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La politica della salute! E io pago …

  • oposservatoriopoli
  • 5 minuti fa
  • Tempo di lettura: 11 min

Sanità italiana: diritto o privilegio?

Quando la salute si compra e la povertà si paga con la vita.


Facciamo un cappello generale sulla melma nazionale nella quale oggi abbiamo deciso di camminare insieme a voi…

Non esiste un numero ufficiale unico degli scandali sanitari italiani dal dopoguerra a oggi.

Perché?

Perché molti casi non vengono mai classificati come “scandalo” ufficiale.

Perché alcuni emergono anni dopo.

Perché altri restano zone grigie tra mala gestione, corruzione e responsabilità medica

Però si può fare una cosa seria, mappare i principali scandali riconosciuti per capire l’ordine di grandezza.

Anni ’70 - ‘90: sangue infetto e disastri sistemici.

Anni ’80 - ‘90: farmaci e cure fuori controllo e il “Caso Di Bella”.

Anni ’90 - 2000: sanità e corruzione, tangenti su appalti sanitari (soprattutto Lombardia, Lazio, Campania).

2000 - 2010: malasanità e cliniche sotto inchiesta, Clinica Santa Rita di Milano, scandalo.

2000 - 2015: cure alternative e truffe, “Metodo Stamina”, false speranze su malati gravi.

2010 - oggi: gestione sanitaria e sprechi, scandali su liste d’attesa manipolate, intramoenia abusiva, appalti gonfiati e dispositivi medici pagati il triplo.

2020 - 2022: “era COVID” segnata dagli acquisti DPI gonfiati, vaccini e contratti opachi (dibattiti e inchieste, non sempre penali), gestione RSA (soprattutto Lombardia) e qui parliamo più di zona grigia politica e gestionale che di singolo scandalo…

Tradotto in modo diretto: il problema italiano non è “lo scandalo singolo”.


È questo un sistema dove gli scandali non sono eccezioni, ma ricorrenze cicliche.


Con tre costanti: soldi pubblici enormi, sanità mista pubblico/privato  e controlli che arrivano sempre …dopo!


Ora che sappiamo dove camminare, camminiamo…


In teoria la salute è un diritto universale.

In pratica, sempre più spesso, è una questione di portafoglio.

La sanità italiana, nata per garantire cure a tutti, oggi mostra crepe profonde, chi può pagare accede, chi non può aspetta.

E spesso peggiora.

E spesso muore.

E sti cazzi.

Amen.


Le liste d’attesa sono diventate il simbolo di un sistema che non regge più.

Esami diagnostici fissati a mesi - quando va bene - visite specialistiche rinviate, interventi rimandati.

Di anno in anno.

Il sistema è al collasso, da anni.

Nel frattempo, però, esiste una scorciatoia: pagare.

Limortaccivostra!

E il paradosso è evidente.

Lo stesso medico, lo stesso ospedale, la stessa prestazione.


Cambia solo il canale: pubblico o intramoenia.


E soprattutto, cambia il tempo.

Così nasce una sanità a due velocità.

Una lenta, per chi si affida al servizio pubblico.

Una veloce, per chi può permettersi di mettere mano al portafoglio.


Intramoenia: opportunità, o sistema parallelo?


L’attività intramoenia, cioè le prestazioni a pagamento svolte dai medici all’interno delle strutture pubbliche, doveva essere una soluzione per ridurre le attese.

In molti casi, però, si è trasformata in un sistema parallelo.

Il cittadino si trova davanti a una scelta forzata: aspettare mesi o pagare subito.

E quando la salute è in gioco, la scelta smette di essere libera.

Il sospetto - sempre più diffuso - è che il confine tra inefficienza e convenienza economica sia diventato troppo sottile.


Farmaci e ticket: il peso invisibile…

Non è solo una questione di visite.

Anche i farmaci raccontano la stessa storia.Ticket sempre più alti, medicinali non coperti dal Servizio Sanitario, cure innovative accessibili solo a determinate condizioni.

Chi ha una malattia cronica lo sa bene: curarsi costa.

Anche morire cosa, ma costa meno.

E a volte significa scegliere tra salute e altre necessità quotidiane.

Nel frattempo, il mercato farmaceutico cresce, le sperimentazioni avanzano, ma il cittadino medio fatica sempre di più a stare al passo.


Scandali e gestione opaca, questo è il terreno.

Negli anni, la sanità è stata anche terreno fertile per scandali: appalti gonfiati, sprechi, gestione poco trasparente.

Non è un fenomeno uniforme, ma sufficiente a minare la fiducia dei cittadini.

Ogni euro sprecato è un servizio in meno.

Ogni irregolarità è una visita che salta, un reparto che chiude, un paziente che resta indietro.


Il risultato: sfiducia e rinuncia alle cure.

Il dato più preoccupante è uno: sempre più italiani rinunciano a curarsi.Non perché non ne abbiano bisogno, ma perché non possono permetterselo o perché i tempi sono incompatibili con la malattia.

E qui la questione diventa etica, prima ancora che politica.Un sistema sanitario che costringe a scegliere tra aspettare o pagare, tra curarsi o rinunciare, sta tradendo la sua missione.


E adesso?

Il punto non è dire che tutto è marcio.

Non lo è.

Esistono eccellenze, professionisti straordinari, strutture che funzionano come i CUP, eccezionali.

Ma il sistema, nel suo complesso, sta cambiando direzione.

E il rischio è chiaro: passare da un modello universale a uno selettivo, dove il diritto alla salute diventa un privilegio.

La domanda, alla fine, è semplice e brutale: in Italia oggi ci si cura davvero tutti allo stesso modo?

La risposta, sempre più spesso, è no.


Dal medico della mutua alle cliniche private: cosa è cambiato davvero?

C’era una volta il “medico della mutua”.

Quello raccontato - in modo grottesco ma tremendamente reale - da Il medico della mutua, interpretato da Alberto Sordi.


Il dottor Guido Tersilli -primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue- era il simbolo di un sistema già malato: visite a raffica, pazienti visti come numeri, interesse economico che si infilava dentro la sanità pubblica.


Sembrava satira.


In realtà era una fotografia.

Oggi, a distanza di decenni, quel modello non è sparito.

Si è evoluto.

Non c’è più solo il medico che accumula assistiti: c’è un sistema intero che gira intorno al denaro.

La differenza è questa: prima il problema era dentro la sanità pubblica.

Oggi il problema è anche fuori, nelle cliniche private che prosperano proprio sulle inefficienze del pubblico.

Il cittadino di oggi è il nuovo “paziente di Tersilli”, ma con una variante: non subisce solo il sistema… deve anche finanziarlo di tasca propria per uscirne.


Vai nel pubblico e aspetti mesi.

Vai nel privato e paghi, ma entri subito...


È qui che il parallelo diventa amaro: Tersilli sfruttava il sistema.

Oggi è il sistema che spinge il cittadino verso un modello dove, se vuoi davvero curarti in tempi dignitosi, devi pagare.


E allora la domanda torna più attuale che mai: siamo usciti dall’epoca del medico della mutua… o l’abbiamo semplicemente resa più elegante e costosa?


Vogliamo parlare di guadagni?


Voi pensate che il mondo della droga, prostituzione, migranti e armi sia il mondo oscuro che viaggia con più denaro parallelo?

Macché…


Il giro d’affari dell’industria farmaceutica è mostruoso.

Parliamo di uno dei settori più ricchi al mondo.

A livello globale, il mercato farmaceutico vale circa 1.200 miliardi di dollari l’anno (1,2 trilioni)

In Europa e Nord America si concentra la fetta più grossa (oltre il 50% solo negli USA)

In Italia: circa 56 miliardi di euro di produzione e oltre 69 miliardi di export nel 2025


Tradotto: è un settore più grande di intere economie nazionali.


E Conte lo sapeva, e Speranza lo sapeva e tutti “lassù” lo sapevano durante il Covid19.

Dove stanno davvero i soldi?

Non è solo “vendere medicine”.

Il business è diviso così: Farmaci su prescrizione (il cuore del sistema) sono quelli che fanno più soldi, soprattutto per malattie croniche e oncologiche, poi farmaci innovativi e brevetti e qui si fanno i margini veri, perché un farmaco nuovo = miliardi!!!

Poi abbiamo i farmaci da banco (OTC) e integratori, si meno “nobili”, ma venduti in massa alla massa… e infine la Ricerca e sviluppo (R&D), ovvero, investimenti enormi… ma anche ritorni enormi se va bene e fidatevi, “lassù” va bene SEMPRE!


Qual è il lato “sporco” del sistema?

Non tutto è marcio, ma ci sono dinamiche discutibili, pressioni su prezzi e rimborsi dei farmaci, marketing aggressivo verso medici e strutture, ritardi nell’arrivo dei generici (più economici) e farmaci innovativi accessibili solo a chi può permetterseli o a chi rientra nei criteri.

Mecojoni.


Andiamo un attimo a sfogliare la Costituzione - quella che non si tocca, e che è stata appena salvata da islamici e sinistri italiani.


La Costituzione italiana tutela la salute nell'Articolo 32, definendola come "fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività".

Garantisce cure gratuite agli indigenti, assicura l'assistenza sanitaria come servizio universale e vieta trattamenti sanitari obbligatori se non per legge e nel rispetto della persona.


Mavaffanculo va’, poi dice che uno non s’incazza.


Fa quasi più ridere questa dell’'affermazione "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro", ovvero, il principio fondamentale contenuto nell'Articolo 1 della Costituzione italiana. (Approvato nel 1947, questo principio pone il lavoro non solo come mezzo di sostentamento, ma come elemento centrale di dignità sociale e progresso del Paese, distinguendo la Repubblica da base classiste, ma certo …)


Diciamolo come va detto e letto: la Costituzione italiana, scritta nel 1947, ha un’impostazione molto ideale e spesso “generica” sui diritti sociali, compresa la salute e il lavoro.

Articoli come il 32 (diritto alla salute) o il 36 e 37 (diritto al lavoro e alla retribuzione equa) sono formulati in termini nobili ma molto astratti, stabiliscono principi, non strumenti concreti per realizzarli.


Non andava solo modificata, andava riscritta!

Tutta.


Oggi la realtà è diversa dal ’47, sanità privata che dilaga, accesso ai farmaci a pagamento, precarietà e lavori sottopagati.

Molte norme costituzionali non hanno corrispondenti attuativi efficaci o vengono aggirate da leggi ordinarie e interessi economici. In pratica, la Costituzione dice “diritto alla salute e al lavoro”, ma chi ha meno soldi spesso resta escluso da cure adeguate o condizioni dignitose.


Ma ha vinto il “no” islamico.

Incredibile, a ripensarci… un milione e mezzo di islamici e poi a Napoli, dove il No vince in tutti i quartieri, record a Scampia (83,57%).

Cioè, a Scampia, praticamente hanno detto con il voto che “la Costituzione non si tocca”.

A Scampia

C’è da ridere e piangere insieme.

Forse solo da piangere.


Come c’è da piangere alla notizia che nel Marzo 2025 ad Ancona, un uomo di 72 anni è stato denunciato per aver rubato del cibo per fame, ma i carabinieri, appresa la situazione di indigenza, lo hanno aiutato.

I carabinieri, nessun altro, quindi i due uomini dentro la divisa, nessun altro.


Ma anche nel 2024 “Per aver rubato mele e noci al supermercato Eurospin di Imperia (bottino di ben 4 euro) un pensionato di 64 anni è stato denunciato dalla polizia con l’accusa di furto aggravato sebbene l’anziano avrebbe agito “spinto dalla fame“. 


È una cosa ricorrente quella di essere arrestati per aver rubato da mangiare.


Ma che c’entra con la salute?


C’entra perché il 14 febbraio 2024 la Camera ha approvato definitivamente la creazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia di Covid-19 che si è ha trascinata in tribunale l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’ex ministro della Salute Roberto Speranza per ottenere trasparenza e verità.

Per ottenere trasparenza e verità.

Trasparenza e verità.

Trasparenza.

Verità.

Mah.


Chiusa l’inchiesta di Bergamo sulla gestione della prima ondata, tra gli indagati Conte, Speranza, Fontana, Gallera e Brusaferro.


Nel dettaglio, a tre anni di distanza dall’inizio della prima ondata della pandemia di Covid che colpì duramente la Bergamasca con oltre 6 mila morti in più rispetto alla media dell’anno precedente, la Procura ha chiuso l’inchiesta per epidemia colposa, anche se da poco la Cassazione ha riaperto la partita giudiziaria sul Covid anche per il rischio di miocarditi o pericarditi omesso all’inizio.


E nel giorno in cui Astrazeneca comunica il ritiro mondiale del suo vaccino contro il Covid-19 -e il ritiro delle autorizzazioni all’immissione in commercio del Vaxzevria in Europa-, il nostro Codacons rende nota una nuova vittoria in tema di danni da vaccinazione anti-Covid, ottenuta per conto di un cittadino che si è visto oggi riconoscere un importante risarcimento per le gravi reazioni avverse subite a seguito della somministrazione del vaccino Astrazeneca.


Ma non è un caso isolato.


C'è anche un “nesso di causalità” tra la somministrazione del vaccino anti-Covid e la morte di un 35enne originario di Agrigento, lo ha deciso la Commissione medica militare di Messina, secondo cui l'uomo, che nell'aprile 2021 aveva ricevuto la prima dose del siero Astrazeneca, è morto a causa della vaccinazione. Il decesso è stato provocato da una miocardite a distanza di dieci giorni dalla somministrazione.


La decisione è stata confermata anche dal Ministero della Salute. La moglie della vittima riceverà quindi un risarcimento.


Ma Conte e Speranza, sono ancora lì, e non gliene frega un beneamato cazzo dei “tanti i danneggiati dopo la somministrazione del siero che non riescono ad avere diagnosi certe e per questo sono costretti a continue visite specialistiche a loro spese. L'incertezza della diagnosi e le conseguenti difficoltà a stabilire il nesso di causalità con il vaccino, impediscono loro di accedere ai ristori economici”.


Che porcata.


Quindi se rubi una mela perché hai fame magari ti toglie il medico di torno ma ti manda anche in galera.

Se rinchiudi una intera popolazione e la costringi con la forza del ricatto a vaccinarsi e poi la gente muore “sticazzi”, non è un problema perché il “No”, ha vinto anche nel 2020


È un pugno nello stomaco -o forse è un calcio suo coglioni- e va detto chiaramente. la sanità italiana e le istituzioni hanno dimostrato, ancora una volta, quanto siano distanti dalla realtà della gente comune.

Un uomo muore, una famiglia distrutta, e chi ha il potere resta seduto al suo posto come se nulla fosse successo.

Se rubi una mela perché hai fame, lo Stato ti punisce con rigore, procedimenti, denunce, magari il carcere.

Ma quando lo Stato impone un vaccino - con pressioni, ricatti sociali e burocratici - e qualcuno muore o subisce danni gravissimi, la responsabilità reale viene spostata, minimizzata, nascosta dietro regolamenti, commissioni e cavilli.

E chi soffre resta solo, tra visite private e incertezze legali, mentre i veri responsabili restano protetti.

È una porcata totale.

È una porcata assoluta.

È una porcata completa.


Non ci sono scuse, chi governa ha fallito nel proteggere le persone, e il paradosso è lampante.


In questo paese, il piccolo gesto del povero è punito severamente, mentre le decisioni di massa che costano vite umane vengono trattate con indifferenza istituzionale.

È il ribaltamento morale più squallido che si possa immaginare.

La verità?

Lo Stato tutela sé stesso, non i cittadini.

E questo è intollerabile.

Ma allora, il popolo non è sovrano.

Si, è sovrano, ma è esiliato in casa…


Ah, manca un dato prima di chiudere …


Questo è il quadro generale delle chiusure ospedaliere.

Negli ultimi 10 anni (circa dal 2013 al 2023) il Servizio Sanitario Nazionale ha visto diminuire il numero totale di ospedali da circa 1.070 a circa 996 tra strutture pubbliche e private accreditate, con una chiusura netta di circa 70‑74 ospedali.

In alcune stime la riduzione è stata persino maggiore, con circa 95 ospedali chiusi nel decennio più recente.

In periodi più lunghi (ad esempio dal 2010 al 2020), alcune analisi sindacali parlano di oltre 100 ospedali chiusi e decine di pronto soccorso dismessi.

E per essere ancora più chiari, nell’ultimo governo, quello con Giorgia Meloni appesa a testa in giù “nelle manifestazioni democratiche fomentate dalla sinistra”, il Fondo Sanitario Nazionale ha visto stanziamenti superiori a quelli dei governi precedenti guidati dal PD, almeno in termini di incremento percentuale e di finanziamento aggiuntivo straordinario per il 2023‑2024.


Questo ha incluso più risorse per ospedali, pronto soccorso, personale e infrastrutture sanitarie.


Il problema è che spendere di più non significa automaticamente più ospedali aperti o meno disservizi, perché la rete ospedaliera italiana è storicamente in gran parte regionale e molte chiusure o riconversioni sono frutto di piani avviati anni prima.

Inoltre, buona parte dei fondi extra va a coprire spese correnti e personale, non sempre alla riapertura di strutture chiuse.


In pratica, per i non udenti, detta spicciola, la Meloni ha messo più soldi nel sistema, ma non può magicamente riaprire ospedali già dismessi da decenni, mentre i governi precedenti (Pd, M5S e altri) hanno chiuso o riconvertito alcune strutture per motivi di spending review o riorganizzazione.

Nel 2024 la quota del Fondo Sanitario Nazionale destinata al Lazio è di circa 12,1 miliardi di euro, con un incremento di circa 400 milioni rispetto al 2023.

Per il 2024, a fine 2024 è stato definito un riparto del FSN di circa 11,6 miliardi di euro, con circa 400 milioni in più rispetto al 2023.

Di certo nell’area partenopea questo risultato non è riconducibile né a chi ha salvato la Costituzione a Scampia, men che meno al governatore della Campania.


Ad maiora e state bene perché se vi ammalate, sono cazzi!


E svejateve...



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