Il doppio volto di Sindona: benefattore e predatore!
- oposservatoriopoli
- 1 giorno fa
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E anche vittima…
Il 22 marzo 1986, nel carcere di Voghera, moriva Michele Sindona.
Ufficialmente per avvelenamento da cianuro.
Ufficialmente.
Ma con Sindona, l’ufficialità è sempre stata una copertura sottile sopra qualcosa di molto più torbido.
Per anni è stato celebrato come un genio della finanza.
Paolo VI lo definì “l’uomo della Provvidenza”.
Giulio Andreotti lo dipinse come un salvatore della lira.
Eppure, dietro quella facciata rispettabile, si muoveva un uomo che trafficava con capitali opachi, intrecciando rapporti con mafia siciliana e americana, ambienti vaticani (lo IOR), politica italiana, soprattutto area DC, logge deviate come la Loggia P2, servizi segreti …
Non era solo un banchiere.
Era un nodo.
Un punto di connessione tra poteri che ufficialmente non si sarebbero mai dovuti (…o potuti) incontrare.
Dalla Sicilia al cuore del potere.
Nato a Patti nel 1920, Sindona non era un uomo brillante nel senso classico.
Era qualcosa di più pericoloso: freddo, calcolatore, ossessionato dalle relazioni utili.
Dopo la guerra – e qui iniziano le zone grigie – entra in contatto con ambienti legati allo sbarco alleato in Sicilia, dove il ruolo della mafia (e di uomini come Lucky Luciano) fu decisivo.
Coincidenza?
Opportunità?
Collaborazione?
Non lo sapremo mai con certezza.
Ma da quel momento la sua carriera decolla.
Negli Stati Uniti gestisce i soldi di famiglie mafiose come i Gambino e i Genovese. Non come consulente qualunque: come architetto finanziario.
Il “sistema” Sindona.
Negli anni ’60 e ’70 costruisce un impero.
Banche, società offshore, paradisi fiscali, triangolazioni. Tutto apparentemente legale. In realtà, una macchina perfetta per riciclare denaro, spostare capitali invisibili, finanziare operazioni politiche e criminali.
Il suo nome gira ovunque: Milano, Ginevra, New York, Vaticano.
Accanto a lui, figure chiave, Paul Marcinkus, Roberto Calvi, Licio Gelli.
Tre mondi: finanza, Chiesa, massoneria.
E lui al centro.
Il crollo: quando i conti non tornano.
Le autorità iniziano a fare domande semplici e devastanti, era il 1974.
Da dove arrivano quei soldi?
Perché le banche crescono sulla carta ma crollano nella realtà?
La risposta è brutale: i conti non esistono.
È tutto un castello costruito su debiti e operazioni fittizie.
Crollano la Banca Privata Italiana e la Franklin National Bank negli USA.
Uno dei più grandi disastri finanziari dell’epoca.
E qui arriva un uomo che cambia la storia: Giorgio Ambrosoli.
Ambrosoli: lo Stato contro il sistema.
Ambrosoli non era potente.
Non aveva protezioni.
Ma aveva una cosa che mancava a tutti gli altri: indipendenza.
Scava.
Ricostruisce.
Collega i pezzi.
Capisce che Sindona non è solo un truffatore.
È il terminale di un sistema enorme.
E per questo diventa un bersaglio.
Minacce.
Pressioni.
Tentativi di delegittimarlo.
Fino all’11 luglio 1979.
Un killer gli spara sotto casa.
Tre colpi.
Mandante: Sindona!
La disperazione del “mago”.
A quel punto, Sindona non controlla più nulla.
Simula un sequestro.
Si fa sparare.
Gira con passaporti falsi.
Cerca di salvarsi usando l’unica arma che gli resta: i segreti.
La famosa “lista dei 500”.
Un elenco di politici, finanzieri, istituzioni coinvolte nei suoi affari.
Domanda chiave, questa lista è mai esistita davvero?
E se sì, chi l’ha presa?
Il processo e la fine.
Condannato negli Stati Uniti.
Estradato in Italia.
Ergastolo per l’omicidio Ambrosoli.
E poi, il 20 marzo 1986.
Beve un caffè in carcere.
Entra in bagno.
Esce urlando: “Mi hanno avvelenato”.
Due giorni dopo è morto.
Il mistero del cianuro.
Versione ufficiale: suicidio.
Ma i dettagli non tornano, Il cianuro è solo nel suo bicchiere, non nel thermos
Era sotto sorveglianza costante, 15 agenti dedicati e controlli rigidissimi.
Allora?
Chi ha messo il veleno?
Era davvero zucchero contaminato?
Possibile che nessuno abbia visto nulla?
Oppure…
Sindona sapeva?
Le domande che restano.
E qui viene il punto.
Sindona muore due giorni dopo l’ergastolo.
Proprio quando non ha più nulla da perdere.
Proprio quando parlare avrebbe potuto distruggere molti.
Coincidenza?
O qualcuno ha deciso che era meglio chiudere tutto lì?
Ha scelto lui di morire?
È stato aiutato?
È stato eliminato?
Ha tentato una messinscena finita male?
E soprattutto: quanti nomi si è portato nella tomba?
La verità scomoda.
Il caso Sindona non è solo la storia di un banchiere corrotto.
È la fotografia di un’epoca in cui Stato, finanza e criminalità si toccavano il confine tra legale e illegale era negoziabile, chi scavava troppo, come Ambrosoli, pagava …
E la domanda più pesante resta lì, immobile: Sindona era il problema… o era solo uno degli ingranaggi?
Eppure manca un uomo all’appello, e si, manca Francesco Pazienza.
I rapporti tra Michele Sindona e Francesco Pazienza non sono mai stati lineari, né completamente trasparenti.
Ma una cosa è certa: si muovevano nello stesso sottobosco di potere, quello dove finanza, servizi segreti, politica e criminalità si sfioravano continuamente.
E non per caso.
Due uomini, stesso ambiente.
Pazienza entra in scena negli anni più caldi, tra fine ’70 e primi ’80, come uomo vicino al SISMI, con legami fortissimi con Licio Gelli, ambienti finanziari opachi e operazioni di intelligence non ufficiali.
Sindona, invece, era già in caduta libera, ma ancora pericolosissimo: sapeva troppo.
E chi sa troppo, in quegli anni, non è mai un uomo solo.
È un rischio.
Il punto di contatto: protezione e manovre.
Non esiste una prova “pulita” di un rapporto diretto e stabile tra Sindona e Pazienza, ma emergono intersezioni molto pesanti: entrambi gravitano attorno alla Loggia P2, entrambi hanno contatti nei servizi segreti deviati, entrambi sono coinvolti in operazioni di depistaggio e pressione, Pazienza, in particolare, era uno di quelli che si muoveva dietro le quinte per costruire narrazioni utili, influenzare magistratura e opinione pubblica e gestire informazioni sensibili.
E Sindona, in fuga e sotto processo, aveva un disperato bisogno proprio di questo.
Il nodo Ambrosoli e le pressioni.
Nel periodo più delicato – quello dell’indagine di Giorgio Ambrosoli – il sistema attorno a Sindona prova in tutti i modi a screditare il liquidatore, bloccare le indagini e creare coperture politiche
Qui entra in gioco il “metodo Pazienza”: operazioni opache, relazioni, influenza.
Non è che Pazienza fosse “l’uomo di Sindona”.
Era qualcosa di più sottile: uno degli ingranaggi del sistema che cercava di salvare Sindona o, quantomeno, contenere i danni.
Il vero punto: i segreti!
Sindona possedeva informazioni devastanti, finanziamenti illeciti alla politica, rapporti tra banche e mafia, legami con ambienti vaticani e la famosa “lista dei 500”.
Pazienza era uno specialista nella gestione di questo tipo di materiale.
E allora la domanda diventa inevitabile:
Pazienza cercava di aiutare Sindona… o di controllarlo?
Perché in quel mondo, aiutare e controllare spesso sono la stessa cosa.
Dopo il crollo: silenzi e coincidenze.
Quando Sindona viene arrestato e poi estradato, il sistema si ricompatta.
Molti spariscono.
Altri si defilano.
Alcuni – come Pazienza – continuano a muoversi in altre operazioni (vedi caso Calvi, Banco Ambrosiano, depistaggi vari).
E Sindona?
Muore nel 1986, avvelenato.
Qui bisogna essere chiari: non esiste un documento che dica “Pazienza ha fatto X per Sindona”.
Ma esistono elementi molto più interessanti, stessi ambienti, stessi referenti, stessi obiettivi: controllo delle informazioni e sopravvivenza del sistema.
E quindi Pazienza sapeva cosa Sindona poteva rivelare?
Ha avuto un ruolo nel gestire (o bloccare) quelle informazioni?
Ha agito per proteggere qualcuno… o per evitare che tutto esplodesse?
Non lo sapremo mai, questo è certo.
Così come non sapremo mai i nomi degli amici, degli amici degli amici e chi lo ha ammazzato davvero, Sindona.
Sindona era una bomba.
Pazienza era uno di quelli che giravano intorno alle bombe.
Non sempre per disinnescarle.
A volte per decidere quando e come dovevano esplodere…
a cura di Fidias e Mino





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