top of page
OP Osservatorio Politico

BRUNO CONTRADA: semplicemente...un poliziotto...

  • oposservatoriopoli
  • 15 minuti fa
  • Tempo di lettura: 21 min

Perché la sua è una storia di un uomo, un poliziotto che non si è mai piegato a nessuno…


La storia giudiziaria di Bruno Contrada è una delle più controverse della giustizia italiana legata alla lotta alla mafia.

 

Dire semplicemente che fosse “innocente” o che “non abbia mai fatto depistaggi” non restituisce tutta la complessità della vicenda.

 

Chi era?

 

Contrada è stato un alto dirigente della Polizia di Stato, poi funzionario del SISDE e negli anni ’80 e ’90 lavorava proprio nel campo dell’antimafia.

 

Nel 1992, alla Vigilia di Natale, fu arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, cioè di aver favorito Cosa Nostra senza farne parte.

 

La storia processuale è stata lunghissima: 1996: condanna in primo grado, poi 2002: condanna definitiva a 10 anni…

 

Contrada sconta diversi anni di carcere.

 

Il punto decisivo?

 

La Corte Europea.

 

Nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilisce una cosa molto importante, al tempo dei fatti contestati (anni ’70-’80) il reato di concorso esterno in mafia non era definito in modo chiaro e prevedibile nella giurisprudenza italiana.

 

Secondo la Corte quindi Contrada fu condannato per un reato che all’epoca non era sufficientemente definito.

 

L’annullamento della condanna.

 

Sulla base di quella decisione nel 2017 la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna e nel 2021 lo Stato italiano ha anche risarcito Contrada per la detenzione.

 

Questo significa che la condanna è stata cancellata.

 

Però attenzione a un punto giuridico, l’annullamento non è tecnicamente una “assoluzione nel merito”.

 

La Cassazione ha stabilito che la condanna non poteva esistere perché il reato non era prevedibile all’epoca, non che i fatti contestati fossero sicuramente falsi.

 

È una distinzione giuridica molto importante.

 

Sui depistaggi…

 

Per quanto riguarda depistaggi nelle stragi o nelle indagini Contrada non è mai stato condannato per alcun depistaggio.

 

Il suo processo riguardava solo il concorso esterno in mafia.

 

Il caso di Bruno Contrada divide ancora oggi magistrati, giornalisti e storici per tre motivi principali, il contesto storico, il reato contestato e le decisioni dei tribunali internazionali.

 

Il contesto: gli anni più violenti della mafia.

 

Contrada finisce sotto indagine negli anni delle grandi guerre di mafia e delle stragi di Cosa Nostra.

 

Parliamo del periodo in cui avvengono la Strage di Capaci e la Strage di via D'Amelio.

 

Dopo questi eventi lo Stato avvia una gigantesca stagione investigativa.

 

In quel clima vengono riaperte molte vicende del passato e finiscono sotto la lente anche funzionari delle istituzioni sospettati di contatti con ambienti mafiosi.

 

Il reato: il concorso esterno.

 

Contrada fu condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.

 

Questo reato nasce dalla giurisprudenza italiana per punire chi non è formalmente mafioso ma aiuta concretamente la mafia (coperture, informazioni, favori).

 

Il problema è che negli anni ’70 e ’80 questa figura giuridica non era ancora definita chiaramente.

 

È proprio su questo punto che interviene la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

In diritto penale esiste un principio fondamentale, non puoi essere condannato per qualcosa che non era chiaramente reato quando lo hai fatto.

 

Perché il caso resta controverso?

 

Il dibattito nasce da qui.

 

Chi ritiene Contrada vittima di un errore giudiziario sostiene che fu accusato sulla base di dichiarazioni di pentiti, il clima dopo le stragi portò a processi molto aggressivi e la condanna poi è stata cancellata.

 

Per questi osservatori il caso dimostrerebbe i rischi dell’uso estensivo del concorso esterno.

 

Ora vi raccontiamo un dettaglio poco noto, sapete perché alcuni magistrati antimafia dissero che il caso Contrada avrebbe potuto mettere in crisi centinaia di processi per concorso esterno?

 

È un pezzo di storia giudiziaria molto interessante…

 

Il motivo per cui il caso di Bruno Contrada fece tremare una parte della magistratura antimafia è legato a una questione tecnica ma enorme, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

 

Vediamo il problema giuridico.

 

Per decenni molti processi contro politici, imprenditori e funzionari pubblici sono stati costruiti usando questo schema, l’imputato non è membro della mafia però aiuta l’organizzazione con informazioni, protezioni o favori.

 

Questa figura giuridica nasce dall’interpretazione dell’articolo 416-bis del codice penale, cioè il reato di associazione mafiosa introdotto nel 1982 dopo l’uccisione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

 

Il concorso esterno però non è scritto esplicitamente nella legge, è stato costruito dalla giurisprudenza dei tribunali.

 

Ecco la bomba della Corte Europea.

 

Nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che nel caso Contrada negli anni ’70 e ’80 il concorso esterno non era ancora definito con sufficiente chiarezza.

 

Tradotto: una persona non poteva sapere con certezza che quei comportamenti sarebbero stati puniti come reato.

 

Questo tocca un principio cardine del diritto penale: nullum crimen sine lege (nessun reato senza una legge chiara).

 

Perché alcuni magistrati si preoccuparono?

 

Se quel ragionamento fosse stato applicato in modo generalizzato, si sarebbe potuto sostenere che molti processi per concorso esterno relativi agli anni ’70 e ’80 erano giuridicamente fragili, alcuni condannati avrebbero potuto chiedere la revisione.

 

Per questo il caso Contrada fu osservato con grande attenzione dalla Corte di Cassazione.

 

Come è stato “limitato” l’effetto?

 

La Cassazione nel 2017 annullò la condanna di Contrada solo per il suo caso specifico.

 

In sostanza stabilì che la decisione europea non cancellava il reato di concorso esterno ma riguardava la prevedibilità nel periodo dei fatti contestati a Contrada.

 

Così il sistema giudiziario evitò un effetto domino su centinaia di processi.

 

Capito che bravi?

 

Ma quante volte questo modo di fare giustizia è stato applicato negli anni ’70 e ’80?

 

Ma questa è solo la bella favoletta che ci piace raccontare e a voi piace leggere, però… possiamo anche dirvi una cosa ancora più interessante e poco raccontata, ovvero, perché il nome di Contrada compare spesso nelle discussioni sulla trattativa Stato-mafia e nei processi sulle stragi degli anni ’90.


È un altro capitolo pieno di ombre?

 

Il nome di Bruno Contrada compare spesso quando si parla delle zone più oscure della storia recente italiana: le stragi mafiose dei primi anni ’90 e le ipotesi di contatti tra apparati dello Stato e Cosa Nostra.

 

Per capire perché, bisogna partire dal contesto.

 

Gli anni delle stragi… tra il 1992 e il 1993 l’Italia viene colpita da una serie di attentati mafiosi senza precedenti.

 

Prima la Strage di Capaci, in cui muore Giovanni Falcone, poi la Strage di via D'Amelio, dove viene assassinato Paolo Borsellino.

 

Subito dopo arrivano le bombe a Firenze, Milano e Roma.

 

Lo Stato entra in una fase di emergenza totale.

 

In quegli anni nasce una delle ipotesi investigative più controverse della storia italiana: la cosiddetta Trattativa Stato-mafia.

 

L’ipotesi della trattativa.

 

Secondo alcune indagini, dopo le stragi ci sarebbero stati contatti indiretti tra uomini delle istituzioni e la mafia per fermare la stagione delle bombe.

 

L’idea era semplice e inquietante, la mafia smette di colpire lo Stato, e in cambio ottiene attenuazioni su carcere duro e pressione investigativa.

 

Questa ipotesi ha portato a lunghi processi e a scontri durissimi tra procure, politici e apparati dello Stato.

 

Dove entra il nome di Contrada.

 

In alcune ricostruzioni investigative il nome di Contrada è comparso perché, negli anni precedenti alle stragi, era un alto funzionario di sicurezza con una rete di rapporti molto ampia in Sicilia.

 

Le accuse che gli furono rivolte nel processo per concorso esterno riguardavano proprio presunti rapporti informativi con ambienti mafiosi.

 

Non contatti da affiliato, ma da uomo delle istituzioni accusato di aver fornito coperture o informazioni.

 

Tuttavia è fondamentale ricordare tre cose, Contrada non è mai stato condannato per le stragi, non è mai stato condannato per depistaggi e la sua condanna per concorso esterno è stata annullata dopo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, poi recepita dalla Corte di Cassazione.

 

Allora è solo “servito” allo scopo…

 

Perché resta una figura controversa?

 

Il motivo per cui il suo nome continua a tornare nei dibattiti è semplice, il periodo storico.

 

Gli anni delle stragi sono pieni di misteri irrisolti, depistaggi accertati in alcune indagini, rapporti opachi tra criminalità, politica e pezzi deviati dello Stato.

 

In un contesto così torbido, molte figure istituzionali di quel periodo sono diventate oggetto di discussione storica, anche quando le vicende giudiziarie si sono concluse.

 

Il punto finale.

 

Dal punto di vista giuridico la posizione di Bruno Contrada oggi è chiara, non ha condanne penali.

 

Dal punto di vista storico e politico, invece, il suo nome rimane dentro uno dei capitoli più complessi della Repubblica italiana, quello in cui lo Stato combatteva la mafia mentre cercava anche di capire quanto in profondità la mafia fosse riuscita a infiltrarsi nelle istituzioni.

 

Ora possiamo anche raccontarvi una cosa che pochi ricordano, ovvero, perché alcuni magistrati dissero che Paolo Borsellino nei suoi ultimi giorni aveva capito qualcosa di enorme e per questo era diventato ancora più pericoloso per certi equilibri di potere.

 

È uno dei misteri più inquietanti di quella stagione.

 

Ecco il collegamento che faceva e che fa ancora paura a qualcuno purtroppo ancora vivo…

 

Negli ultimi giorni della sua vita Paolo Borsellino appariva profondamente cambiato.

 

Chi lo incontrò in quel periodo racconta di un uomo teso, velocissimo nel parlare, quasi ossessionato dal tempo.

 

Come se avesse capito qualcosa di enorme e sapesse di avere pochissimo tempo per arrivarci fino in fondo.

 

Tutto accade nelle settimane tra la Strage di Capaci, dove viene ucciso Giovanni Falcone, e la Strage di via D'Amelio, in cui lo stesso Borsellino verrà assassinato appena 57 giorni dopo.

 

Dopo la morte di Falcone, Borsellino capisce subito che l’obiettivo successivo è lui.

 

Nonostante questo continua a lavorare giorno e notte.

 

In quei giorni interroga collaboratori di giustizia, incontra investigatori e ufficiali dei carabinieri, chiede documenti su vecchie indagini di mafia.

 

Molti colleghi raccontano che faceva domande nuove, non le solite sulla struttura di Cosa Nostra.

 

Sembrava cercare un livello più alto, qualcosa che collegasse mafia, politica e potere.

 

Proprio in quel periodo cominciano contatti tra ufficiali dei Carabinieri e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino.

 

Secondo alcune ricostruzioni successive, questi contatti sarebbero stati il primo passo della cosiddetta Trattativa Stato-mafia.

 

Molti magistrati hanno sempre sostenuto che Borsellino intuì che qualcosa di anomalo stava accadendo.

 

Non sappiamo esattamente cosa sapesse.

 

Ma sappiamo che ne parlò con diversi colleghi e che appariva profondamente turbato.

 

L’agenda rossa …

 

Uno dei misteri più inquietanti riguarda la famosa agenda rossa di Borsellino.

 

Il magistrato portava sempre con sé un’agenda dove annotava appunti e riflessioni investigative.

 

Dopo l’esplosione della strage di via D’Amelio la borsa del magistrato viene ritrovata ma l’agenda rossa non c’è più.

 

Diversi testimoni dissero che qualcuno prese la borsa subito dopo l’attentato. L’agenda non è mai stata ritrovata.

 

Per molti investigatori lì dentro potevano esserci appunti sulle sue ultime scoperte.

 

Anni dopo verrà accertato che nelle indagini sulla strage ci furono gravi depistaggi costruiti su false dichiarazioni di pentiti.

 

Questo verrà riconosciuto nei processi che porteranno alla condanna di funzionari di polizia per aver manipolato alcune testimonianze.

 

Questi depistaggi hanno rallentato per anni la ricerca della verità sulla strage.

 

La domanda che molti storici e magistrati si pongono ancora oggi è questa, Paolo Borsellino fu ucciso solo perché era un magistrato antimafia, oppure perché stava arrivando troppo vicino a qualcosa di più grande?

 

Non esiste ancora una risposta definitiva.

 

Ma una cosa è certa, quei 57 giorni tra Capaci e via D’Amelio restano uno dei periodi più oscuri della storia della Repubblica italiana.

 

Ma a noi di OP tutto questo non basta, perché crediamo che ci sia dell’altro sotto…

 

"Io ho quasi 92 anni e non penso che mi resti ancora molto da vivere, ma non aspetto la morte con timore o paura. E sa perché? Perché io sono già morto dentro, quella mattina del 24 dicembre del 1992. Quando una decina di uomini della Dia vennero ad arrestarmi a casa mia, davanti a mia moglie Adriana e a mio figlio poliziotto".

 

Così disse Bruno Contrada ad un giornalista che lo intervistò.

 

La sua è una storia che fa male, così come tutte le storie in cui gli innocenti pagano a causa del super-io di qualche magistrato permeato di egocentrismo e protagonismo, oltre l’obbedienza agli ordini di scuderia…

 

Cosa accadde quella mattina del 24 dicembre di trent’anni fa?

 

Erano da poco passate le sette del mattino quando iniziarono a colpire la porta. Pugni violenti, urla: “Aprite, polizia!”.

 

Davanti a casa di Bruno si presentarono decine di uomini della Direzione Investigativa Antimafia.

 

Divise, giubbotti, agenti in borghese.

 

Un’operazione spettacolare, quasi da blitz contro un boss mafioso.

 

Dentro casa rovistarono ovunque.

 

Non lasciarono nulla intatto...


Non lasciarono nulla...

 

Arrivarono persino a sequestrare la pistola d’ordinanza del figlio poliziotto. Un gesto che ancora oggi resta senza spiegazione.

 

Nello stesso momento, a centinaia di chilometri di distanza, buttavano giù la porta anche all’abitazione della sorella a Roma.

 

In pochi minuti la vita di un uomo veniva demolita.

 

“Fu lì che morii”, ha raccontato Contrada.

 

Non la morte fisica.

 

Peggio.

 

Quella civile, quella morale.

 

Quella che ti cancella come uomo prima ancora che come imputato.

 

Perché le ferite del corpo guariscono.

 

Quelle inflitte dalla macchina dello Stato spesso non guariscono mai.

 

Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip si stabiliva che doveva essere trasferito nel carcere militare di Palermo.

 

Peccato che quel carcere fosse chiuso.

 

Ma la burocrazia della giustizia italiana non si ferma davanti a questi dettagli.

 

Così venne caricato su un Falcon dei servizi e portato al carcere militare OPM di Forte Boccea, dove rimase per due anni, sette mesi e sette giorni prima ancora che iniziasse il processo.

 

Quando finalmente il dibattimento partì, accadde qualcosa di surreale, il carcere militare di Palermo venne riaperto solo per lui.

 

Una prigione riattivata per rinchiudere un solo uomo...

 

In isolamento totale.

 

Un’immagine che dice molto su come, a volte, funziona la giustizia quando decide di colpire.

 

Contrada ha sempre sostenuto che quell’ordinanza di arresto fosse stata redatta con un semplice copia-incolla della richiesta dei Pm, addirittura con gli stessi errori di ortografia.

 

Un classico, li conosciamo bene i "copia e incolla" magistrali, basterebbe leggere, ad esempio, gli atti preliminari del procedimento 13863/98 …

 

Se fosse vero, sarebbe la fotografia perfetta di un meccanismo in cui la libertà di una persona può essere decisa in fretta, con superficialità, dentro un sistema che raramente paga quando sbaglia.

 

E qui sta il punto più amaro, quando lo Stato sbaglia, quasi mai qualcuno ne risponde davvero.

 

Ma chi finisce dentro quella macchina, anche se poi viene riabilitato o assolto, spesso porta addosso quelle ferite per tutta la vita.

 

Perché una sentenza può arrivare anni dopo.

 

La distruzione di una vita, invece, può bastare una mattina alle sette.

 

Contrada continua il racconto e snocciola numeri che, da soli, fanno capire la dimensione di quel processo.

 

Un dibattimento durato due anni, più lungo perfino del Maxiprocesso di Palermo, dove gli imputati erano quasi cinquecento.

 

Nel suo processo vennero ascoltati 250 testimoni.

 

Non persone qualunque.

 

141 erano uomini delle istituzioni: cinque capi della polizia, direttori del SISDE, quattro alti commissari antimafia, una ventina di prefetti, decine di questori, ufficiali dei Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

 

Un’intera fetta dello Stato chiamata a testimoniare.

 

“Li ho citati non solo per difendere me stesso – ha detto Contrada – ma per difendere la verità”.

 

Eppure non bastò.

 

Non bastarono le testimonianze.

 

Non bastò la carriera.

 

Non bastarono decenni passati nelle istituzioni.

 

Arrivò comunque una condanna a dieci anni in primo grado.

 

In appello accadde qualcosa che sembrò ribaltare tutto: assoluzione!

 

Per un momento sembrò che quella macchina giudiziaria che lo aveva travolto stesse finalmente frenando.

 

Ma la giostra non si fermò.

 

Il processo arrivò davanti alla Corte di Cassazione.

 

Il procuratore generale chiese di confermare l’assoluzione.

 

Eppure i giudici decisero diversamente, annullarono la sentenza e rimandarono il processo a un’altra sezione della Corte d’appello.

 

Un nuovo giro.

 

Un nuovo processo.

 

E una nuova condanna: dieci anni!

 

Il 10 maggio 2007 la Cassazione rese quella condanna definitiva.

 

Il giorno dopo Contrada si presentò da solo al carcere militare di Carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.

 

Nessuna fuga, nessuna sceneggiata.

 

Solo un uomo che entra in carcere dopo una vita passata nelle istituzioni.

 

Rimase lì fino al 25 luglio 2008.

 

Poi i domiciliari per gravi motivi di salute, fino al 2012.

 

È qui che il racconto diventa qualcosa di più grande di una vicenda personale. Diventa il ritratto di una giustizia che a volte sembra non voler mai ammettere di aver sbagliato.

 

Che poi sbaglio, chi dice che fu uno sbaglio e non una volontà precisa.

 

Perché quando la macchina giudiziaria parte, spesso non si ferma più.


Cambiano le sentenze, cambiano i collegi, cambiano i tribunali.

 

Ma la persona nel mezzo resta sempre la stessa, schiacciata da un sistema che raramente si ferma a chiedersi se sta davvero cercando la verità o se sta semplicemente difendendo sé stesso.

 

E in questa storia resta una domanda che pesa come un macigno, quante vite può distruggere un errore dello Stato prima che qualcuno, davvero, ne risponda?

 

Quello che sfugge dalla cronaca?

 

La vicenda di Bruno Contrada negli anni è stata spesso raccontata come una storia piena di incroci, sospetti e rapporti tra pezzi diversi dello Stato.


Alcuni commentatori e giornalisti hanno provato a collegarla anche ad altri nomi molto importanti delle istituzioni, tra cui Gianni De Gennaro.

 

Bisogna però fare una distinzione molto netta, diciamo che molte di queste connessioni appartengono al dibattito giornalistico o alle interpretazioni politiche, non a fatti accertati da sentenze.

 

Chiacchiere insomma.

 

Contrada per decenni lavorò dentro apparati delicati, la Polizia di Stato e il SISDE.

 

Questo significa che conosceva moltissimi funzionari di alto livello.

 

In ambienti così ristretti è inevitabile che carriere e vicende si incrocino.

 

Per questo negli anni alcuni hanno cercato di leggere la sua storia come parte di lotte interne agli apparati, rivalità e conflitti tra diverse strutture dello Stato.

 

Ogni tanto nel dibattito pubblico si evocano anche morti “strane” o vicende oscure legate a figure istituzionali dell’epoca.

 

In realtà, quando si parla di ex capi della polizia o dirigenti di sicurezza, non esistono accertamenti giudiziari che colleghino quelle morti alla vicenda Contrada.

 

Molte di queste narrazioni nascono da ricostruzioni giornalistiche speculative o da interpretazioni politiche.

 

La sua vicenda rimane molto dibattuta perché tocca tre temi sensibili della storia italiana, il rapporto tra mafia e istituzioni, il ruolo dei servizi di sicurezza negli anni delle stragi e i limiti della giustizia quando ricostruisce fatti molto lontani nel tempo.

 

Per questo, più che una storia di “intrighi provati”, il caso Contrada è diventato un simbolo delle zone grigie dello Stato italiano negli anni della guerra alla mafia.

 

Però…

 

Maledetti però, c’è sempre più di un però …

 

Partiamo col fil rouge che lega a vari livelli Bruno Contrada, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Gianni De Gennaro, Vincenzo Parisi, Francesco Pazienza, Gian Carlo Caselli, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo, Gaetano Buscetta e …

 

Partiamo dal pentito a scoppio!

 

Francesco Marino Mannoia, il pentitone nei primi anni del processo e fino al gennaio 1994 non aveva profferito alcuna parola accusatoria contro Contrada, poi però lo accusò confermando le accuse di Gaspare Mutolo e Gaetano Buscetta.

 

L’accusa però, “parte” poco prima che gli fosse approvato il programma di protezione!

 

Che strana coincidenza.

 

Ricordiamo Gaetano Buscetta che - relata refero - al processo Contrada disse “Riccobono mi disse: ‘Io ho il dott. Contrada, che mi avviserà se ci sono perquisizioni o ricerche di…”

 

Quindi solo un ‘sentito dire’ da un altro mafioso, un sedicente ‘uomo d’onore’…

 

Totò Riina sta stilando un ‘papello’ da sottoporre allo Stato, una serie di richieste come l’abolizione del carcere duro, la modifica della legge sui pentiti, nuove norme sulla confisca dei beni per fermare le stragi.

 

Borsellino non lo sa ancora, ma uomini dello Stato stanno scendendo a patti con la mafia… in procura in parallelo arriva una segnalazione su un possibile attentato contro di lui.

 

Non gli dicono niente…

 

Gaspare Mutolo vuole parlare solo con Paolo e durante il suo pentimento del 1° luglio 1992 si avvicina a Borsellino e gli bisbiglia un nome all’orecchio: “Il dottore Contrada…”, così il pentito svende Bruno Contrada a Paolo Borsellino (e Vittorio Aliquò che era con lui).

 

Bruno Contrada in quel luglio del 1992 è il numero tre del Sisde, il servizio segreto civile.

 

E ha anche un incarico operativo all’Alto Commissariato antimafia.

 

Mentre Paolo Borsellino ascolta Mutolo, un funzionario comunica a Borsellino che il nuovo ministro dell’Interno Nicola Mancino - nominato proprio quel 1° luglio - lo vuole incontrare e lo incontra, pensate però, Mancino non ricorderà mai, in futuro, di avere incontrato quel giorno Paolo Borsellino.

 

Nemmeno quando glielo chiederanno i procuratori: “Quel giorno ho visto tanta gente…”, rispose.

 

Quando Borsellino esce dalla stanza del ministro incrocia il capo della polizia Vincenzo Parisi che sa che Borsellino è a Roma per interrogare Mutolo e alle spalle di Parisi c’è proprio Bruno Contrada, lo stesso funzionario indicato qualche ora prima dal pentito di Palermo come “colluso”.

 

Tutti ricordano, poi tutti non ricordano …

 

Ma non è Paolo Borsellino ad agire contro Bruno Contrada, ricordiamo infatti che l’arresto arrivò nel clima rovente di quegli anni e portava la firma del procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli.

 

Una figura centrale della stagione giudiziaria antimafia, ma anche una delle più contestate.


Caselli fu per anni accusato dai suoi critici di incarnare una certa idea di giustizia definita “giustizialista”: una magistratura aggressiva, molto mediatica, che puntava a colpire i livelli più alti dei rapporti tra mafia, politica e apparati dello Stato.

 

Un approccio che molti applaudirono, ma che altri giudicarono pericolosamente sbilanciato.

 

Il punto più discusso riguardava il metodo investigativo.

 

Il pool antimafia guidato da Caselli fece largo uso delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti, una delle armi principali nella lotta contro Cosa Nostra dopo il Maxiprocesso di Palermo.

 

Secondo i sostenitori di quel metodo, senza i pentiti sarebbe stato impossibile penetrare una struttura criminale chiusa e segreta come la mafia.

 

Secondo i detrattori, invece, si correva il rischio opposto, costruire accuse pesantissime basate su dichiarazioni interessate, rese da persone che avevano tutto da guadagnare nel collaborare.

 

Ed è proprio su questo terreno che nacquero molte polemiche.

 

Alcuni dei cosiddetti imputati “eccellenti”, finiti sotto inchiesta negli anni del pool antimafia di Palermo, furono poi assolti nei gradi successivi di giudizio. Quelle assoluzioni alimentarono le accuse di protagonismo e di eccessiva fiducia nei pentiti rivolte alla procura guidata da Caselli.

 

Dentro questo clima di scontro durissimo tra visioni opposte della giustizia si inserisce anche il caso di Bruno Contrada.

 

Una vicenda che, più di altre, ha finito per rappresentare tutte le tensioni di quell’epoca, la guerra alla mafia, il ruolo dei pentiti, i conflitti tra apparati dello Stato e il rischio che, nella ricerca della verità, la macchina giudiziaria potesse anche travolgere chi si trovava nel suo raggio d’azione.

 

Per questo, a distanza di decenni, quella storia continua a dividere, per alcuni è il simbolo della durezza necessaria nella lotta alla mafia; per altri è il segno di quanto la giustizia possa diventare implacabile - e talvolta cieca - quando entra nel pieno di una stagione di emergenza.

 

Bruno Contrada ci ricorda molto Enzo Tortora… e pensare che Bruno salvò George Bush... ma questa è un altra storia!

 

Chi era Vincenzo Parisi?

 

Vincenzo Parisi è stato uno dei vertici più influenti della Polizia di Stato negli anni critici della lotta alla mafia e contro il terrorismo.

 

La sua carriera e il suo ruolo nel sistema di sicurezza italiano lo rendono centrale nella storia degli anni ’80 e ’90.

 

Guidò la Polizia di Stato per oltre sette anni, un periodo lungo e complesso, segnato da operazioni contro Cosa Nostra, terrorismo interno e gestione di servizi di intelligence, prima di diventare Capo della Polizia, guidò il SISDE, coordinando informazioni delicate sulla criminalità organizzata e minacce interne, la sua leadership coincide con anni turbolenti, la stagione delle stragi mafiose, la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e la gestione di apparati dello Stato sotto pressione continua.

 

Parisi è ricordato anche per aver difeso pubblicamente il funzionario Bruno Contrada, una posizione che lo mise al centro di polemiche politiche e mediatiche; il ruolo nell’ombra nella gestione dei fondi del SISDE, dove secondo alcune ricostruzioni ci furono anomalie amministrative e sospetti di mala gestione.

 

Ufficialmente, Vincenzo Parisi morì nel 1994 a Roma per un infarto...

 

Tuttavia, negli ambienti dei corridoi della sicurezza e nei racconti giornalistici più “oscuri”, circola una versione alternativa, alimentata dal mistero e dalla segretezza dei suoi ultimi giorni.

 

Alcuni suggeriscono che ci fossero circostanze poco chiare o tensioni interne agli apparati che potrebbero aver influito sulla sua fine prematura, anche se nulla di ciò è mai stato confermato ufficialmente.

 

In ogni caso, Parisi resta una figura chiave per capire come funzionavano i servizi, la polizia e il sistema di sicurezza italiano negli anni più difficili della lotta alla mafia: un uomo al vertice, tra operazioni straordinarie, pressioni politiche e zone d’ombra che ancora oggi alimentano leggende e sospetti.

 

Fra il 1989 e il 1994 Gianni De Gennaro era già un pezzo importante della struttura dei servizi e della sicurezza dello Stato italiano, anche se non era ancora la figura di vertice che sarebbe diventata nei decenni successivi.

 

De Gennaro lavorava all’interno di strutture di coordinamento delle informazioni e della sicurezza nazionale.

 

Era coinvolto nella gestione di dossier sensibili su criminalità organizzata, terrorismo e sicurezza interna.

 

In quegli anni fu stretto collaboratore dei vertici della Polizia di Stato, come Vincenzo Parisi, e partecipava a operazioni e strategie operative contro mafia e terrorismo.

 

In sintesi, fra il 1989 e il 1994 De Gennaro era un funzionario di alto livello nei servizi di polizia e sicurezza, inserito nei circuiti decisionali che gestivano mafia, terrorismo e sicurezza nazionale, pur senza essere ancora alla direzione generale della polizia, ruolo che avrebbe assunto più avanti nella carriera.

 

Se togli di mezzo Bruno Contrada, che aveva esperienza, influenza e un curriculum che lo rendeva papabile come Capo della Polizia, e contemporaneamente ti ritrovi il Vincenzo Parisi fuori gioco – morto improvvisamente – allora la strada per chi era già inserito nei circuiti dei servizi e aveva le giuste protezioni si fa decisamente più semplice.

 

In quegli anni, la nomina a Capo della Polizia non era solo una questione di curriculum o meriti, contavano equilibri politici, reti interne e alleanze nei servizi.

 

De Gennaro, già dentro la macchina dei servizi e con rapporti consolidati negli anni turbolenti della lotta alla mafia, si trovò nella posizione giusta al momento giusto.

 

Questo spiega perché molti osservatori parlano di un “gioco di scacchi” tra apparati dello Stato: ogni movimento, ogni sparizione, ogni rimozione – sia giudiziaria sia per cause naturali – ridefiniva chi poteva salire ai vertici.

 

Con la rimozione di Contrada e la scomparsa di Parisi, la posizione di Capo della Polizia si libera praticamente senza ostacoli.

 

Gianni De Gennaro, già radicato nei circuiti decisionali dei servizi, emerge come candidato naturale grazie alla presenza consolidata negli apparati, alla conoscenza dei dossier sensibili e alle alleanze costruite negli anni turbolenti della lotta alla mafia.

 

Questa sequenza dimostra che nella gestione dei vertici della polizia italiana non conta solo il curriculum, ma anche tempismo, contatti interni, eventi imprevedibili e “smottamenti” nel personale chiave.

 

Contrada rimosso dal gioco giudiziario e Parisi scomparso prematuramente: due pedine centrali tolte dal tabellone hanno aperto la strada a De Gennaro.

 

Pazienza, negli anni ’80, era già inserito nei circuiti dei servizi segreti italiani (SISMI) e lavorava a dossier di rilevanza nazionale, spesso in parallelo o in contatto con il SISDE, dove operava Contrada.

 

Questo significa che, pur provenendo da strutture diverse, i loro percorsi si incrociavano in questioni di sicurezza, mafia e terrorismo.

 

Durante la stagione delle stragi mafiose (1992‑1993) e delle indagini più delicate, Pazienza gestiva informazioni che spesso arrivavano ai vertici della polizia e dei servizi civili.

 

Di fatto, Contrada come funzionario del SISDE e Parisi come Capo della Polizia erano i destinatari o i referenti di dossier e rapporti che provenivano, in parte, anche dagli apparati dove Pazienza operava.

 

Negli ambienti dei servizi circolavano conflitti interni e tensioni tra le diverse agenzie (SISMI, SISDE, Polizia).

 

Pazienza, da una parte, e Contrada dall’altra, rappresentavano due poli della stessa rete di intelligence: uno più orientato al controllo e raccolta di informazioni strategiche esterne, l’altro più operativo e investigativo.

 

La rimozione di Contrada e la scomparsa di Parisi nel 1994 aprì spazi politici interni in cui funzionari già inseriti nei servizi – come De Gennaro – potevano scalare, e in quel contesto anche figure come Pazienza avevano visibilità o influenza indiretta.

 

In pratica, Pazienza è il nodo informativo e strategico, Contrada e Parisi sono i vertici tradizionali rimossi o eliminati, e De Gennaro è il beneficiario dei vuoti di potere.

 

Tutti intrecciati nello stesso ecosistema dei servizi italiani anni ’80‑’90.

 

Succedette a Parisi Fernando “Don” Masone che poi abbandonò l’incarico nel 2000 per far spazio al nuovo capo della polizia, Gianni De Gennaro.

 

Gianni De Gennaro e Francesco Pazienza appartenevano a due circuiti dei servizi italiani che negli anni ’80‑’90 si intersecavano spesso, uno più operativo e investigativo (De Gennaro), l’altro più legato a dossier strategici, intelligence e relazioni internazionali (Pazienza).

 

Pazienza, dopo le vicende italiane degli anni ’80 (compresi i problemi giudiziari e la fuga temporanea all’estero), tornò in Italia grazie a canali protetti dai servizi, figure chiave della sicurezza e vertici della polizia che conoscevano e valutavano le sue competenze.

 

In particolare, la rete interna dei servizi, tra cui funzionari come De Gennaro, già ben inseriti nei circuiti di intelligence e sicurezza, avrebbe facilitato il rientro e il reinserimento di Pazienza nei ruoli italiani, creando un contesto in cui poteva essere nuovamente operativo nei dossier sensibili.

 

E Buscetta?

 

Mentre il vicequestore Gianni De Gennaro e i suoi uomini lo scortavano sull'aereo che lo riportava in Italia, Buscetta espresse questa volontà, ovvero, quella di parlare solo con Giovanni Falcone ed arrivato a Roma il 15 luglio 1984, cominciò a raccontare a Falcone le sue conoscenze su Cosa nostra.

 

Ora vi raccontiamo una storiella …

 

Nel 1982, gli inquirenti di Palermo avevano già segnalato la pericolosità di Pippo Calò, legato ai Corleonesi.

 

Buscetta, collaborando con la giustizia, fornisce informazioni cruciali su omicidi, sequestri e trame mafiose, comprese vicende oscure come il caso Calvi, in forte collegamento con Gelli e Pazienza.

 

In questa cornice, Calò emerge come figura chiave di operazioni torbide, collegando mafia, politica e finanza internazionale.

 

In quel rapporto emerge che in “ville contigue messe a disposizione dall’imprenditore siciliano Luigi Faldetta, avevano alloggiato contemporaneamente, un’estate, il calò ed il noto Francesco Pazienza”.

 

Luigi Faldetta, era il costruttore edile amico del boss di Porta Nuova Pippo Calò.

 

Ma per unire i puntini e capire il complesso fenomeno mafioso, bisognerebbe ripercorrere gli atti del giudice istruttore Ferdinando Imposimato che indagando sulle attività di Flavio Carboni era riuscito a scoprire i legami del faccendiere con la mafia, con la P2, con il terrorismo nero, tutti legati anche ad una vecchia società dal nome la "Mediterranea". 

 

Quindi, colui che raccolse le confidenze di Ali Agca e fu incaricato di trattare con la camorra per la liberazione di Ciro Cirillo sequestrato dalle BR fu anche quello che intrattenne rapporti con la mafia in un periodo storico talmente complesso che saltare la barricata era quasi un ordine di servizio.

 

“Come uomo libero, Pazienza si è mosso come una mina vagante sull’asse democratico che lega l’Italia agli Stati Uniti e la sua storia è lo strano e curioso racconto di un funzionario politico di alto livello che collabora con i servizi, ma che poi viene lasciato al suo destino.”

 

Quando morì Vincenzo Parisi, Pazienza disse: “Non ci sarà mai più un capo della polizia così in Italia, d’ora in poi saranno tutti vinaccio, Vincenzo Parisi era Champagne…”

 

Pazienza, nei suoi ruoli nei servizi, era uno dei nodi attraverso cui queste informazioni passavano, soprattutto quando riguardavano intrighi finanziari internazionali o collegamenti mafia-politica.

 

In pratica, Buscetta forniva i contenuti, i servizi (con figure come Pazienza) li analizzavano e li instradavano verso vertici dello Stato, o li inserivano nei dossier riservati.

 

E ora ci volete dire che Gianni De Gennaro, Vincenzo Parisi, Francesco Pazienza, Fernando Masone e gli altri vertici dello stato dell’epoca non sapessero l’eventuale coinvolgimento, o meno, del loro collega -e amico- Bruno Contrada?

 

Del superiore diretto del grande Boris Giuliano?


Quello che salvò George Bush da un attentato?

 

Del Capo della Squadra Mobile di Palermo, dell’uomo che ha guidato la Squadra Mobile di Palermo in anni cruciali, lavorando a stretto contatto con magistrati e funzionari di polizia impegnati nella lotta a Cosa Nostra?

 

Di un Dirigente Generale della polizia di stato che ha dato la vita per la propria Patria?

 

Ma per favore…

 

Ma fateci il favore …

 

Ci sarebbe tanto altro da scrivere ma per ora abbiamo finito lo spazio e la vostra soglia dell’attenzione.

 

Ciao Bruno, riposa in pace... da uomo LIBERO...



a cura di Fidias e Mino


 
 
 

Commenti


OP Osservatorio Politico
GNS PRESS

Iscriviti alla nostra newsletter

Data e ora
Giorno
Mese
Anno
Orario
OreMinuti
Prodotto
Donazione
10 €
20 €
30 €

Tutte le nostre aree web, sito, blog, social "OP Osservatore Politico" non rappresentano una testata giornalistica in quanto vengono aggiornati senza alcuna periodicità.

Non possono, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 2001.

  • Blogger
  • Facebook
  • Instagram
  • Youtube

IL MOTTO SCELTO PER OP (Mino Pecorelli)

"Comment is free, but facts are sacred. Comment also is justly subject to a selfimposed restraint. It is well to be frank. It is even better to be fair. This is an ideal."

È una frase di C.P. Scott, direttore del Guardian per 57 anni, dal 1873 al 1930.

Copyright

© 2035 by ifyou&communicationbrother's

Powered and secured by Old&Fast Accurate Affair Group

GDPR Privacy
GNS PRESS
bottom of page