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IRAN SOTTO ATTACCO:LA PERSIA È LIBERA, L’EUROPA INVECE NO...

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  • 4 minuti fa
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Dobbiamo conoscere bene la storia per poterne parlare liberamente.

 

Iniziamo dalla #Persia.

 

È il nome che per secoli hanno usato gli stranieri, in particolare i Greci e poi gli Europei, per identificare il grande stato al centro dell’odierno Medio Oriente.

 

Il nome deriva da “Persis”, che era la regione intorno a Pars (oggi Fars), il cuore dell’antico impero di Ciro il Grande e dei successivi imperi achemenide e sassanide.

 

In realtà la popolazione locale non chiamava mai il proprio paese “Persia”, quel termine era esterno e limitato ad una parte del territorio.

 

In Persia dicevano “Iran” da sempre.

 

Internamente, gli abitanti chiamavano la loro terra “Iran” (o forme antiche come Eran/Aryānām), che significa “terra degli Arii” o “terra degli Irani”.

 

Documenti e titoli imperiali antichi - ad esempio sotto i Sassanidi - parlano proprio di Ērānšahr, cioè “Regno degli Irani”.

 

Quindi il nome “Iran” non è un’invenzione del Novecento, ma era la denominazione usata internamente da secoli, mentre “Persia” era ed è soprattutto una parola straniera.

 

Nel 1935, il governo di Reza Shah Pahlavi decise ufficialmente di chiedere alla comunità internazionale di usare “Iran” invece di “Persia” nelle comunicazioni ufficiali e nelle mappe.

 

Le ragioni principali erano l’identità nazionale più forte, “Iran” rifletteva ciò che la gente stessa chiamava il paese da sempre e non si limitava a una singola regione.

 

Modernizzazione e unità, Reza Shah voleva dare un’immagine moderna e sovrana dello stato, rompendo con stereotipi coloniali o con percezioni legate alle potenze straniere.

 

Coerenza storica, il nome Iran richiama millenni di storia interna, non solo il nome di una provincia usato dagli stranieri.

 

La data ufficiale del cambiamento fu il 21 marzo 1935, in occasione del Nowruz, il capodanno persiano.

 

Ed oggi?

 

Dopo il 1935 “Iran” è diventato il nome ufficiale a livello internazionale.

 

Negli anni successivi, nel 1959, il governo consentì anche l’uso di entrambi i nomi “Persia” e “Iran” in contesti culturali o storici, ma ufficialmente resta Iran.

 

Oggi si usa spesso persiano per la lingua, l’arte, la cultura o i tappeti, ma lo Stato è l’Iran.

 

Facciamo un salto dal 1935 al dopoguerra e ai rapporti dell’Iran con la nostra Prima Repubblica.

 

L’Italia del dopoguerra, guidata dalla Alcide De Gasperi, aveva un problema enorme, ricostruire l’economia e trovare energia a basso costo.

 

L’Iran, dal canto suo, era uno dei grandi produttori di petrolio al mondo.


Quindi il rapporto nasce così, bisogno italiano di energia più il bisogno iraniano di partner europei alternativi a inglesi e americani.

 

All’epoca l’Italia disponeva dei migliori politici del mondo a disposizione.

 

Quando si parla dei rapporti tra Italia e Iran nel dopoguerra, il nome che torna sempre fuori è quello di Enrico Mattei.

 

Non era un diplomatico, non era un politico di professione, ma ha inciso sulla politica estera italiana più di molti ministri.

 

L’Italia usciva dalla guerra distrutta, senza materie prime, senza petrolio, con un’industria da ricostruire quasi da zero.

 

In quel vuoto nasce l’ENI, e nasce soprattutto l’idea che il Paese non potesse restare dipendente dalle grandi compagnie angloamericane che controllavano il mercato mondiale dell’energia.

 

In quegli anni l’Iran era ancora guidato dallo Scià, Mohammad Reza Pahlavi, un alleato dell’Occidente ma anche un leader che cercava margini di autonomia economica.

 

Il petrolio iraniano era una ricchezza enorme, ma i contratti firmati in passato con compagnie straniere lasciavano a Teheran una fetta limitata dei profitti.

 

Mattei capì prima di altri che lì c’era uno spazio politico oltre che industriale.

 

Si presentò non come rappresentante di una potenza coloniale, ma come partner disposto a dividere gli utili in modo molto più favorevole al paese produttore.

 

Offrì accordi che ribaltavano le regole del gioco, lasciando all’Iran una quota nettamente superiore rispetto ai modelli imposti dalle cosiddette “Sette Sorelle”.

 

Non era solo una trattativa commerciale, era una mossa strategica.

 

L’Italia della Prima Repubblica, formalmente ancorata al blocco occidentale, cercava però margini di autonomia nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

 

Mattei interpretava questa linea con spregiudicatezza e visione.

 

Ogni contratto firmato a Teheran significava meno dipendenza energetica e più peso internazionale per #Roma. Significava anche irritare #Washington e #Londra, che vedevano in quell’attivismo italiano una minaccia agli equilibri consolidati del mercato petrolifero.

 

I rapporti tra Roma e Teheran in quegli anni si rafforzarono proprio su questa base concreta, fatta di petrolio in cambio di tecnologia, infrastrutture, competenze industriali. L’Iran trovava nell’Italia un interlocutore meno ingombrante rispetto alle grandi potenze, l’Italia trovava nell’Iran una leva per crescere e contare di più.

 

Tutto questo avveniva mentre il mondo era diviso dalla Guerra Fredda e ogni mossa energetica aveva riflessi politici enormi.

 

La morte di #Mattei nel 1962 interruppe una stagione che aveva cambiato il modo in cui l’Italia si muoveva nel mondo.

 

Ma l’impronta rimase.

 

I rapporti con l’Iran continuarono negli anni successivi, consolidati durante il regno dello Scià, fino alla frattura del 1979 con la rivoluzione islamica.

 

Quello che resta è l’idea che l’Italia, grazie a Mattei, abbia provato per la prima volta nel dopoguerra a giocare una partita autonoma nel grande scacchiere energetico internazionale, usando il dialogo con Teheran come strumento di forza e non di subordinazione.

 

Abbiamo sintetizzato 40 anni di rapporti con l’Iran.

 

Ora parliamo del ribaltone, come l’Iran è passato da monarchia autoritaria a repubblica islamica, perché quel ribaltone è stato reale e non un semplice cambio di facciata, e come il nuovo regime si è strutturato.

 

Negli anni ’60 e ’70 sotto Mohammad Reza Pahlavi l’Iran era formalmente uno stato moderno, con una monarchia forte e legami stretti con Stati Uniti e Gran Bretagna.

 

Il Shah aveva lanciato una serie di riforme ambiziose chiamate White Revolution, pensate per modernizzare economia, società e infrastrutture, ridistribuzione delle terre, alfabetizzazione di massa, investimenti pubblici e concessioni di diritti alle donne.

 

Si, avete letto bene, alfabetizzazione di massa, investimenti pubblici e concessioni di diritti alle donne.

 

Ma tutto questo avveniva a senso unico, da cima verso il basso, senza apertura politica vera, e con sistemi di controllo repressivi, la SAVAK, il servizio di sicurezza segreto, era temutissimo e schiacciava ogni opposizione.

 

Questa modernizzazione accelerata spaccò la società, una parte dei ceti urbani e mercantili si arricchiva, ma i contadini e i lavoratori nelle città sentivano crescere disparità, disoccupazione e mancanza di rappresentanza.

 

Anche gruppi religiosi, intellettuali laici e socialisti si trovarono d’accordo nell’essere scontenti del regime.

 

All’inizio del 1978 una protesta relativamente piccola esplose in qualcosa di enorme, le persone scesero in piazza per chiedere semplici riforme, e la violenta repressione dello stato trasformò quel movimento in una rivolta di massa.

 

Ogni caduto nelle manifestazioni divenne martire e le folle crebbero in tutto il paese.

 

Il culmine di questa escalation fu il gennaio-febbraio del 1979, quando milioni di iraniani accorsero nelle strade di Teheran per accogliere Ruhollah Khomeini, il religioso in esilio che aveva saputo unificare sotto il suo nome religiosi, operai, intellettuali e sciiti semplici con un messaggio di fine alla tirannia e di autogoverno.

 

Il regime del Shah, indebolito e senza credibilità, crollò il monarca lasciò il paese, l’esercito si dichiarò neutrale e l’ordine monarchico si dissolse.

 

L’Iran che ne nacque non fu una repubblica liberale in stile occidentale, ma una Repubblica Islamica in cui il potere politico venne ufficialmente ancorato all’autorità religiosa.

 

Khomeini e i suoi alleati scrissero una costituzione in cui lo ”Guida Suprema”, una figura religiosa, deteneva poteri superiori a quelli degli organi elettivi. Nei primi anni, partiti laici e socialisti che avevano appoggiato la caduta del Shah si trovarono rapidamente esclusi o repressi, mentre la leadership religiosa consolidava il proprio controllo sulle istituzioni, sulla giustizia e sulle forze armate.

 

Ci ricorda qualcosa…

 

In entrambi i casi c’è un sistema che perde legittimità, una società attraversata da crisi profonde e una figura capace di catalizzare il malcontento trasformandolo in potere assoluto.

 

Nel gennaio-febbraio 1979 milioni di persone riempiono le strade di Teheran per accogliere Ruhollah Khomeini, simbolo di una rivoluzione che promette fine della repressione e autodeterminazione.

 

In Germania, quarantasei anni prima, l’ascesa di Adolf Hitler avviene in un clima diverso ma con una dinamica simile sul piano della legittimazione di massa, crisi economica devastante dopo il 1929, umiliazione del trattato di Versailles, sfiducia verso la fragile democrazia della Repubblica di Weimar.

 

Anche lì,  un leader riesce a presentarsi come risposta totale ad un sistema percepito come fallito.

 

C’è un primo punto di contatto: entrambi sfruttano una crisi di credibilità delle istituzioni. In Iran il regime dello Scià appare autoritario, distante, sostenuto dall’Occidente e incapace di assorbire il dissenso; in Germania la Repubblica di Weimar sembra impotente davanti a inflazione, disoccupazione e instabilità politica.

 

Quando le istituzioni non reggono, chi promette ordine e riscatto trova terreno fertile.

 

Secondo elemento, la mobilitazione di massa.

 

Khomeini diventa il volto di un movimento eterogeneo che va dai religiosi ai laici anti-regime; Hitler costruisce consenso attraverso propaganda capillare, comizi oceanici e una macchina politica organizzata, il partito nazionalsocialista.

 

In entrambi i casi la legittimazione non appare inizialmente come un colpo di Stato puro, ma come il risultato di un sostegno popolare crescente.

 

Detto questo, le differenze sono sostanziali.

 

Hitler costruisce un regime totalitario fondato su nazionalismo razziale, espansionismo militare e ideologia suprematista; Khomeini guida una rivoluzione a base religiosa che istituzionalizza una teocrazia sciita.

 

Il nazismo nasce dentro un sistema democratico che viene eroso dall’interno; la rivoluzione iraniana abbatte una monarchia autoritaria e la sostituisce con un altro modello autoritario di natura religiosa.

 

Inoltre il progetto hitleriano ha fin dall’inizio una vocazione aggressiva e genocidaria su scala europea, mentre la rivoluzione iraniana è centrata soprattutto sulla ridefinizione interna del potere e sull’indipendenza dall’influenza occidentale, pur avendo poi forti ricadute regionali.

 

Però il punto di contatto non è l’ideologia ma la dinamica del potere, crisi profonda, delegittimazione dell’ordine esistente, leader carismatico che incarna la promessa di riscatto, uso della mobilitazione di massa e successiva concentrazione del potere in poche mani.

 

Cambiano i contenuti, cambia il contesto storico, ma il meccanismo con cui un sistema collassa e viene sostituito da un regime autoritario mostra somiglianze strutturali evidenti.

 

Se guardiamo alla dinamica con cui la rivoluzione iraniana porta al consolidamento del potere di Ruhollah Khomeini, i paralleli con altre dittature non stanno tanto nell’ideologia quanto nel meccanismo di conquista e blindatura del potere.

 

È lì che emergono schemi ricorrenti.

 

Un primo confronto interessante è con Benito Mussolini.

 

In Italia il regime liberale non viene abbattuto con un’insurrezione popolare totale, ma con una pressione politica e paramilitare culminata nella Marcia su Roma del 1922.

 

Anche lì il sistema era percepito come debole, incapace di governare conflitti sociali e crisi economiche.

 

Mussolini entra formalmente nel governo in modo legale, poi nel giro di pochi anni svuota le istituzioni dall’interno. In Iran il crollo è più radicale e rivoluzionario, ma il passaggio successivo è simile, una volta al vertice, il nuovo potere elimina progressivamente gli alleati scomodi e concentra l’autorità in un nucleo ristretto.

 

Un altro parallelo è con Francisco Franco.

 

In Spagna il potere nasce da una guerra civile e da una contrapposizione ideologica feroce, ma dopo la vittoria Franco costruisce uno Stato fortemente centralizzato, legittimato anche da una dimensione religiosa cattolica.

 

La fusione tra potere politico e legittimazione religiosa è un punto di contatto con la Repubblica Islamica, anche se in Iran la religione non è solo supporto morale del regime, bensì architrave costituzionale.

 

Se guardiamo all’America Latina, il caso di Augusto Pinochet mostra un’altra dinamica ancora: colpo di Stato militare, promessa di ordine contro il caos politico, repressione dell’opposizione e controllo capillare delle istituzioni.

 

In Iran il rovesciamento dello Scià non avviene tramite un golpe militare ma tramite mobilitazione di massa; tuttavia il consolidamento del nuovo potere segue una traiettoria simile a molte dittature novecentesche: purghe interne, controllo dei media, creazione di apparati di sicurezza fedeli al nuovo ordine.

 

Un parallelo più lontano ma strutturalmente utile è quello con Joseph Stalin.

 

Anche lì la rivoluzione nasce con una base ampia e plurale, ma nel tempo il potere si concentra progressivamente in una sola figura che neutralizza gli ex compagni di lotta. La differenza è che in Unione Sovietica il fondamento ideologico è marxista-leninista, mentre in Iran è teocratico sciita; ma il processo di eliminazione del pluralismo interno alla rivoluzione ha tratti simili.

 

Il filo rosso che attraversa questi esempi è sempre lo stesso, analizziamolo.


Crisi profonda porta a delegittimazione del sistema esistente, ecco l’ascesa di un leader che promette ordine, si arriva all’identità o al riscatto quindi riduzione progressiva degli spazi di opposizione ed ecco la costruzione di un nuovo assetto istituzionale che rende difficile il ricambio del potere.

 

Così si costruisce una dittatura ma le differenze contano, eccome.

 

Alcuni regimi nascono da elezioni manipolate, altri da rivoluzioni, altri da guerre civili o colpi di Stato militari.

 

Alcuni si fondano su nazionalismo etnico, altri su ideologia di classe, altri su religione.

 

Ma quando si osserva la struttura del potere, concentrazione, controllo degli apparati coercitivi, riduzione del pluralismo, legittimazione carismatica, i paralleli diventano evidenti.

 

Ora parliamo di “noi”.

 

Noi Italia, non ci siamo mai comportati bene con nessuno, alleati e non.

 

Abbiamo iniziato guerra con amici che abbiamo tradito per poi tradirli con altri amici …

 

Si, c’è più di qualche singolo episodio storico in cui l’Italia ha fatto gli “scherzi” agli Stati Uniti o ha preso posizione in modo non allineato nei confronti delle pressioni di Washington, in particolare riguardo all’Iran, ce ne sono alcuni abbastanza significativi e concreti, non “storture” nel senso di tradimenti plateali, ma scelte diplomatiche ed economiche che hanno irritato o messo in difficoltà gli USA.

 

Ecco mettiamola così.

 

Torniamo a lui.

 

Negli anni del dopoguerra, quando l’ENI e il suo leader Enrico Mattei trattavano accordi petroliferi con l’Iran, fu un problema per gli americani perché rompevano il loro controllo oligopolistico sulle fonti energetiche.

 

Washington temeva che l’accordo italiano-iraniano, con una ripartizione più favorevole delle royalties e un ruolo diretto dell’Iran nella gestione dei giacimenti, potesse dare impulso ad altri Paesi del Medio Oriente e indebolire la leadership occidentale nel settore energetico.

 

Secondo documenti storici diplomatici statunitensi, questo accordo “avrebbe avuto un impatto sfavorevole sulle relazioni USA-Italia e avrebbe dato uno stimolo indesiderato alle tendenze nazionaliste nei Paesi produttori.”

 

Anche di recente, quando la tensione tra gli USA e l’Iran è esplosa in confronti militari e rischi di guerra, l’Italia ha provato a non assecondare automaticamente la linea americana.

 

Nel 2025 il ministro degli Esteri italiano ha provato a convincere gli Stati Uniti e l’Iran a tornare al tavolo dei negoziati diplomativi proprio a Roma, piuttosto che accettare una escalation militare.

 

Tajani ha confermato che l’Italia non è stata informata in anticipo da Washington prima degli attacchi Usa contro l’Iran e che nessuna richiesta formale è arrivata su un uso delle basi italiane per colpire Teheran; altro segnale che Roma non ha voluto farsi trascinare automaticamente nella strategia americana.

 

Un episodio storico più eclatante, non legato all’Iran ma illustrativo di come l’Italia abbia fatto storcere il naso agli Stati Uniti, è la Crisi di Sigonella.

 

Nel 1985 un aereo dell’11 settembre dopo un dirottamento politico-violento venne intercettato e bloccato a Sigonella, in Sicilia, l’unità speciale americana Delta Force voleva arrestare due terroristi, ma l’Italia impedì l’azione e chiese il pieno controllo delle operazioni, sfiorando lo scontro tra forze italiane e americane.

 

Quella volta l’Italia disse no a un intervento statunitense diretto sul proprio territorio, rompendo simbolicamente l’idea di totale subordinazione agli alleati atlantici.

 

E l’abbiamo pagato caro nel tempo.

 

Perché gli americani, certe cose non se le dimenticano.

 

Nel presente, l’Italia prova a non essere pedina automatica della strategia Usa, spingendo per mediazione diplomatica e non partecipazione diretta a operazioni militari e paghiamo anche questo.

 

Quelle scelte si sono riflesse nella politica interna italiana (ad esempio nel dibattito parlamentare e nell’opinione pubblica) perché queste tensioni, influenzano rapporti economici e di sicurezza oggi.

 

Gli Stati non ragionano come individui offesi.

 

Ma come bambini viziati offesi.

 

Gli Stati, inoltre, ragionano solo per interessi.

 

Gli Stati Uniti non “si legano al dito” Mattei o Sigonella per spirito di rivalsa emotiva. Valutano convenienze, equilibri, costi e benefici.

 

E quando dovranno fare altre scelte, magari a favore, le faranno tenendo conto di tutto.

 

Punto.

 

Detto questo, è vero che ogni scelta di autonomia ha un prezzo.

 

Negli anni di Enrico Mattei l’Italia rompeva equilibri energetici dominati da Washington e Londra.

 

Non ci fu una rappresaglia ufficiale, ma l’Italia rimase sempre un alleato vigilato, mai completamente libero nei margini strategici.

 

Essere nella NATO significa avere protezione, ma anche limiti.

 

Nel presente, quando l’Italia prova a mantenere canali aperti con l’Iran o a frenare escalation militari americane, non “paga” nel senso di sanzioni o ritorsioni dirette però paga in altro modo, minore influenza nei dossier che contano, meno accesso privilegiato a determinate filiere strategiche, maggiore pressione diplomatica.

 

È un costo politico, non una punizione.

 

La realtà è più fredda di come spesso la si racconta, l’Italia non è una potenza globale, è una media potenza inserita in un’alleanza guidata dagli Stati Uniti.

 

Ogni tentativo di autonomia deve muoversi dentro quel perimetro.

 

Se esci troppo, perdi copertura.

 

Se resti troppo dentro, perdi margine.

 

Non è questione di memoria americana.

 

È questione di rapporti di forza.

 

L’Italia di oggi non è autonoma in politica, specialmente nei settori energia, difesa e tecnologia, abbiamo perso la guerra, non abbiamo crescita interna, siamo messi male con la sinistra, siamo invasi dall’islamismo e dall’immigrazione non controllata, abbiamo franchi tiratori ed abbiamo maggiore dipendenza dagli Stati Uniti.

 

Questa è la realtà, senza girarci intorno.

 

L’immigrazione irregolare è un tema serio, soprattutto nel Mediterraneo e parlare di “invasione islamista” oggi non è una semplificazione politica.

 

I flussi migratori, su carta, sono composti in larga parte da persone che cercano lavoro o protezione ma nella realtà non è così.

 

Esistono rischi di radicalizzazione?

 

Sì. Sono sistemici e generalizzati?

 

Si, oggi si.

 

I numeri italiani, se confrontati con Germania o Francia, non sono fuori scala europea, infatti il problema è Europeo ormai.

 

Qui il punto è realistico.

 

L’Europa, non più solo l’Italia, nel suo complesso dipende dagli USA per sicurezza e tecnologia strategica (microchip, difesa, intelligence).

 

Quindi non è solo un problema italiano.

 

È un problema europeo.

 

Finché non esiste una vera difesa europea integrata, l’ombrello americano resta centrale.

 

Il tema non è “siamo messi male perché dominati”.


Il tema è: “Abbiamo una strategia nazionale chiara per energia, tecnologia, demografia e produttività?”

 

L’Italia non è un paese finito.

 

È un paese che fatica a riformarsi in modo strutturale.

 

La differenza è enorme.

 

La geopolitica conta, certo.

 

Ma il nodo principale è interno, scuola, innovazione, infrastrutture, giustizia civile lenta, fuga di cervelli.

 

Finché questi restano irrisolti, qualsiasi alleanza esterna sembrerà, anzi, è una dipendenza.

 

Si ma, l’Iran?

 

Mah, scattare e raccontare una foto aggiornata e realistica delle previsioni e degli scenari di guerra in Iran, così come emerge dalle ultime analisi e notizie internazionali è difficile.

 

Possiamo azzardare nell’affermare che dagli ultimi sviluppi risulta che Stati Uniti e Israele non hanno finito di lanciare bombardamenti coordinati su obiettivi in Iran, con distruzione di asset militari e infrastrutture e che la risposta iraniana, fitta, ha incluso lanci di missili e droni verso Israele e basi USA nella regione.

 

Purtroppo questo non è un conflitto “lontano”, è già in corso, con danni reali (petroliere colpite nel Golfo, spazi aerei chiusi, caos nei trasporti) e conseguenze globali.

 

Scenari futuri di una guerra prolungata o escalation regionale?

 

Le previsioni degli analisti e dei mercati sono molto confuse e divergenti, ma alcune tendenze chiave emergono probabilità alta di ulteriori attacchi e campagne militari estese nei prossimi mesi, non semplici raid isolati.

 

Secondo alcuni modelli di mercato, la probabilità di attacchi significativi contro l’Iran nel 2026 è molto alta.

 

La diplomazia è aperta ma è rigida, l’Iran ha detto di voler negoziare, ma qualsiasi attacco statunitense sarà visto come aggressione e porterà a risposte dure e non limitate.

 

Le autorità di Teheran hanno esplicitamente avvertito che reagiranno a qualsiasi offensiva.

 

Gli Stati Uniti rimangono divisi internamente sulla durata e lo scopo di un’eventuale campagna militare, c’è chi pensa che vogliano una guerra-lampo mirata a indebolire o togliere leadership e capacità nucleare, non un conflitto lungo come Iraq o Afghanistan.

 

So che avete fame di gossip, ma qui in OP non abbiamo la palla di vetro, abbiamo solo ragionamenti e logiche deduttive.

 

Possibili evoluzioni dello scontro?

 

Non esiste un solo futuro inevitabile, ma alcuni scenari concreti si delineano, tipo l’escalation militare estesa.


Se gli attacchi USA/Israele continuano, l’Iran potrebbe usare missili, droni e forze alleate per colpire altri obiettivi in tutta la regione, incluso il cuore economico di paesi arabi e basi statunitensi.

 

Questo aumenterebbe il rischio di coinvolgimento di altri Stati.

 

C’è il rischio di una “distruptive war” ma, limitato all’energia.


L’Iran potrebbe puntare molto su minacciare o interrompere il traffico nel Stretto di Hormuz, “chokepoint” vitale per circa il 20 % delle esportazioni petrolifere mondiali, anche solo questo causerebbe picchi dei prezzi dell’energia e impatto economico globale.

 

Ci mettono in ginocchio in modo dolce e sottile…

 

Le pressioni economiche, le sanzioni e le tensioni sociali in Iran potrebbero trasformarsi in crisi interne contemporanee al conflitto esterno, scenario che aumenterebbe l’incertezza e la probabilità di errori di calcolo da entrambe le parti.

 

Cosa questa, oggi, molto facile.

 

Non va escluso un ritiro parziale o un compromesso negoziato, specialmente se l’opinione pubblica internazionale, economica e le potenze come Cina e Russia spingono per contenere l’escalation.

 

D'altronde, non è detto che diventi un conflitto mondiale, ma il rischio di regionalizzazione è alto.

 

Né gli Stati Uniti né l’Iran vogliono un conflitto totale che duri anni, ma le pressioni interne e le logiche di deterrenza rischiano di trascinare entrambe le parti in una spirale di escalation più lunga di quanto molti prevedano.

 

Che poi a noi italiani, sinceramente, ma che ce frega dei rapporti degli altri, noi abbiamo la crema politica che ci rappresenta dinnanzi al mondo.

 

Abbiamo uno squadrone che veglia su di noi che fermati proprio...

 

Il nostro “drimme-timme”:

 

Ilaria Salis, politica italiana eletta al Parlamento europeo nel giugno 2024 nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) che siede alla destra del Padre nel gruppo parlamentare The Left (La Sinistra), membro titolare della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), uno dei principali organi che si occupa di diritti umani, giustizia, migrazione e libertà civili nell’Unione Europea.

 

Quindi per i diritti umani e liberà civili stiamo coperti.

 

Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati, nominata dagli organi dell’ONU per occuparsi specificamente di quella questione.

 

Anche se non è un’alta funzionaria generale delle Nazioni Unite né una “rappresentante ufficiale di tutti gli Stati”, è una esperta indipendente con un mandato ben preciso, si occupa infatti, di formulare osservazioni e raccomandazioni agli Stati e alle istituzioni per migliorare il rispetto dei diritti umani.

 

Quindi sulle osservazioni e raccomandazioni, anche qui, stiamo coperti.

 

Non in ultimo, una chicca.

 

Luigi Di Maio, politico italiano molto noto poiché ex capo politico del Movimento 5 Stelle ed ex Vicepresidente del Consiglio e ex Ministro degli Esteri.

 

Mica cazzi...

 

Non è che qui stiamo parlando di un Cossiga, De Michelis o un Craxi qualsiasi.

 

Dal 1° giugno 2023 ricopre un ruolo internazionale importante, è l’EU Special Representative (Rappresentante Speciale dell’Unione Europea) per la regione del Golfo Persico.

 

Il suo mandato è quello di dialogare con i governi di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman, Bahrain e promuovere interessi e relazioni politiche, economiche e di sicurezza tra UE e quei Paesi; mica micio micio bau bau.

 

Infine, sempre Giggino, sostiene l’Alto Rappresentante UE per la Politica Estera (attualmente la liberale Estone KajaKallas) nell’attuazione delle strategie relative al Golfo.

 

E quindi sui dialoghi con il Golfo persico stiamo coperti alla grande...

 

Confidiamo su Alberico Gambino, vicepresidente della Commissione Affari Esteri (AFET) e sul presidente della Commissione Affari Esteri (AFET) del Parlamento europeo, David McAllister, europarlamentare tedesco del partito della Christian Democratic Union (CDU), parte del gruppo del Partito Popolare Europeo (EPP).

 

L’attuale “neo” agli esteri è Tajani, vecchio politico “di apparato”, più concentrato sulla visibilità personale e sul consolidamento del partito che su riforme concrete.

 

Lo percepiamo come legato a vecchi schemi di mediazione tra partiti, meno innovativo sulle politiche europee contemporanee.

 

Quando era presidente del Parlamento europeo, alcuni osservatori dissero che il suo peso politico reale su dossier strategici era limitato rispetto a quello dei commissari o dei grandi gruppi, perché si era dato da fare più per favorire posizioni politiche italiane di Forza Italia a discapito di un ruolo più neutrale europeo.

 

Elemento considerato vicino agli interessi industriali e imprenditoriali, meno attento alle politiche sociali, ambientali o di diritti civili che oggi sono al centro del dibattito europeo, con la sua vicinanza a leader più conservatori o al centro‑destra europeo ha fatto sì che le sue posizioni siano percepite come “poco coraggiose” su temi come energia pulita, diritti civili, migrazione.

 

Bene.

 

A quanto pare i nostri rappresentanti e deputati “di retrovia” sono fondamentali per il nostro posizionamento sula scacchiera.

 

Magari però, se al resto del mondo gli facciamo pena, forse eviteranno di farci a pezzi e questa come strategia, oggi, credeteci, visto come siamo ridotti in casa con Bonelli, Fratoianni, Landini, la Elly, Tajani e Salvini, beh, non è affatto male considerati gli oltre mille partiti registrati...

 

Addormimose che è mejo...



a cura di Fidias e Mino



 
 
 

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