolve, presenta il conto.


E quando lo presenta non chiede da che parte stavi.


Chiede solo quante volte hai fatto finta di non vedere.

 

E tu che leggi, se fai finta di non vedere sei solo un codardo, un vigliacco.

 

La vigliaccheria è una qualità, è la particolarità di una persona paurosa e codarda - in particolare, di chi trema e cede coi forti e infierisce sugli inermi.


La vigliaccheria è la mancanza di coraggio, sinonimo di codardia.

 

L'opposto del coraggio è la vigliaccheria.

 

Non difendere un tuo amico che è vittima del bullo della situazione, è vigliaccheria.

 

Affrontate con coraggio la nostra selezione di pensieri ed abbiate sempre dubbi, curiosità e coraggio.

Se riuscirete ad avere il desiderio di conoscere, non avrete più nulla da temere...

 

Post scriptum per gli idioti seriali...

Qui fascisti non ce ne sono...

Qui trattative non ne facciamo...

Qui soldi non ne vogliamo...

E potete continuare a fare le vostre minaccette nascosti dall'oblio del web...

Qui...paurina non ne abbiamo...

 

Sparpajateve...



 
 
 

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È una frase di C.P. Scott, direttore del Guardian per 57 anni, dal 1873 al 1930.

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