DELITTO DI ROGOREDO: Carmelo Cinturrino...professione traditore...
- oposservatoriopoli
- 1 ora fa
- Tempo di lettura: 15 min
Da solo o in compagnia? Il silenzio, non è neutro...
Certo che viene da pensare.
Certo che viene da riflettere.
Già.
Un Assistente Capo della Polizia di Stato in servizio alla Questura di Milano, che per anni ha fatto il bello e il cattivo tempo fra i pusher di Rogoredo, viene arrestato per omicidio ed altro.
Partiamo dall’inizio.
Cos’è Rogoredo?
Rogoredo è il IV Municipio della città di #Milano.
Un quartiere a rischio, un quartiere di frontiera, fra il bene ed il male, e come tutti gli altri quartieri "particolari"delle città d’Italia esposti allo spaccio e al malaffare.
La zona di Milano #Rogoredo, in particolare l'area adiacente alla stazione ferroviaria e il cosiddetto "boschetto" (Parco Rogoredo), è storicamente nota per essere una zona problematica e pericolosa, principalmente legata al traffico e al consumo di sostanze stupefacenti.
E questo la Polizia lo sa.
Lo sa bene.
Perché nelle mansioni non scritte dei poliziotti che operano il controllo del territorio ed il pronto intervento, la prima delle attività è l’integrazione silenziosa con il tessuto sociale, la raccolta di informazioni a trecentosessanta gradi e la prevenzione discreta.
Gli agenti di Polizia sanno che nelle aree “calde” come quella attorno a Milano Rogoredo ed il cosiddetto boschetto, il lavoro non si limita ad interventi visibili: si tratta di capire le dinamiche, conoscere chi frequenta la zona, individuare i segnali di tensione o pericolo, ed agire prima che le situazioni degenerino.
In pratica, oltre al pronto intervento, il “lavoro silenzioso” significa l’osservazione costante, conoscere gli spostamenti, gli orari critici, i luoghi più a rischio.
E ancora la costruzione di reti di informazione, dialogare con cittadini, con i negozianti e chi vive la zona senza far percepire la presenza come minacciosa.
Ancora la prevenzione mirata, creando un effetto deterrente anche senza arresti immediati, grazie alla sola presenza visibile ed alla capacità di intervenire rapidamente.
Ed infine, il supporto sociale e l’integrazione, segnalando strutture di sostegno per chi è in difficoltà, contribuendo a ridurre i fattori di rischio legati alla droga o alla microcriminalità.
Tutto chiaro.
Non ci piove.
Ogni singolo poliziotto che presta servizio di pronto intervento sa esattamente dove deva andare, cosa fare, chi incontrare, come e quando menare duro sul territorio.
Che non è sempre un male.
Insomma, la “continua mena duro” non è sempre sinonimo di repressione, spesso è il risultato di un lavoro paziente, metodico e quasi invisibile, che punta a trasformare l’area da punto critico a spazio più sicuro, senza alimentare conflitti inutili.
Ed ecco che spunta un problema inaspettato, lo scandalo nazionale.
Tutti a bocca aperta, tutti senza parole o forse troppe, tutti in virtù del fatto che, sebbene la situazione sia migliorata rispetto al passato grazie a costanti interventi delle forze dell'ordine, la zona presenta ancora criticità significative tra il 2024 e l'inizio del 2026.
Tutto ci si aspettava tranne che un poliziotto fosse un assassino, un taglieggiatore, e quindi un corrotto.
Insomma...un traditore dello Stato...
E così, l’incredulità generale si trasforma in shock mediatico.
La notizia di un agente infiltrato nel tessuto sociale della zona di Milano Rogoredo che tradisce il suo ruolo, scuote non solo la città, ma l’intero Paese.
Chi fino a ieri aveva fiducia nelle pattuglie di quartiere si ritrova ora a dubitare.
Come è stato possibile che un tutore della legge si trasformasse in criminale?
Dapprima, dopo la notizia della sparatoria col pusher, o meglio, dopo l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, in molti si sono schierati con il poliziotto.
Ma ora che ha confessato... è stato immediatamente rinnegato e già condannato in via definitiva.
E fin qui...tutto regolare.
Che poi non si tratti proprio di una confessione lo dimostrano le sue prime dichiarazioni: “Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto", così ha detto #CarmeloCinturrino, così sembra abbia detto durante un colloquio in carcere con il suo legale.
Ma non finisce qui.
Il traditore Cinturrino se la canta allegramente, dichiarando: “Ho detto al mio collega di andare a pigliare lo zaino" al commissariato, “sapeva cosa c'era dentro”.
Quindi i traditori sono diventati due?
Cinturrino ha poi spiegato di essersi accorto solo mentre sparava che "quello che aveva in mano la vittima era un sasso".
Insomma, tutto da manuale fino ad allora, tranne l’aver ammazzato una persona per sbaglio e l’aver posizionato una pistola sul posto per deviare le responsabilità che ora gravano su due poliziotti, non più uno solo.
Ma, c’è sempre un ma.
Porca paletta di questi cazzo de "ma"...
Sapeva quello che c’era dentro.
Chi lo sapeva oltre Cinturrino ed il suo collega?
Quanti lo sapevano in commissariato?
In Commissariato o in Questura?
La Questura è la sede centrale della Polizia di Stato in ogni capoluogo di provincia, diretta dal Questore, mentre i Commissariati sono le sue articolazioni periferiche (diramazioni) distribuite sul territorio, più vicine ai cittadini, gestite da un Commissario e focalizzate su attività locali e amministrative.
Circa 3.000 poliziotti lavorano a Milano.
A Milano si legge che ci sono 12 Commissariati della Polizia di Stato, ognuno con competenza su uno o più quartieri della città.
Ogni commissariato ha un dirigente e varie squadre operative per pattugliamento, indagini e pronto intervento.
In molti lavorano dentro gli uffici, tanti lavorano in strada a contatto con la criminalità e la società che dev’essere protetta.
Allora ci si domanda, ha sempre agito da solo?
In una città come Milano, con una popolazione di poco più di 1,4 milioni di abitanti dove le notizie volano, dove in strada, in certi ambienti tutti sanno tutto, Cinturrino, lavorava da solo?
A Roma, molto più grande in superficie, circa sette volte Milano, se c’è un nuovo spacciatore a Roma Nord, a Roma Sud lo sanno quasi in tempo reale.
Se un poliziotto chiede il pizzo a Roma Sud, a Roma Nord lo sanno in tempo reale.
Ed a Milano?
Nessuno si è mai accorto di nulla?
Forse perché Milano è più compatta e densamente popolata, con quartieri molto vicini e con forte urbanizzazione?
No, impossibile.
In certe “fasce” si sa tutto di tutti.
Alla fine, quindi, arriviamo al vecchio problema del “chi controlla chi controlla?”
La zona di Milano Rogoredo, inclusa la stazione ferroviaria, ricade sotto la competenza territoriale della Questura di Milano.
Specificamente, per la sicurezza ferroviaria, è operativo un posto Polfer (Polizia Ferroviaria) a Rogoredo.
Per l'ordine pubblico, la zona è monitorata dal commissariato competente e dalle forze dell'ordine attive a Milano.
Qual è quello competente?
È il Commissariato di Pubblica Sicurezza "Mecenate", così si legge in rete.
Secondo le prime indagini, l’agente coinvolto aveva approfittato della propria posizione per trarre vantaggi personali, estorcere denaro e coprire traffici illeciti.
Un tradimento doppio, verso i cittadini in primis, e verso i colleghi poi, che quotidianamente rischiano la vita nelle stesse aree.
Le autorità hanno immediatamente avviato una revisione interna dei protocolli di controllo, intensificando le verifiche e promettendo trasparenza totale.
La pressione mediatica è enorme, ogni dettaglio viene scandagliato, ogni testimonianza acquisita, ogni possibile omissione valutata.
Un tradimento verso i colleghi che quotidianamente rischiano la vita nelle stesse aree.
Quotidianamente... le stesse aree?
E nessuno ha mai saputo nulla?
Nessuno ha mai intuito nulla?
Allora ci chiediamo: davvero nessuno nel quartiere ha mai parlato con “gli altri” colleghi di Cinturrino?
Nessun cittadino “perbene” ha mai fornito una notizia fresca, nessun pusher ha mai osato lamentarsi?
Nulla.
Tutti zitti.
Ma siamo sicuri che sia possibile?
Le notizie, soprattutto quelle scottanti, volano leggere come l’aria.
Ci volete davvero far credere che un Assistente Capo della Polizia di Stato, con 42 anni e una carriera apparentemente normale, che prestava servizio al Commissariato di via Mecenate a Milano, potesse orchestrare una serie di reati senza che nessuno avesse mai il minimo sospetto?
Davvero nessuno si è accorto che la sua vita nascondeva una doppia realtà?
Nessun collega, nessun vicino, nessuno dei tanti arrestati durante i servizi antidroga - soprattutto nell’area di Rogoredo - ha mai percepito qualcosa di strano?
Possibile che un agente con anzianità e responsabilità operative potesse muoversi tra il crimine e la divisa senza che alcun campanello d’allarme suonasse?
E quell’altro che “sapeva che cosa c’era nella borsa”?
Lo sapeva davvero, oppure no?
Lo sapevano solo loro, oppure lo sapevano tutti?
E se lo sapevano, perché nessuno ha parlato?
Perché nessuno ha fermato niente, nonostante fosse lì, davanti agli occhi di tutti?
Ora saliamo di livello, saliamo di competenze.
E di responsabilità...
Possibile che un agente con anzianità e responsabilità operative potesse muoversi tra il crimine e la divisa senza che alcun campanello d’allarme suonasse?
E quell’altro che “sapeva che cosa c’era nella borsa”?
Lo sapeva davvero, oppure no?
Lo sapevano solo loro, oppure lo sapevano tutti?
E se lo sapevano, perché nessuno ha parlato?
Perché nessuno ha fermato niente, nonostante fosse lì, davanti agli occhi di tutti?
Ora saliamo di livello, saliamo di competenze.
Sopra il reparto operativo su strada, c’è la Sezione o la Squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato, quella in borghese che dovrebbe fare parte del tessuto sociale locale… eppure, a questo punto, ci chiediamo, quanto davvero faccia parte del tessuto, e quanto invece resti un’ombra che osserva senza muoversi?
Facciamo a capirci.
Sopratutto, facciamo a non prenderci per il culo.
Siamo davanti ad una severa incompetenza territoriale o ad un momento di grande imbarazzo nazionale?
Si muovono tra cittadini e pusher, conoscono nomi, abitudini, percorsi.
Sono loro che dovrebbero intercettare segnali, percepire anomalie, capire quando qualcosa non quadra.
E allora?
Come è possibile che un agente con una doppia vita abbia potuto agire per anni senza che nessuno della squadra – quella che dovrebbe sapere, capire, controllare – abbia avuto il minimo sospetto?
Le domande esplodono, nessuno ha visto stranezze nei comportamenti?
Nessuno ha notato contatti sospetti, movimenti insoliti, somme di denaro inspiegabili?
E se qualcuno ha visto, ha taciuto per paura, per complicità, o perché davvero non capiva?
La verità sembra sfuggire, avvolta in silenzi che puzzano di omissione, di paura, di segreti condivisi senza che il pubblico ne sappia nulla.
Perché quando il confine tra legalità e illegalità si fa sottile, le ombre si muovono più veloci della luce, e chi dovrebbe sorvegliare diventa, forse senza volerlo, complice del mistero.
E allora torniamo al nodo centrale, quanto di tutto questo era visibile e quanto è rimasto nascosto?
Se la Sezione in borghese conosce il tessuto sociale, se conosce nomi, volti, percorsi, abitudini… com’è possibile che nessuno abbia mai messo insieme i pezzi?
Che nessuno abbia alzato un sopracciglio, che nessuno abbia parlato?
Eppure, le voci circolano.
Le storie si intrecciano, le stranezze si notano, anche quando si cerca di ignorarle.
Chi frequenta il boschetto, chi lavora nelle attività della zona, chi abita lì… tutti vedono, tutti sentono, tutti percepiscono.
Ma quando le verità diventano scomode, il silenzio diventa legge.
E poi ci sono i colleghi, quelli del reparto operativo, quelli della squadra investigativa, quelli che dovrebbero capire, proteggere, vigilare.
Possibile che nessuno abbia mai sospettato nulla?
Possibile che un agente di 42 anni, con esperienza e responsabilità, potesse agire per anni senza che un minimo campanello d’allarme suonasse per nessuno?
Cazzo un genio del male, una sorta di mito criminale.
E con lo stesso sistema vogliamo fare prevenzione per il terrorismo islamico?
Ma per favore, non ci prendiamo in giro.
Non sappiamo cosa facesse Carmelo Cinturrino e pretendiamo di monitorare, due a caso, Abdullah ibn Abdul Aziz oppure Abdel Rahman al-Fassi?
Ma fatemi il piacere.
E sopra la Sezione o la Squadra di Polizia Giudiziaria... chi c’è?
A livello funzionale c’è la Squadra Mobile, divisa per sezioni.
La Squadra Mobile è l’unità investigativa più operativa di una Questura, specializzata nella Polizia Giudiziaria investigativa.
Risponde al dirigente della Squadra Mobile, che a sua volta risponde direttamente al Questore.
Opera su casi complessi che richiedono indagini approfondite, molto oltre il normale pattugliamento, per questo, nei corridoi della Questura la chiamano “la Speciale”, la sezione capace di scavare nel cuore del crimine.
Eppure… anche lì, nel regno delle indagini, tutto tace.
L’antidroga? Silenzio.
Nessun sospetto, nessun segnale, nessuna confidenza raccolta dai pusher o dai cittadini.
La Sezione Reati contro la Pubblica Amministrazione?
Nulla.
Come se nessuno sapesse niente, neanche un accenno, una voce di corridoio, un allarme che suonasse.
Le altre sezioni?
Stesso silenzio.
Come se l’aria stessa inghiottisse le informazioni.
E l’Ufficio Immigrazione?
Normalmente una vera fucina di notizie: documenti, permessi, storie di vita e migrazioni, contatti, relazioni con il territorio. Invece… niente.
Nessuno ha mai parlato, nessuno ha mai fatto la minima confidenza, nessuno ha mai segnalato stranezze.
Come se tutto ciò che accadeva sotto il naso di chi sa dovesse rimanere segreto.
E allora ci chiediamo, ed è lecito farlo, possibile che tutta questa rete di competenze, di occhi e orecchie sul territorio, non abbia mai percepito nulla?
Possibile che agenti, dirigenti e sezioni operative non abbiano visto segnali di vita “diversa” di chi stava operando nell’ombra? Possibile che il silenzio sia stato totale, un silenzio così profondo da puzzare di omissione, di paura, o peggio ancora, di complicità indiretta?
Ogni settore tace, ogni ufficio osserva e non parla.
Le informazioni che dovrebbero circolare diventano fantasmi.
E più ci pensi, più il sospetto cresce, quanto di quello che accade a Milano (e non solo a Milano) rimane nascosto perché qualcuno non vuole che venga raccontato?
E i Carabinieri?
Niente, tutto tace.
La Guardia di Finanza?
Niente.
La Polizia Locale?
Niente.
Però anche a Roma c’è chi si è dato da fare.
Infatti, la Direzione distrettuale antimafia di Roma ha appena arrestato tre poliziotti del Commissariato Salario-Parioli perché avrebbero trattenuto parte della droga sequestrata per rivenderla e portato criminali con loro in servizio.
Secondo l’accusa i tre avrebbero ceduto sostanze effettuato accessi abusivi al Sistema informatico interforze (Sdi) per ottenere informazioni da girare ad un noto pluripregiudicato di San Basilio, anche lui arrestato.
Dalle indagini, iniziate nel 2024, è emerso che la banda forniva informazioni ai poliziotti corrotti sulla presenza di corrieri, anche di altri gruppi criminali, per farli perquisire e arrestare.
I poliziotti poi sequestravano solo una piccola parte delle droghe mentre il resto veniva rivenduto ai trafficanti, alimentando un mercato parallelo.
La differenza con Milano?
Sostanziale, a Roma le indagini erano in corsa da anni, a Milano nessuno sapeva niente.
Cosa uscirà fuori?
Merda.
Tonnellate di merda sul poliziotto infedele, com’è giusto in parte che sia... ma?
Ma la colpa non è mai solo di uno.
Se davvero un agente come Cinturrino ha potuto muoversi con una doppia vita, la responsabilità sale a catena, e non può fermarsi al singolo poliziotto infedele.
E non lo stiamo difendendo, anzi...
Abbiamo il maledetto vizio di farci domande serie e precise.
Dal Questore, che dirige e supervisiona l’intera Questura, alla Squadra Mobile, che dovrebbe scavare nel cuore del crimine, fino alla Digos, che monitora movimenti sospetti e contatti con il territorio, ogni livello ha una parte di responsabilità.
Ogni omissione, ogni silenzio pesa come un macigno.
Dolo?
Colpa?
Colpa grave?
Inerzia?
Incapacità?
Chi lo sa?
Non sta a noi dare giudizi, ma fare domande sì.
Siamo liberi cittadini che hanno tutto il diritto di porsi domande.
Il Questore è responsabile della direzione generale e della sicurezza della città.
Ci chiediamo, come ha potuto non accorgersi di segnali di pericolo o di anomalie tra i suoi uomini?
Il Capo della Squadra Mobile, ci chiediamo, dovrebbe conoscere le vite dei suoi agenti e di quelli periferici, controllare operazioni sospette e garantire trasparenza nelle indagini.
Perché tutto è passato inosservato?
La Digos, la sezione che dovrebbe intercettare segnali, contatti e minacce interne o esterne.
Come ha fatto a non rilevare segnali di comportamento deviante?
Il Commissariato locale, il primo contatto con il territorio, con cittadini e pusher, la rete di informazioni dirette sul quartiere.
Come ha potuto restare così cieco?
I colleghi di turno del Cinturrino?
E quelli a stretto contatto?
E più si scende nella catena, più cresce il sospetto, omissioni sistematiche, paura, complicità o superficialità?
Ognuno ha il dovere di parlare, di indagare, di intervenire.
Ma quando tutti tacciono, il silenzio diventa colpa condivisa, e la città paga il prezzo più alto.
Ogni ufficio, ogni sezione, ogni grado avrebbe potuto fermare ciò che stava succedendo.
Eppure… niente.
Silenzio.
E la domanda resta, quanto di questo silenzio è casuale, e quanto invece è una rete di omissioni che ha coperto chi operava nell’ombra?
Questo perché diamo a Cesare ciò che è di Cesare, non solo le ventitré coltellate di rito, perché se si parla di giustizia giusta allora dobbiamo essere giusti, equi e imparziali.
Perché qui non stiamo parlando solo di una vita spezzata, di “ventitré coltellate di rito” mediatico, o di un singolo poliziotto traditore.
Qui si parla di un sistema che ha fallito, di gerarchie che hanno chiuso gli occhi oppure non li avevano aperti bene, di uomini e donne della divisa che hanno scelto il silenzio anziché fare il loro lavoro oppure l’hanno fatto con leggerezza, fuori dalle coordinate degli anni passati dove “fare” la Polizia era una cosa dura e impegnativa.
E allora, se vogliamo parlare di giustizia vera, bisogna fare i conti senza paura, conti con chi ha taciuto, conti con chi non sapeva, conti con chi avrebbe dovuto vedere e non ha visto.
Non possiamo più accettare mezze verità, silenzi comodi, omissioni sistematiche.
Culpa in vigilando, è la responsabilità di chi dovrebbe sorvegliare, controllare e prevenire comportamenti illeciti all’interno di un’organizzazione.
Culpa in eligendo, è la responsabilità di chi sceglie, nomina o colloca persone in ruoli delicati, senza verificare adeguatamente competenze, attitudini o integrità morale.
Perché la giustizia non è solo punire chi colpisce con la pistola, ma mettere sotto la lente chi ha permesso che tutto ciò accadesse, senza scuse, senza attenuanti, senza guardare in faccia nessuno.
Il silenzio non è neutro.
L’omissione non è innocua.
Ogni giorno in cui le voci non vengono ascoltate, ogni volta che le anomalie vengono ignorate, ogni volta che chi potrebbe parlare sceglie di tacere, il crimine trova terreno fertile, e la fiducia muore.
E questa, cazzo, è la verità che brucia più di qualsiasi sparo…
Ah! A proposito, quasi dimenticavamo, mentre stavamo scrivendo l’articolo, emerge dalle indagini (secretate poiché in corso) che (testuali): “Cinturrino era ossessionato dal pusher Abderrahim Mansouri…” inoltre, il poliziotto ha “ammesso le sue responsabilità e chiede scusa a quelli che si sono fidati di lui. Ha confessato i suoi errori ma ha negato di aver chiesto il pizzo agli spacciatori.”
Tuttavia, mentre l’Italia è in subbuglio per questo caso che diventerà motivo di pubblicità per il “No” alla separazione delle carriere, a Roma Termini, emergono furti alla Coin di via Giolitti con, udite udite, 21 tra carabinieri e poliziotti indagati per ruberie sistematiche.
Al centro del presunto sistema di ruberie ci sarebbe una cassiera che, secondo l’accusa, avrebbe registrato vendite solo apparentemente regolari per mascherare la sottrazione di merce, con un ammanco complessivo stimato in 184 mila euro.
L’indagine è scattata quando il direttore del punto vendita ha rilevato anomalie nei conti e nelle giacenze di magazzino, avviando controlli interni più approfonditi.
Le verifiche, condotte anche attraverso l’analisi delle immagini delle telecamere di sorveglianza e il supporto di investigatori privati, avrebbero fatto emergere il presunto meccanismo.
Cadono nella rete della giustizia nove agenti della Polfer e una dozzina di carabinieri tra cui commissari, ispettori, brigadieri e tre agenti semplici.
E allora la verità non è più un caso isolato.
Non è più “l’uomo solo”.
Non è più l’eccezione che conferma la regola.
Se un assistente capo è “ossessionato” da un pusher, se ammette responsabilità ma nega il pizzo, se intorno a lui si muove un silenzio pesante come piombo… e nello stesso momento, a Roma Termini, ventuno tra poliziotti e carabinieri - uomini della Polfer, commissari, ispettori, brigadieri - finiscono sotto indagine per ruberie sistematiche da 184 mila euro… allora il problema non è più individuale.
È strutturale.
Perché quando chi deve controllare diventa controllato, quando chi deve reprimere diventa sospettato, quando le divise finiscono nei fascicoli insieme agli indagati, la frattura non è solo giudiziaria: è morale.
È istituzionale.
È politica.
E no, non basta dire “mele marce”.
Le mele marce non spiegano il silenzio.
Non spiegano le omissioni.
Non spiegano le coperture.
Non spiegano i colleghi che non vedono, i superiori che non sentono, i sistemi di controllo che si attivano solo quando il danno è già fatto.
La domanda, adesso, è brutale, quanti segnali servono prima che si parli di responsabilità sistemica?
Quanti casi servono prima che qualcuno ammetta che la vigilanza ha fallito?
Perché se la giustizia è credibilità, allora ogni scandalo di questo tipo è una crepa nel cemento dello Stato.
E quando le crepe si moltiplicano, il rischio non è solo il processo a un uomo.
Il rischio è che crolli la fiducia.
E quando crolla la fiducia, non ci sono sirene, non ci sono lampeggianti, non ci sono comunicati stampa che tengano.
Quello sì che è lo scoppio vero.
Quello che fa davvero incazzare, però, è un altro aspetto.
Ci sono stati poliziotti e carabinieri finiti sotto torchio, martellati dalla Procura, non perché corrotti, non perché delinquenti, ma perché non si sono allineati.
Perché hanno detto no.
Perché hanno rifiutato ordini che ritenevano illegittimi.
E per questo sono stati messi alla gogna.
Esposti.
Isolati.
Trattati come traditori.
Non una rete di protezione.
Non una parola pubblica.
Non un superiore pronto a dire “Aspettate, verifichiamo.”
Silenzio.
Ci sono stati poliziotti e carabinieri che sono morti, in servizio, credendo fermamente nella giustizia.
E ci son poliziotti e carabinieri che, ancora oggi, lottano contro il male per rispettare il giuramento di fedeltà allo Stato.
Ovvio che monti la rabbia .
Perché quando si trattava di difendere uomini che avevano scelto la legalità prima della convenienza, nessuno ha mosso un dito.
Nessuno ha rischiato la propria posizione per salvarli “lassù”, nei piani alti dove si decide chi coprire e chi lasciare cadere.
E la sensazione è devastante: chi sbaglia davvero trova complicità o distrazione.
Chi invece prova a fare la cosa giusta, ma scomoda, resta solo.
È questo che spacca.
Non è solo la corruzione.
Ma la solitudine di chi prova a non piegarsi.
Addormimose che è meglio...
a cura di Mino e Fidias






Commenti