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Roma, il ritorno di un’ombra: segnali di terrorismo anarchico e il rischio di una nuova escalation...

  • oposservatoriopoli
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Erano anni che in Italia non si leggeva una notizia del genere.

 

Non un volantino, non una minaccia, non un atto dimostrativo.

 

Una bomba.

 

Vera.

 

Potenzialmente letale.

 

Due persone morte nel crollo di un casale abbandonato nel Parco degli Acquedotti, nel cuore di Roma, mentre – secondo le prime ricostruzioni – stavano fabbricando un ordigno artigianale.

 

Non un gioco, non un gesto simbolico.

 

Un dispositivo destinato, con ogni probabilità, a colpire.

 

I nomi emersi, Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, non appartengono a sconosciuti.

 

Sono figure già orbitanti in ambienti investigativi legati all’area anarchica.

 

Il fascicolo aperto dalla Procura di Roma, affidato al pool antiterrorismo, non lascia spazio a interpretazioni indulgenti: la pista è quella dell’estremismo insurrezionalista.

 

E qui il punto diventa politico, ma soprattutto storico.

 

L’Italia conosce bene cosa significa sottovalutare segnali deboli.

 

Negli anni ’70, tutto iniziò così: gruppi marginali, retorica incendiaria, ambienti ritenuti “di nicchia”.

 

Poi l’escalation.

 

Poi il sangue.

 

Le Brigate Rosse non nacquero all’improvviso: furono precedute da un clima, da una tolleranza culturale, da una cecità diffusa.

 

Oggi nessuno può dire che siamo a quel livello.

 

Sarebbe scorretto, oltre che impreciso.

 

Ma ignorare ciò che sta emergendo sarebbe un errore altrettanto grave.

 

Sara Ardizzone, prosciolta nell’inchiesta Sibilla, aveva dichiarato apertamente in aula: “Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato”.

 

Non è una frase isolata, è una posizione ideologica netta.

 

E quando a questa visione si affianca la costruzione di un ordigno, il salto di qualità è evidente.

 

Il collegamento con ambienti riconducibili all’anarchismo insurrezionalista, e la vicinanza ideologica a figure come Alfredo Cospito, delineano un quadro che gli investigatori non possono permettersi di trattare come episodico.

 

C’è un elemento che inquieta più di altri: la banalità del contesto operativo.

 

Un casale abbandonato, nel pieno della capitale, apparentemente senza controlli.

Se confermato, significa che esistono spazi in cui soggetti radicalizzati possono agire indisturbati.

 

Non serve una struttura militare complessa, basta determinazione, improvvisazione e un’idea violenta da realizzare.

 

E qui emerge il paradosso più pericoloso.

 

Questi soggetti, spesso, non sono “professionisti” del terrorismo.

 

Non hanno la preparazione, la disciplina, la capacità organizzativa dei gruppi storici.

 

Ed è proprio questo a renderli imprevedibili.

 

Meno sofisticati, più caotici, ma non per questo meno pericolosi.

 

Anzi: l’improvvisazione aumenta il rischio di errori, incidenti, vittime casuali.

 

Il fatto che, in questo caso, le uniche vittime siano gli stessi presunti attentatori non può diventare un alibi per abbassare la guardia.

 

È stata fortuna.

Nulla di più.

 

La domanda vera è un’altra: per quanto ancora?

 

Negli ultimi anni si è assistito a una radicalizzazione sotterranea in alcune frange dell’estremismo antagonista.

 

Linguaggio sempre più violento, legittimazione dell’azione diretta, costruzione di una narrazione in cui lo Stato è il nemico assoluto.

 

Non è la maggioranza, ma non è neppure irrilevante.

 

Liquidare tutto come marginale o folkloristico è stato, e continua a essere, un errore.

 

Serve lucidità, non allarmismo.

 

Ma serve anche realismo.

 

Quando si passa dalle parole ai fatti, quando si passa dalla propaganda all’esplosivo, il livello cambia.

 

E lo Stato deve accorgersene prima, non dopo.

 

Intervenire “subito” non significa repressione cieca.

 

Significa intelligence, monitoraggio, prevenzione vera.

 

Significa non lasciare zone grigie.

 

Significa distinguere chiaramente tra dissenso politico, legittimo, e progetto violento, che legittimo non è.

 

Perché la storia italiana insegna una cosa semplice e brutale: il terrorismo non esplode all’improvviso.

 

Cresce nel silenzio, si alimenta nell’indifferenza, si rafforza quando viene sottovalutato.

 

E quando ci si accorge che è tornato davvero, di solito è già troppo tardi.

 

Chi era l’obiettivo?

 

Qui si gioca tutto. Se emerge un target preciso – una persona, una sede, un’infrastruttura – allora non siamo davanti a due esaltati che “provano”, ma a un’azione in fase avanzata.

 

L’anarchismo insurrezionalista, storicamente, colpisce simboli: dirigenti, aziende strategiche, istituzioni, forze dell’ordine.

 

Se invece non c’era ancora un obiettivo definito, potrebbe trattarsi di una fase preparatoria.

 

Ma anche questo non rassicura: significa che stavano costruendo capacità operativa.

 

Perché?


La motivazione ideologica non è un dettaglio, è il motore.

 

In certi ambienti si è radicata una visione netta: lo Stato come nemico assoluto, la violenza come strumento legittimo.

 

Non è protesta, non è dissenso. È una rottura totale.

 

Quando qualcuno arriva a fabbricare un ordigno, ha già superato tutte le soglie precedenti: morali, politiche e personali.

 

Chi ha fornito l’esplosivo?

 

Se i materiali sono di facile reperibilità, parliamo di auto-produzione, quindi di soggetti che si muovono in autonomia ma con conoscenze tecniche.

 

Se invece emergono forniture più strutturate, allora cambia tutto: significa rete, contatti, logistica.

 

E quindi un livello di organizzazione superiore.

 

Cosa stavano confezionando davvero?

 

Una bomba artigianale può voler dire molte cose.

 

Un ordigno rudimentale ha un raggio limitato ma può comunque uccidere.

 

Un dispositivo più sofisticato – con inneschi, timer, sistemi di attivazione – indica competenze più avanzate e un’intenzione più chiara.

 

Capire questo serve a misurare il salto di qualità.

 

Chi gli ha insegnato?

 

Questa è forse la domanda più delicata.

 

Nessuno nasce capace di costruire un ordigno.

 

Le opzioni sono tre: manuali (che circolano da anni, anche online), ambienti militanti dove certe conoscenze si trasmettono informalmente, oppure contatti diretti con chi ha già esperienza.

 

Più si sale in questa scala, più il quadro si fa preoccupante.

 

Il punto è semplice, anche se scomodo: se tutte queste domande trovano risposte che convergono – obiettivo, rete, competenze, logistica – allora non è un incidente.

 

È un segnale.

 

E i segnali, in questo campo, o li leggi subito… o li paghi dopo!

 

Non è un incidente.

 

È un avvertimento.

 

E chi fa finta di non capirlo sta giocando con il fuoco.

 

Due persone muoiono mentre preparano una bomba nel cuore di Roma.

 

Non in una periferia dimenticata, non in un teatro di guerra.

 

A Roma.

 

Dentro un parco pubblico.

 

E c’è ancora chi prova a ridimensionare, a usare parole morbide, a infilare tutto nel cassetto delle “devianze marginali”.

 

No.

 

Qui si torna indietro.

 

E chi ha memoria sa dove porta questa strada.

 

Negli anni di piombo non è iniziata con i sequestri eccellenti o con le esecuzioni.

 

È iniziata con gruppi piccoli, convinti di essere nel giusto, immersi in un clima che li giustificava o, peggio, li ignorava.

 

Le Brigate Rosse non sono nate armate fino ai denti: sono cresciute nell’indifferenza, nel sottovalutare segnali evidenti, nel rifiuto di chiamare le cose con il loro nome.

 

E il nome, oggi, è semplice: terrorismo.

 

Non serve aspettare il morto “giusto” per dirlo.

 

Non serve che salti in aria un obiettivo istituzionale per svegliarsi.

 

Quando qualcuno costruisce una bomba, ha già deciso di usarla.

 

Il resto è solo una questione di tempo, occasione, bersaglio.

 

E allora le domande diventano accuse implicite al sistema:

 

Chi era l’obiettivo?

 

Se c’era, qualcuno stava per morire.

 

Perché?


Perché esiste ancora un’ideologia che giustifica la violenza politica come strumento legittimo. E questa ideologia circola, si alimenta, trova sponde.

 

Chi ha fornito i materiali?

 

Se non erano soli, allora non è un caso isolato.

 

Chi gli ha insegnato?

 

Perché nessuno si improvvisa artificiere.

 

Dietro c’è conoscenza.

 

E la conoscenza passa sempre da qualcuno.

 

Cosa stavano costruendo davvero?

 

Perché tra un petardo e un ordigno vero c’è la differenza tra rumore e morte.

 

Il punto che molti non vogliono vedere è questo: l’impreparazione non rende meno pericolosi, rende più incontrollabili.

 

I terroristi degli anni ’70 erano organizzati, freddi, metodici.

 

Quelli di oggi, quando emergono, sono spesso più caotici, più ideologizzati, meno disciplinati.

 

E proprio per questo più instabili.

 

Più facili all’errore.

 

Più inclini a colpire senza logica lineare.

 

Non è un’evoluzione rassicurante.

 

È l’opposto.

 

E mentre si discute, mentre si minimizza, mentre si ha paura perfino delle parole, il rischio cresce sotto traccia.

 

Non servono centinaia di persone.

 

Ne bastano pochi, determinati, convinti, e lasciati muovere indisturbati.

 

La storia italiana ha già pagato questo errore.

 

Caro.

 

Carissimo.

 

Sparpajamose...


a cura di Mino e Fidias


 
 
 

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